Circa un mese fa, l’asse Washington-Tel Aviv ha avviato una guerra considerata di sicurezza esistenziale da Israele; e, secondo la prospettiva americana, di necessità economico - finanziaria. Ritengo opportuno inquadrare la nuova crisi del Golfo nel quadro globale: considerando gli avvenimenti degli ultimi mesi, dovremmo infatti considerare l’accanimento trumpiano sul territorio iraniano come un’altra mossa nella partita, caratterizzata da imprevedibilità, tra USA e Cina.
Non è infatti un caso che il maggior importatore di petrolio iraniano sia proprio la Cina, come sempre quest’ultima è il principale partner commerciale e acquirente di greggio del Venezuela. La guerra avviata contro l’Iran ha una duplice valenza per gli USA: destabilizzare la forza assunta dall’Iran nella regione; ma soprattutto bloccare l’export di greggio iraniano verso la Cina, così da arginarla politicamente.
In questo piano, i danni per l’Europa sembrano essere un aspetto collaterale. Per noi europei l’instabilità regionale del Golfo costituisce un duro colpo al nostro spazio energetico vitale: necessitiamo dell’energia che passa da Hormuz, a differenza degli Stati Uniti che sono maggiormente indipendenti. Di conseguenza l’Europa sta già subendo un duplice contraccolpo: sul piano economico con l’aumento del greggio; sul piano politico con un possibile aumento dei flussi migratori e del terrorismo. Per tale ragione, Hormuz non è da considerarsi solo il teatro di una crisi energetica, vista anche la vastità delle risorse che vi transitano quotidianamente, bensì l’ennesima dimostrazione dell’incompatibilità, per tempo e spazio, degli interessi statunitensi rispetto a quelli europei.
La relazione storica tra USA e l’Europa rimanda a Giambattista Vico e alla sua teoria dei “corsi e ricorsi storici” [1], per cui la storia non si muoverebbe seguendo una linea retta, bensì a cicli, seguendo delle leggi intrinseche che rispecchiano la natura stessa dell’uomo. Molto di frequente è successo, come oggi, che gli Stati europei volessero un rapporto più stretto con gli Stati arabi e del Medioriente, in particolare sul piano energetico, e che ciò fosse ostacolato dalla volontà statunitense. L’odierna situazione altro non è che il riprodursi di fattori e circostanze “cicliche” che si sono già presentate in passato. Il riferimento è allo shock petrolifero del 1973: proprio da quella crisi, per la prima volta, si capì chiaramente come USA ed Europa avevano, anche per ragioni geografiche, interessi discordi.
L’allora Ministro degli Esteri italiano, l’Onorevole Aldo Moro voleva dare all’Italia e all’Europa una capacità di scelta in ambito energetico, maggiormente autonoma e non più subordinata agli interessi americani. Fu proprio in quella occasione che Moro sfruttò la posizione strategica dell’ENI in Iran; riprese il dialogo con la Libia di Gheddafi e costruì il gasdotto italo-algerino [2]. Con l’appoggio degli altri partner europei, specialmente della presidenza francese di allora, i leader della CEE decisero, già nel 1972, di avviare la politica mediterranea generale della CEE. Gli Stati comunitari tentarono di stabilizzare i rapporti con i Paesi Arabi, passando da trattati bilaterali a multilaterali. La strategia si basava su un sostegno tecnologico e politico volto ad affrontare dinamiche strutturali quali: sicurezza, stabilità, flussi migratori e permettendo lo sviluppo degli Stati Arabi. La nuova linea politica era sintetizzata dalla frase "oil for technology”. Ovviamente, tale “generosità” garantiva alla CEE la possibilità di evitare destabilizzazioni regionali, che avrebbero potuto mettere in uno stato di allerta l’approvvigionamento energetico europeo. A tale iniziativa seguì il vertice di Copenaghen del 1973, il quale portò all’importante incontro nel 1974 tenutosi a Parigi, con cui ebbe avvio formalmente il dialogo tra la CEE e i rappresentanti della Lega Araba. L’intesa fece capire agli europei come fosse necessario diversificare l’approvvigionamento energetico e, soprattutto, che gli interessi statunitensi si discostavano da quelli del Vecchio Continente.
