I curdi. Il più grande popolo senza stato

, di Anna Comelli

I curdi. Il più grande popolo senza stato

I curdi, un popolo travagliato fin dalle sue origini e che è tornato tristemente alle cronache negli ultimi mesi a causa della decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di ritirare le truppe americane dal Nord-Est della Siria e il conseguente inizio di occupazione da parte della Turchia. Ma prima di tutto chi sono i curdi e in quali territori sono stanziati? I curdi sono circa 25 milioni di cui la maggioranza è musulmana sunnita e circa un quarto è residente in Turchia. Il loro territorio, il Kurdistan, è diviso tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. La loro storia è segnata dal passaggio sotto varie dominazioni e ciascuno dei conquistatori promise loro la creazione di un uno stato indipendente: promesse mai mantenute.

Già gli ottomani, verso la metà del Cinquecento, si erano impegnati a riconoscere uno stato curdo in cambio della loro alleanza contro la Persia. Ma all’inizio del XVII secolo il Kurdistan viene diviso tra persiani e ottomani per poi essere totalmente inglobato da questi ultimi nell’Ottocento. La sconfitta dell’impero ottomano nella prima guerra mondiale e il suo successivo smembramento sembravano offrire una speranza concreta ai curdi. Speranza diventata realtà grazie al trattato di Sèvres del 1920 che prevedeva la costituzione del Kurdistan nei suoi territori originari con capitale Diyarbakir, ancora oggi la più grande città curda della Turchia. Purtroppo questo sogno non era destinato a durare. La guerra di indipendenza turca consacrò come vincitore e padre della Turchia Mustafa Kemal detto Ataturk il quale sconfessò quanto disposto dal trattato di Sèvres non riconoscendo l’autorità del precedente potere ottomano. Con l’accordo di Losanna del 1923 approvato dalla nuova Turchia di Ataturk si persero le speranze per il popolo curdo di ottenere un proprio stato.

Nel 1974 Mustafa Barzani, padre di Massud, l’attuale presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno (KRG) istituita nel 2005, lanciò la lotta armata per l’indipendenza dei curdi nell’Iraq del nord. Accorsero in sostegno della causa curda, sia in termini militari sia economici, Israele e l’Iran, ovviamente non per motivi etici ma strettamente strategici. Tali circostanze favorevoli ai curdi ebbero fine quando nel 1975 Baghdad accordò alcune concessioni territoriali all’Iran e in Israele avvenne un cambio di strategia; cadde quindi l’interesse delle due potenze a sostenere la causa dei curdi.

Nel 1978 viene fondato ad Ankara su iniziativa di Abdullah Öcalan il PKK, partito curdo dei lavoratori di orientamento marxista, che nel 1984 lanciò un’insurrezione armata in Turchia, finendo così per essere considerato alla stregua di un’organizzazione terroristicha da parte di Stati Uniti e degli Stati europei. Öcalan strinse un’alleanza con Hafiz al-Assad, padre dell’attuale presidente siriano, ma quest’ultimo usò l’alleanza con i curdi come mero strumento di pressione per muovere rivendicazioni territoriali verso la Turchia e, nel momento in cui le pressioni turche divennero troppo forti, ricusò l’alleanza con Öcalan il quale nel 1999 fu catturato in Kenya dopo una lunga fuga che toccò molti paesi (tra cui anche Russia e Italia). Attualmente sconta una condanna all’ergastolo nel carcere sull’isola turca di Imrali, nel mare di Marmara.

