I federalisti alla prova della Conferenza sul Futuro dell’Europa

, di Giulio Saputo, Jacopo Barbati

I federalisti alla prova della Conferenza sul Futuro dell'Europa
Manifestazione «March for Europe», Roma, 25/03/2017. © Gioventù Federalista Europea

Draghi ha tenuto un discorso molto chiaro in Parlamento sulla sua idea del ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo, sull’euro e sull’Unione europea in sé. Alla luce del dibattito che ne è scaturito nelle due camere di rappresentanza, proviamo a chiederci che spazio resta all’idea federalista dal momento in cui quasi tutti i partiti politici (persino la Lega di Salvini) affermano di essere europeisti.

Dopo il lancio del Next Generation EU, viviamo in una realtà in cui l’Europa è al centro del dibattito pubblico e persino la Meloni (dichiarandosi per un’Europa “confederale” e “delle patrie”) attacca Draghi per il suo passato alla BCE e per la posizione che tiene nel discorso di insediamento, cadendo nella ormai nota fallacia logica per cui si finisce per equiparare la stessa UE ad uno stato federale. Non è così e non si tratta di sfumature. Draghi non si è mai dichiarato schiettamente federalista, come l’UE non è l’Europa immaginata dai confinati di Ventotene.

Ovviamente è un fatto positivo che il Presidente del Consiglio abbia fatto delle dichiarazioni programmatiche così importanti, ma solo alla luce dei fatti si potrà tracciare marcatamente la differenza tra federalismo ed europeismo generico. Da questa linea si comprenderà se per i federalisti si sta trattando di un passo in avanti nella conquista di una sorta di egemonia culturale o di un’ennesima vittoria di Pirro. Al momento propendiamo per la seconda, ritenendoci piuttosto lontani dal successo se nel pensiero mainstream lo status quo si confonde ancora col progetto rivoluzionario.

Dunque, cosa resta da fare agli eredi di Spinelli, di Rossi e di Colorni per non rischiare di finire nell’orbita della confusione, della distorsione, della strumentalizzazione o della subalternità?

Dal tacito consenso al sovranismo

Crediamo sia opportuno provare ad andare con ordine e guardare alla storia degli ultimi anni. Tutto ha inizio col “post-Maastricht blues” e con le prime avvisaglie dell’incepparsi del meccanismo “crisi-iniziativa-leadership” che aveva mandato avanti il processo di integrazione europeo fino a quel momento col tacito consenso dei cittadini. Il fallimento della proposta di costituzione europea nel 2005 ha poi interrotto definitivamente lo slancio che nel quindicennio precedente aveva portato a Maastricht, all’introduzione dell’euro e all’allargamento del 2004, dimostrando che sarebbe stato impossibile procedere oltre senza il consenso degli europei. La crisi economica del 2008 ha spostato l’attenzione politica su altri temi e le speranze dei federalisti per un concreto avanzamento nel processo di integrazione erano quindi concentrate sullo spingere i governi a rompere l’impasse post crisi che ci aveva consegnato un’Unione con una leadership intergovernativa fortemente rafforzata. Da anni, dunque, questa necessità strategica aveva creato numerosi problemi di identificazione politica. I federalisti erano già percepiti in modo limitato e fazioso da una parte ristretta dell’opinione pubblica come “quelli della Merkel” o “quelli del PD”. Molti hanno iniziato a fare confusione tra europeisti e federalisti, ma la differenza è sempre stata piuttosto chiara: tutti coloro che si definivano “pro-Europa” in modo generico erano gli europeisti, chi aveva un progetto e un’agenda concreta per realizzare una federazione nel continente come primo passo per unire l’umanità erano i federalisti.

Dalla crisi di governo del 2011 in Italia e, in generale, con l’europeizzazione della risposta alla crisi dei debiti sovrani, le politiche nazionali non hanno più potuto ignorare uno schieramento politico anche a livello sovranazionale. La questione iniziò a farsi centrale, poiché in molti iniziarono a far circolare l’idea che la durissima crisi economica fosse dovuta all’euro e all’UE e che quindi l’unica soluzione fosse quella di abbandonare l’Unione: erano nati i “sovranisti”. I federalisti erano ovviamente critici nei confronti di una moneta senza stato e dell’UE intergovernativa ma altrettanto ovviamente non potevano vedere nella rinuncia allo sforzo federalizzatore la soluzione dei problemi. La reazione di allora fu quella di lavorare nel tentativo di prendere le distanze dall’Europa dei governi e di criticare “l’aria fritta” della politica, cioè dei proclami a cui non seguivano atti concreti. In particolare, con il rilancio del dibattito interno alla galassia federalista si è provato a ricostruire «una coscienza di pensiero autonomo». Con questa definizione intendiamo il tentativo di sistematizzazione della specificità di un’identità indipendente da quelle partitiche o “leaderistiche” di chi si definisce “federalista”. Qualcosa è stato fatto, il peggio è stato evitato, ma purtroppo il mito di Ventotene è stato comunque utilizzato a meri fini propagandistici (rimandiamo ad un vecchio articolo che allora mirava proprio ad affrontare questa situazione).