Ora, l’incontro avvenuto lo scorso 17 aprile, a Parigi nel palazzo dell’Eliseo, ben s’inquadra in questo excursus storico, nella misura in cui pare abbia riacceso la speranza di vedere una Europa diversa. Il Presidente Macron ha incontrato la Premier Meloni, il Cancelliere Merz, il Premier britannico Starmer ed altri esponenti istituzionali di vari Paesi, questi ultimi collegati in video call. Durante il vertice è stata concepita la necessità di una coalizione navale internazionale per garantire la libertà di navigazione. Il Presidente francese ha richiesto una “piena ed incondizionata” riapertura dello snodo strategico in totale sicurezza, volta a ripristinare il flusso commerciale in Europa. Al vertice ha partecipato, sempre in video conferenza, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la quale ha espresso con favore l’avvio di una missione pacifica per riaprire, stabilire e consolidare il commercio nello stretto iraniano, affermando a tal proposito: “Ripristinare la piena e permanente libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz è una priorità urgente e condivisa”. Al termine della riunione Starmer ha programmato un nuovo incontro a Londra per stabilire i contorni di questa missione navale. Leggermente riluttante il Cancelliere tedesco Merz nell’attuare questa spedizione, senza prima avere una forte base giuridica, come un’eventuale risoluzione ONU, mentre secondo la Premier Meloni: “una presenza navale internazionale a Hormuz può essere avviata soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”.
Nonostante vi siano delle posizioni in parte contrastanti in termini di tempistiche e margine di azione, sembra forte il consenso circa l’importanza della riapertura dello stretto. Come ha confermato Kaja Kallas :“la missione navale Aspides dell’UE sta già operando nel Mar Rosso e può essere rapidamente rafforzata per proteggere la navigazione in tutta la regione. Questo potrebbe essere il modo più rapido per fornire supporto”. Queste stesse parole generano un sottofondo di perplessità su come agire. La linea della Kallas è chiara: una missione a bandiera europea. Diverso è l’approccio di alcuni esponenti, primo tra tutti Macron, che parlano di una missione multinazionale con un coordinamento intergovernativo, coinvolgendo in questo modo anche Paesi extra-Ue, come il Regno Unito. Se così fosse, la missione, ovviamente con scopo difensivo ed autonoma rispetto alle parti in conflitto, dovrebbe affrontare un’altra problematica: come organizzarsi sul piano operativo-militare data la grande dipendenza europea dalla NATO, quindi dagli USA.
In generale, comunque, gli sviluppi di questa guerra sono da considerarsi come un chiaro segnale di abbandono da parte dei nostri primi e storici alleati. Questa dinamica mette a nudo come il progressivo deterioramento dei rapporti transatlantici dovrebbe spingere l’Unione Europea ad intraprendere, con decisione, la strada del federalismo.
Questa situazione instabile ha prodotto un duplice effetto: diretto ed indiretto. Il primo ha portato all’incontro descritto precedentemente; il secondo è più profondo e strutturale: questo blocco del nodo strategico ha riportato al centro dell’opinione pubblica e dell’agenda politica la necessità di investire nella produzione energetica interna. Per un’Europa diversa non s’intende qui solo un dialogo più intenso tra i Paesi membri, ma anche una politica congiunta, specialmente energetica, impostata sulla cooperazione e sullo sviluppo di idee ed obiettivi condivisi dagli Stati membri. Ogni Paese europeo deve scorgere questa crisi energetica non come un problema limitato al proprio Paese e alla propria popolazione, bensì come una questione politica comunitaria, da affrontare insieme. Dobbiamo imparare dai nostri statisti del ’73, mostrandoci coraggiosi come furono loro.
Alla luce di queste considerazioni, è impossibile non definire in termini di crisi le attuali tensioni nello Stretto. Tuttavia, secondo una prospettiva incentrata sul futuro e sulla speranza, voglio considerare l’attuale momento storico come un’opportunità per l’Europa per divenire maggiormente coesa ed energeticamente sovrana. Tutto ciò può essere realizzabile se iniziamo a focalizzarci ed investire in determinati settori di sviluppo strategici come, a titolo esemplificativo e non esaustivo, il metals and mining, il nucleare e molti altri settori che sono stati messi in lista d’attesa per circa trent’anni.
Il mondo sta cambiando. Sta agli europei capire se tornare a giocare un ruolo cruciale, possibile con una federazione europea, in questa tempesta multipolare; o se continuare a dissolverci, schiacciati della crescita di molteplici attori globali.
A noi la scelta.
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