La “permacrisi”
Viviamo in un mondo in cui né le istituzioni nazionali né quelle internazionali riescono a rispondere alla nostra ansia di sicurezza. Ci sono rischi globali che richiedono istituzioni globali per essere affrontati, ma il nostro ordine internazionale è ostaggio dei veti incrociati dei governi. Come umanità assistiamo al pericolo di una guerra nucleare e dell’annientamento ecologico. Mentre contiamo sempre di meno in questo mondo globalizzato, torna l’odio xenofobo e i livelli di disuguaglianza si aggravano. La ricchezza di pochi diventa uno strumento di indebita influenza politica a discapito dell’interesse collettivo (Oxfam, 2026). Viviamo impantanati dall’incapacità di distinguere le milioni di informazioni che riceviamo, dalla crisi delle ideologie e delle grandi narrazioni. Sembra non ci sia alternativa alla sconfitta della democrazia, al declino dei grandi valori universali e ad accettare che sarà la fine di tutte le speranze di riscatto. Nella parcellizzazione della società e nella paura di questo futuro precario tanti preferiscono rifugiarsi in un passato impossibile da replicare, tentano di difendere lo status quo in erosione o si ritirano nella propria sfera di interessi individuali disinteressandosi del mondo. Ma infilare la testa sotto la sabbia non serve a niente.
Una bussola
Abbiamo bisogno di un’idea in grado di riequilibrare il rapporto tra società civile e stato, mettendo al centro l’efficacia di istituzioni che ci permettano di salvare la democrazia e ricostruire la società tribalizzata. Qui accenneremo ad una bussola che ci aiuti a interpretare e a trasformare l’Europa e il mondo. Mentre vediamo confrontarsi nel dibattito pubblico un nazionalismo sempre più controverso e un pavido europeismo fondato sulla depoliticizzazione, sul disinnescamento del conflitto e sulla subalternità (al leader di turno, alla difesa dell’esistente, ecc.), occorre uno sforzo creativo per immaginare qualcosa di diverso. Un’ideologia antitetica alla distopia o alla rassegnazione, uno sguardo sulla complessità, articolato in varie dimensioni, caratterizzato dal rovesciamento dell’esercizio del potere: non più il potere di uno per un interesse particolare, ma il potere di tutti al servizio del bene comune dell’umanità intera.
Contro il ritorno del nazionalismo
L’agire politico deve, dunque, fondarsi sulla consapevolezza della necessità di istituzioni e norme globali proprio come prodotto dei pericoli a cui come umanità nel suo intero siamo sottoposti. I nazionalisti non hanno mai spiegato come affronteranno i problemi del presente: si limitano a lanciare degli slogan, “vendendo” un’identità, un nemico da odiare e il ritorno ad un passato consolante. Ci vuole un messaggio alternativo capace di dare una chiara immagine storica, di presente e di futuro per la collettività, così da superare l’ingombrante bolla del presentismo e l’estetizzazione narcisistica dell’attivismo che ha perso il contatto con la realtà (l’ammantare di etica civica delle mere dinamiche di potere o di autocelebrazione).
L’ideologia
Il federalismo, in questo senso, può rappresentare una risposta alla crisi delle identità, della società e delle istituzioni: attraverso una cornice istituzionale di realizzabilità, sarebbe lo strumento per far uscire dai limiti dell’internazionalismo e dell’utopia le grandi idee del nostro tempo (l’ecologismo, la libertà, la solidarietà, la giustizia sociale, i diritti umani, ecc.). Si tratta di una «promessa» di civiltà cosmopolita, un pensiero politico attivo che non si riduce ad una mera somma delle istanze dei valori universali. Si può partire, quindi, da una definizione positiva di ideologia, non intesa come automistificazione, giustificazione del potere o dell’ordine esistente, ma come un sistema che ha un determinato sistema di valori, di idee e di obiettivi. La teoria federalista taglia trasversalmente l’idea di stato nazionale, dividendo la sovranità, permettendo alle nazioni di essere libere di costruirsi e decostruirsi al suo interno, senza contraddizioni. Seguendo tale criterio, il federalismo risulta una possibile risposta razionale alle contraddizioni della contemporaneità e della globalizzazione, ma anche alla sfida della dimensione personale e storico-sociale.
Un’identità non esclusiva
Il nazionalismo consolida la coscienza delle proprie comunità di destino con la minaccia incessante del nemico esterno. Ora, il nemico dell’umanità non è esterno. È nascosto in essa. Serve, dunque, un’alternativa sul piano individuale (una categoria di essere nel mondo), continentale (il superamento dei limiti dello stato nazionale), globale (la lotta al concetto di sovranità assoluta che divide il genere umano) e sociale (una convivenza fondata sull’interculturalità). Il federalismo si oppone all’attuale tendenza di definire la comunità come il “luogo” dell’identità etnica, religiosa, culturale e si propone di definirla invece in termini territoriali, ossia come il luogo in cui le persone, con le loro differenze, convivono e progettano insieme il futuro attraverso “il discorso e l’azione”. Questa idea potrebbe essere la formula politica e istituzionale grazie alla quale la comunità locale diviene il quadro in cui il valore universale della democrazia ha la sua prima e più concreta manifestazione e da cui inizia il processo ascendente della formazione della volontà generale sui vari livelli di governo via via più ampi. Se il nazionalismo è la cultura politica della divisione del genere umano, educa all’odio dello straniero, esalta e giustifica la violenza, la discriminazione o lo sfruttamento; il pensiero federalista opera in direzione diametralmente opposta.
