Federazione europea o tracollo dell’Europa

, par Sergio Pistone

Federazione europea o tracollo dell'Europa

L’unificazione europea è un’opera incompiuta perché non è giunta a realizzare la federazione europea indicata come suo indispensabile traguardo nella Dichiarazione Schuman. Ai progressi sul piano dell’integrazione sopranazionale si accompagna in effetti la persistenza dei meccanismi confederali (fondati sul diritto di veto nazionale) in settori decisivi quali la politica economico-finanziaria,la politica estera e la sicurezza-difesa. Il fatto di essere in mezzo al guado comporta oggi per l’Europa il trovarsi di fronte ad un insieme di sfide esistenziali che pongono una drastica alternativa : o un rapido e sostanziale avanzamento verso un’unione politica federale o il tracollo dell’Europa.

Le sfide esistenziali con cui si confronta il processo di unificazione sono fondamentalmente quattro.

1. La sfida della solidarietà. La disuguaglianza e la disoccupazione i divari di sviluppo fra gli stati membri sono cresciuti a un tale grado da mettere in serio pericolo la sopravvivenza dell’euro. E’ diventato sempre più urgente il passaggio da un’integrazione essenzialmente negativa (eliminazione degli ostacoli al libero movimento delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi) ad una integrazione anche positiva, cioè accompagnata da forti politiche sopranazionali capaci di affrontare gli squilibri economici, sociali e territoriali inevitabilmente prodotti da un mercato non adeguatamente governato. Si tratta di ristabilire a livello sopranazionale l’equilibrio fra democrazia e mercato che a livello nazionale è stato messo in crisi dalle dimensioni continentali e per molti aspetti mondiali raggiunte dall’economia e dalla società. Il che richiede istituzioni europee fornite delle necessarie competenze e risorse e sottoposte al controllo dei cittadini europei.

2. La sfida della sicurezza. Ci sono anzitutto le minacce provenienti dal quadro globale schematizzabili in tre punti :

– la globalizzazione non governata, cioè guidata da una impostazione liberistica, che ha prodotto un grande sviluppo complessivo, ma anche le gravi contraddizioni rappresentate dalla povertà, dai divari di sviluppo, da sempre più gravi crisi economiche e finanziarie, dal ritorno del protezionismo e dalle migrazioni bibliche ; – il crescente disordine internazionale, caratterizzato dalla ripresa della corsa agli armamenti, dal dilagare delle guerre (soprattutto, ma non solo, civili e interetniche), dal terrorismo internazionale, dall’affermarsi, nel complesso, di un pluripolarismo conflittuale, che ha fatto seguito all’inesorabile declino dell’egemonia americana (di cui la politica nazionalistica e destabilizzante di Trump è un’organica manifestazione) ;

– la minaccia ecologica e in particolare del riscaldamento climatico (chiaramente connessa con l’interdipendenza non governata) che, in mancanza di scelte urgenti e radicali in direzione di un modo di vivere ecologicamente sostenibile, apre prospettive catastrofiche per l’umanità.

Alle minacce di origine globale si sommano i gravissimi pericoli provenienti dalle regioni confinanti con l’UE. Anzitutto va sottolineata la situazione esplosiva del Medio Oriente e dell’Africa che produce, oltre al dilagare delle guerre, spaventosi fenomeni terroristici e migrazioni bibliche. In secondo luogo va ricordata la seria minaccia derivante dalle tendenze neoimperialiste della Russia che sono chiaramente connesse con l’arretratezza socio-economica e il regime autoritario di questo paese.

Per rispondere alle minacce di origine globale e a quelle ai confini dell’UE, oltretutto in un contesto in cui non si può più contare sulla protezione americana, non è più rinviabile la necessità di federalizzare la politica estera, di sicurezza e di difesa europea. Qui va sottolineato che, diventando una potenza capace di agire efficacemente sul piano internazionale, l’Europa potrebbe fornire un contributo determinante alla formazione di un sistema pluripolare strutturalmente cooperativo.