Siamo arrivati così agli ultimi sconvolgimenti in Siria, un paese travagliato dalle differenze religiose ed etniche. La maggioranza della popolazione è sunnita, mentre il regime di Assad è espressione della minoranza sciita-alawita. Inoltre la maggioranza dei siriani sono arabi, ma esistono numerose minoranze, tra cui i curdi (5 per cento della popolazione siriana). Le fazioni militari dei curdi-siriani, in particolare l’YPG (Unità di Protezione Popolare), nelle fasi iniziali della guerra civile siriana, nel 2012, riuscirono a ottenere il controllo dei territori abitati in maggioranza dalla popolazione curda abbandonati dalle forze governative siriane. La maggior parte dei territori vennero occupati nel 2014 dall’ISIS, forte dei successi ottenuti in Iraq, dando inizio allo scontro tra le milizie curde e il sedicente Stato Islamico. Il simbolo di questa lotta divenne la città di Kobane, liberata nuovamente qualche mese dopo grazie anche all’appoggio dell’aviazione statunitense. Sempre con il supporto americano i curdi riuscirono a cacciare l’ISIS anche dai territori popolati da arabi. Nacque così l’esigenza di un’alleanza non solo curda e così nello stesso anno furono create le Syrian Democratic Forces, di cui fanno parte, oltre all’YPG curdo, anche milizie arabe e di altre etnie. Questa espansione è stata osteggiata dalla Turchia che ha sempre temuto la nascita di uno stato curdo ai suoi confini, per il timore di vedere drasticamente compromesse le proprie linee di approvvigionamento. La Turchia presidia militarmente alcune regioni siriane precedentemente occupate dall’ISIS ed in particolare l’area tra i due centri nevralgici del Rojava curdo, quella orientale di Kobane e quella occidentale di Afrin. La tensione causata da questa mossa culmina nel gennaio 2018 con l’”Operazione Ramoscello d’Ulivo”. L’esercito turco conquistò Afrin, lasciata sguarnita dagli USA che si erano concentrati sul cantone orientale. A ottobre 2019 Trump ha però annunciato con un tweet il ritiro delle truppe americane da queste zone. La Turchia ne ha immediatamente approfittato e il 9 ottobre ha iniziato ulteriori offensive contro i curdi. Le immediate conseguenze sono la fuga di civili e una situazione ancora più instabile politicamente. Un proverbio curdo recita «Nessuno ci è amico, tranne le montagne», ma, purtroppo per la lotta armata curda, in Siria non ci sono neanche quelle. La Turchia, anche grazie al sostegno della Russia, ha raggiunto il suo obiettivo di creare una zona cuscinetto al confine con i territori controllati dai curdi, ma non lo ritiene ancora sufficiente, anzi sostiene che questa situazione rischia di essere una zona franca per i terroristi del PKK.

E l’Europa? L’Europa ancora una volta dimostra la sua incapacità di essere partecipe e potenzialmente protagonista del dialogo tra le grandi potenze. Oltretutto bisogna considerare che l’Europa si trova in una posizione sfavorevole dal punto di vista geografico: è vicino alla zona dei disordini e si trova schiacciata tra essa e la superpotenza americana. Da dove nasce questa quasi totale incapacità di gestire il problema? Ha le sue origini nell’ostinazione degli Stati europei di non creare uno stato di tipo federale che possa prendere decisioni effettive in tema di politica estera e di difesa. Dopo il fallimento della CED (Comunità Europea di Difesa) nel 1954 non hanno avuto molta più fortuna i progetti orientati a creare una politica comune di difesa. Infatti, nella struttura attuale dell’UE, le decisioni di politica estera vengono prese autonomamente dagli Stati membri e una risposta europea è possibile solo se c’è un accordo unanime tra tutti gli Stati. Nell’intero Dopoguerra l’Europa ha delegato agli Stati Uniti il compito di proteggerla e adesso che l’amministrazione americana non si mostra più particolarmente favorevole al continente europeo, gli Stati sovrani europei si sentono tremare la terra sotto i piedi. L’atteggiamento di rimediare ai problemi nel momento in cui si presentavano senza pensare a politiche di lungo raggio, sta mostrando tutti i suoi limiti e le sue mancanze. Il popolo europeo e i suoi governanti devono rendersi conto dell’urgenza di una politica comune estera e di difesa, indissolubilmente collegate.

Articolo precedentemente pubblicato su: Publius.

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