Cos’è il federalismo? La pace
Riprendendo le categorie di Albertini, potremmo dire che il federalismo ha un aspetto di valore fondamentale, la pace positiva kantiana, che concepisce l’impossibilità dei conflitti tra gli stati e garantisce la base su cui realizzare la sintesi dei grandi valori di civiltà del nostro tempo: democrazia, libertà, solidarietà, uguaglianza e sostenibilità. La garanzia della pace positiva è la conditio sine qua non che permette l’affermazione di tutti gli altri valori: questo avviene perché ogni grande ideale universale trova un ostacolo nei conflitti internazionali tra stati. La risposta federalista non si limita a immaginare però la mancanza di guerra, bensì progetta la stabilità della pace conquistata. Non può esserci pace con la repressione dei diritti civili, delle libertà o in mezzo a una lotta di classe. Il diritto alla pace è come un tronco dal quale si irradiano numerosi rami: le diverse generazioni dei diritti progressivamente riconosciuti nello stato moderno che possono estendersi e considerarsi conquistati sul piano nazionale, europeo e mondiale solo a seguito dell’affermazione di nuove forme di statualità federale.
Cos’è il federalismo? Le istituzioni e l’aspetto storico-sociale
Lo stato federale rappresenta le “gambe” attraverso cui questi stessi valori si concretizzano, permettendo, attraverso la divisione della sovranità, di aggiungere un ulteriore contrappeso ai meccanismi della democrazia liberale classica. Sono proprio le istituzioni la garanzia dell’autodeterminazione della persona, nel perimetro costituzionale dei principi definiti da tempo come “universali” e della libertà senza oppressione. Non si tratta di uno strumento neutrale: esse evolvono con la società e devono difenderne le conquiste dalle velleità reazionarie. Infatti, proprio le istituzioni e le leggi sono determinanti per contribuire a plasmare un ultimo aspetto fondamentale del federalismo, quello storico-sociale. Il modello di società in cui i valori trovano una realizzazione storica in un nuovo “patto sociale” che riguarda tutti coloro che scelgono di essere parte di quella comunità: una società aperta, plurale, interculturale, interdipendente, fondata su un’appartenenza multilivello e sulla diversità come ricchezza.
Non è un’utopia, ma un progetto La nostra riflessione deve partire da che cosa tiene insieme gli esseri umani, tornando a porci il problema dei diritti e dei doveri. Da un lato, la tradizione che proviene dalle lotte per i diritti civili e sociali e, dall’altro, sul piano dei doveri, la solidarietà generazionale o territoriale, che danno una cornice d’urgenza alla proposta federalista di nuove istituzioni per la democrazia. Con questo progetto si può pensare di rendere reale l’universale, attuando il ritorno della responsabilità in contrapposizione alla irresponsabilità organizzata rappresentata dal mondo contemporaneo. Non è vero che non ci sono alternative al ritorno al passato o alla resa ad un futuro tirannico: la scelta con cui ci confronteremo non è più tra capitalismo e socialismo o tra fine della storia e ritorno della storia, ma tra la politica della coesione basata sugli scopi collettivi e la frammentazione della società attraverso la politica della paura (Judt).
Sperare è dar credito alla realtà
Si tratta di prendere posizione contro lo sfruttamento delle persone, l’autoritarismo, le discriminazioni e le diseguaglianze. Il federalismo non è una posizione formale, ma un ulteriore passo del processo di civilizzazione dell’umanità: una speranza di futuro possibile alternativa alla resa al nichilismo. In un pianeta plagiato dal nazionalismo metodologico e plasmato dagli stati nazionali, quella federalista è la lotta della ragione per una realtà possibile che ancora non esiste. È difficile rendere l’evidenza della necessità politica in un mondo spesso incapace di leggere il presente, ma non impossibile. In breve, si tratta di concretizzare l’avanguardia di un futuro che non è passivamente da scoprire, ma da realizzare col nostro operato. Per dirla con una sintesi agli scritti di Langer: “l’agire collettivo non è il traguardo, è il mezzo per non stare a guardare, per costruire ponti, per coltivare l’utopia. Perché una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati non soltanto è più fragile, più controllabile, più egoista e più iniqua. È anche molto più triste”. Basta con lo storytelling, torniamo a lottare per una grande Storia che racconti l’universalità dell’essere umano.

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