Non va dimenticato che la costruzione della pace nel mondo era indicata nella Dichiarazione Schuman come la missione fondamentale caratterizzante il ruolo internazionale della unità europea e che l’UE – proprio perché è stata un grandioso processo di pacificazione derivato da una esperienza di conflittualità che ha condotto l’Europa sull’orlo dell’autodistruzione – ha una vocazione strutturale ad esportare la sua esperienza integrativa e, quindi, ad operare come ‘potenza civile’, una potenza cioè che persegue il superamento della politica di potenza, in altre parole politiche strutturali di cooperazione internazionale pacifica. Questa vocazione strutturale dell’Europa potrà manifestarsi in modo incomparabilmente più efficace se alla sua potenza economica si sommerà il fatto di diventare un attore pienamente globale.

3. La sfida migratoria. La drammatica emergenza che si è prodotta negli ultimi anni è rappresentata dal fatto che le dimensioni del flusso migratorio (entro certi limiti necessari per lo sviluppo dell’Europa) sono diventate insostenibili. Ciò è legato essenzialmente alla acuta instabilità del Medio Oriente e dell’Africa, a cui si aggiunge un ulteriore fattore destinato a incrementare in modo drammatico l’ondata migratoria verso l’UE, cioè lo sviluppo demografico dell’Africa, destinato a raddoppiare in pochi decenni la sua attuale popolazione di un miliardo e 150 milioni.

Si tratta di un numero troppo grande rispetto alla capacità di sviluppo di questo continente in mancanza di un grandioso piano di aiuto allo sviluppo da parte dei paesi più ricchi e avanzati. Questo fattore (integrato dalla gravissima instabilità e dalle conseguenze dei cambiamenti climatici in termini di desertificazione e carenza di acqua e produzione alimentare) è chiaramente destinato a forzare l’emigrazione di centinaia di milioni di persone.

Per rispondere a questa sfida di enormi dimensioni, è necessario un grande disegno di governo dell’emigrazione capace di affrontarlo nella sua globalità. Una componente fondamentale di questo disegno è rappresentato da una organica politica europea di integrazione dei migranti diretta a trasformarli in cittadini con pienezza di diritti e di doveri e da un impegno unitario nella lotta contro l’immigrazione clandestina. Questa politica comune è necessaria per ragioni evidenti di efficienza, per evitare disparità di trattamento che sono fonti di contenziosi e conflittualità tra gli stati membri, per dare sostegno a quelli più deboli ed esposti, nei quali altrimenti tendono ad affermarsi scelte in contrasto con i diritti umani. L’altra componente fondamentale di un valido ed adeguato governo dell’emigrazione è costituita dall’affrontare seriamente i problemi che spingono alla fuga in massa e caotica dalle regioni di provenienza degli emigranti. Si tratta chiaramente da parte dei paesi più avanzati (e quindi dell’Europa) di impegnarsi a fondo per superare le ingiustizie clamorose della globalizzazione economica. E si tratta altresì di affrontare con determinazione l’instabilità cronica di intere regioni (Medio Oriente e Africa) e il degrado ecologico che spingono immense masse di esseri umani disperati ad abbandonare le loro terre per una esigenza elementare di sopravvivenza. Il criterio ispiratore di una valida politica per governare le spinte ad emigrare è quello del Piano Marshall che contiene un aiuto decisivo sul piano economico e su quello della sicurezza subordinato a un graduale ma effettivo progresso in termini di pacificazione, integrazioni regionali e democratizzazione.

Questo disegno presuppone ovviamente un avanzamento dell’integrazione economica, che renda disponibili risorse ben maggiori di quelle attuali dedicate alla politica di integrazione degli immigrati, e il passaggio ad una politica europea veramente unitaria nel campo delle relazioni internazionali, della sicurezza e della difesa.

4. Alle tre sfide ricordate si deve aggiungere quella proveniente dalla crescente disaffezione dei cittadini europei nei confronti dell’unificazione europea che si è manifestata nel modo più generale e rilevante nell’avanzata delle tendenze nazionalpopulistiche, le quali, invece che al completamento dell’unificazione europea, mirano alle chiusure nazionali. Questo fenomeno, che ha avuto la manifestazione più clamorosa nella formazione di un governo nazional-populista in un paese fondatore dell’UE come l’Italia, è chiaramente legato all’incompletezza dell’unificazione europea che alimenta due fattori.

