Da un summit del G20 tenutosi negli Stati Uniti sotto l’attuale amministrazione repubblicana in pochi si sarebbero aspettati un evento privo di frizioni e disaccordi, e infatti questi non sono mancati.
Le prime perplessità sono emerse fin da prima dell’effettiva riunione ad Asheville (Carolina del Nord), a causa dell’agenda predisposta dal Segretario al Tesoro USA Scott Bessent, incentrata unicamente su temi legati alla crescita economica e senza alcun rimando a cambiamento climatico e disuguaglianze, che negli ultimi tempi erano stati spesso discussi nelle varie edizioni del summit. Il G20 di Asheville, tenuto dal 29 agosto al 1° settembre, è stato un riflesso fedele delle priorità strategiche dell’amministrazione Trump. I temi principali sono stati infatti il surplus commerciale cinese, la regolamentazione dell’IA e lo stato del conflitto in Iran, con particolare attenzione degli USA che hanno chiesto un aumento della pressione economica verso il regime degli Ayatollah.
Proprio il primo dei tre punti è stato fondamentale nel provocare la decisione da parte della Cina di non approvare il comunicato congiunto finale, che è stato dunque sostituito da una dichiarazione della presidenza americana del G20 nella quale si invitano i Paesi con surplus eccessivi ad attivarsi per rimuovere le distorsioni che questi causano, eliminando anche le “politiche e pratiche non di mercato”. Risulta emblematico il fatto che su questo punto la Cina si sia ritrovata sostanzialmente isolata all’interno del gruppo dei venti. Questo denota il fatto che tale contrapposizione non è soltanto un tentativo dell’Occidente di frenare l’avanzata cinese, ma l’espressione di una più ampia preoccupazione condivisa anche da Stati con rapporti più stretti con Pechino, come India, Brasile, Indonesia e persino dalla Russia.
La presenza del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha rappresentato un ulteriore elemento di tensione. L’invito di un rappresentante della Russia è stato motivo di irritazione da parte delle delegazioni dei Paesi dell’UE che hanno aspramente criticato la scelta, comunicatagli solo a ridosso del summit. Considerando il viaggio intrapreso da Jared Kushner e Steve Witkoff a Mosca nei giorni immediatamente successivi, la presenza al G20 del ministro russo potrebbe rappresentare un segnale di distensione, nell’ottica di una possibile risoluzione del conflitto in Ucraina.
Il più importante terreno di discussione nel corso del summit è stato quello dello sviluppo delle IA e dei data center. A riprova dell’importanza di questo tema, durante il vertice sono intervenuti (in presenza o in collegamento) Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, il co-fondatore di OpenAI Sam Altman, Mark Zuckerberg ed Elon Musk. La presenza di alcuni dei più importanti protagonisti del panorama dell’intelligenza artificiale assume una rilevanza ancora maggiore se si considera il fatto che questi sono intervenuti per sostenere una tesi comune: l’IA può portare enormi benefici all’economia aumentando la produttività, generando investimenti e potenziando le capacità della ricerca, e per questo non deve essere regolamentata in maniera rigida, cosa che rallenterebbe il suo sviluppo.
Questa posizione è condivisa dal governo di Washington, che ha consigliato agli alleati di seguire il modello americano, mentre dall’altro lato dell’Atlantico è stato approvato ad agosto l’AI Act, che regola l’uso e lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale nell’UE, prevedendo diverse categorie di rischio e obblighi di trasparenza. Huang ha intimato ai governi di intervenire solo su problemi reali e verificabili invece di legiferare su pericoli ipotetici, mentre Altman e Demis Hassabis, amministratore delegato di Google DeepMind, hanno sottolineato la necessità di un maggiore coordinamento internazionale nell’affrontare le questioni riguardanti la sicurezza informatica.
Anche questa discussione è stata inevitabilmente influenzata dalle azioni della Cina, che investe sempre di più sulla creazione di modelli open weight, nei quali i parametri che definiscono il comportamento del modello stesso possono essere scaricabili e utilizzabili (ma non il codice sorgente e i dati di addestramento, come accade per i modelli open source). Questo contribuisce a ridurre i costi e a promuovere la diffusione dei modelli cinesi a livello internazionale.
Un elemento che sembra essere ancora ignorato quando si parla dello sviluppo delle IA è la crescente contrarietà della popolazione verso la costruzione di nuovi data center, indispensabili per l’addestramento e il funzionamento delle intelligenze artificiali. Si stanno moltiplicando, principalmente negli Stati Uniti ma anche nel resto del mondo, le manifestazioni contrarie alla loro costruzione, a causa del loro alto consumo di energia e risorse (soprattutto idriche), che non viene in alcun modo bilanciato da un aumento del benessere nelle località in cui sorgono.
Agli occhi dei rappresentanti dell’UE, il Commissario europeo per l’economia Valdis Dombrovskis e la Commissaria europea per le tecnologie digitali Henna Virkkunen, dovrebbe ormai apparire chiaro come né Washington né Pechino siano disposti a condividere il primato nelle tecnologie digitali al quale ambiscono. Entrambe vogliono imporre il proprio modello al resto del mondo, e specialmente gli Stati Uniti avranno modo di proporre nuovamente il proprio modello durante la prossima riunione, che si terrà a dicembre in un golf club a Doral, di proprietà dello stesso presidente Trump.
Risulta evidente il clima di tensione che attualmente caratterizza l’economia globale, all’interno del quale l’UE dovrà trovare il modo di preservare la propria competitività e il benessere dei suoi cittadini. Da un lato è vero, come sostengono gli Stati Uniti, che il surplus commerciale cinese rappresenta un potenziale elemento di instabilità nei mercati internazionali, e che la crescita dell’UE rischia di rallentare a causa di regole troppo invadenti. Dall’altro, è anche vero che i cittadini europei sarebbero sicuramente contrari all’adozione del modello americano, il quale significherebbe rinunciare alle tutele rappresentate dai regolamenti europei per fare spazio ad uno sviluppo tecnologico che, almeno per ora, sembra offrire più rischi che benefici per la società. Sarebbe però errato da parte dell’UE rinunciare alla corsa all’IA, poiché come già dimostrato dalla Cina il divario rispetto ai leader della gara può essere colmato in brevissimo tempo. Tuttavia, per riuscire in questa rimonta, l’UE dovrà necessariamente formulare un piano di azione adeguato e sbloccare importanti investimenti nel settore. In caso contrario, anche questa volta dovremo limitarci a legiferare su ciò che altri creano, mantenendo dunque un controllo e un’influenza limitata sui suoi sviluppi.

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