Il primo è costituito dall’incapacità dell’UE di affrontare in modo efficace i problemi più acutamente sentiti dai cittadini, che si riferiscono ai differenti aspetti della sicurezza (economica, sociale, ecologica, internazionale, governo dell’emigrazione, terrorismo). Il secondo fattore consiste nella mancanza di una reale legittimazione democratica delle istituzioni europee, dato che le fondamentali decisioni degli organi dell’UE non sono né efficienti né soggette ad un controllo democratico corrispondente a quello richiesto dai canoni della civiltà politica occidentale. È chiaro che questa situazione rinvia all’esigenza di un vero governo europeo democratico ed efficiente.

Se, come ho detto all’inizio l’unica risposta adeguata alle sfide esistenziali sopraricordate è un rapido e decisivo avanzamento verso l’unione politica federale, occorre ora sottolineare che questo avanzamento non può essere realizzato con la partecipazione fin dall’inizio dei 28 stati membri dal momento che alcuni di essi (in particolare il Regno Unito , gli stati scandinavi e alcuni stati europei orientali, senza dimenticare l’attuale situazione ambigua dell’Italia) non mostrano in questa fase la minima disponibilità ai trasferimenti di sovranità che la federazione comporta.

Pertanto non c’è alternativa all’iniziativa di una avanguardia, come è sempre avvenuto nel processo di unificazione europea ogni volta che veramente importanti passi avanti sono stati compiuti. In questa prospettiva si impone l’adozione del metodo della integrazione differenziata, che oggi significa concretamente realizzare una federazione nel quadro di una struttura in cui prevale il metodo confederale (l’UE più ampia comprendente tutti gli stati membri). Gli stati non pronti al salto federale manterrebbero ovviamente i diritti acquisiti (anzitutto la partecipazione al mercato unico) e sarebbe loro garantita la possibilità di aderire più avanti al nucleo federale. Va inoltre precisato che per la procedura costituente si dovrà scegliere la via di un nuovo trattato e non quella della revisione del Trattato di Lisbona che richiede l’unanimità.

Concludo con alcune osservazioni circa i risultati delle recenti elezioni europee caratterizzate dalla sfida lanciata dai partiti sovranisti all’unificazione sopranazionale. Due sono gli elementi fondamentali da evidenziare.

Il primo è che i sovranisti almeno per questa volta non hanno vinto. I loro numeri sono stati contenuti quasi ovunque, con l’eccezione dell’Italia e del Regno Unito. Le forze anti-europee sono cresciute di una ventina di seggi, ma, indebolite dalla loro inevitabile frammentazione, non possono influire seriamente sugli equilibri dell’UE. Il secondo elemento è che all’arretramento dei partiti tradizionali (popolari e socialisti) ha corrisposto l’ascesa di forze europeiste di stampo liberale e ambientalista. Non solo i verdi sono infatti i vincitori morali di questa tornata elettorale, ma lo sono anche i liberali che vedono crescere di molto il loro peso politico, soprattutto laddove sono portatori di un disegno di rilancio politico dell’Europa. Questo è un segnale positivo se si crede che in Europa sia urgente approfondire l’unità economica e politica dei paesi che sono disponibili a farlo.

A questo punto ci sono le condizioni perché si avvii un processo costituente dell’unione politica federale. Decisivo è che i partiti europeisti sviluppino nella legislatura europea 2019-2024 una iniziativa paragonabile a quella di Spinelli nella prima legislatura del Pe direttamente eletto, che portò all’approvazione nel 1984 di un progetto di costituzione federale europea, bloccato dai governi ma che comunque mise in moto importanti avanzamenti del processo di integrazione europea.

Articolo pubblicato su « Paradoxaforum ».

Fonte immagine : the Spinelli Group.

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