La reazione europeista

Il consenso crescente dei partiti sovranisti, “l’internazionale nazionalista”, e la Brexit hanno creato una ripresa nella diffusione dell’entusiasmo europeista e facilitato un ritorno in auge dell’europeismo organizzato (associazioni paneuropee, partiti, ecc..). Questa situazione ha spinto i federalisti a grandi mobilitazioni pro-UE negli anni successivi (inclusa l’ormai celebre “March For Europe” del 2017) dove non c’era alcun bisogno di tracciare una differenza marcata: gli avversari erano chiari e definiti poiché in discussione era tutto il processo di integrazione. Non c’era bisogno di distinguere chi era per un’Europa così com’è, per una integrazione funzionalista, federalista o intergovernativa perché dall’altra parte della barricata c’era chi voleva distruggere tutto. Le contraddizioni arriveranno solo successivamente, dopo la vittoria di Macron (che rischia di rappresentare la più grande illusione per le speranze federaliste nell’ultimo lustro), la riconferma di Merkel nel 2017 e quella consolante delle forze pro-UE alle elezioni europee del 2019.

I federalisti e gli europeisti hanno poi progressivamente lasciato il presidio delle piazze e della società civile e, contemporaneamente, hanno preso percorsi diversi, ma insieme hanno scelto di svolgere un ruolo di sostegno ai vincitori di quelle ultime elezioni spesso rendendo complicato distinguere gli uni dagli altri. Nel caso dei federalisti, la scelta di abbandonare l’avanguardismo per una politica più prudentemente gradualista si è accompagnata anche al concentrare in unico messaggio strategico tutta la complessità del proprio pensiero, riconducendo la battaglia federalista alla leva che avrebbe permesso di rimettere in moto il processo di integrazione: fornire di un bilancio dotato di risorse proprie l’Unione (in un primo momento la sola area euro). Purtroppo, questa importante scelta (che poi si è rivelata il punto giusto su cui rilanciare il processo, vista la risposta comunitaria alla pandemia) ha avuto due conseguenze sostanziali: da un lato ha ridotto ad un unico settore l’ambito di impegno dei federalisti nella speranza di trovare una sponda nei governi o nelle forze elette al PE, dall’altro la stessa elaborazione/analisi politica si è ristretta quasi a quel solo settore. Tutto un mondo ideologicamente complesso è stato ridotto per necessità ad un unico messaggio mirante a risolvere una contraddizione nell’architettura comunitaria in costruzione. La maggior parte dei federalisti nella propria comunicazione esterna ha lasciato da parte tutte le sfaccettature che gli davano un altro segno distintivo nella società per affermare la necessità di un passaggio tecnico e nel cercare di spiegarlo alla classe dirigente europea. I cittadini, i valori, le reti con la società civile sono passati completamente in secondo piano.

Le conseguenze sono state che si è passati dal sostegno ai leader europeisti vincitori delle elezioni alla semplificazione dell’elaborazione del messaggio politico per fini strategici, fino a cadere nella trappola di una vera e propria subalternità culturale.

Il rischio della subalternità e della strumentalizzazione

Questo processo di assecondamento è evidente, se guardiamo come ormai, dopo il famoso discorso alla Sorbona di Macron, sono in tanti a limitarsi a prendere le parole d’ordine dei leader di riferimento che si susseguono e a re-interpretarle, rendendole «accettabili» fino a farle proprie. Ad esempio, una terminologia che fino a qualche anno fa era riconducibile al nazionalismo più becero, diventa un modo di giustificare il realismo politico di un’azione orientata unicamente ad un obiettivo intermedio. Parliamo, ad esempio, della volontà di costruire un “sovranismo europeo”, accompagnato dalla pericolosa tendenza a non vedere altro: né le contraddizioni di un’Unione che tradisce sé stessa per l’incapacità di sanzionare le violazioni dello stato di diritto, né le degenerazioni delle democrazie comunitarie, né l’avallo delle scandalose politiche di esternalizzazione della gestione delle migrazioni. Il rischio è quello di non accorgersi che lo stesso processo di integrazione europeo non è immune alla nostra storia passata: fissare lo sguardo su un unico aspetto perdendo quello d’insieme finisce per renderci miopi. Al giorno d’oggi sono poche le forze politiche disposte a battersi per preservare le conquiste della civiltà europea, unendole ad una prospettiva di rilancio di una “utopia concreta”. Si sente la mancanza di un’avanguardia che metta a sistema questa riflessione.

Ignorando nel dibattito pubblico gli scandali in Libia, in Polonia, in Ungheria, nel Mediterraneo, a Lipa, ecc… Verrebbe provocatoriamente da chiedersi cosa distingue, alla fine, il sogno di Spinelli, Rossi e Colorni dall’Europa-fortezza di Forza Nuova o dall’Europa-nazione cui alcuni esponenti della Lega recentemente si sono richiamati. In modo ancora più sottile, dobbiamo domandarci cosa distingue un militante del MFE da uno del PD o di Volt. Certo non si può rispondere solo la preparazione sui temi del federalismo o la scelta dello strumento politico. Dov’è finita la complessità del pensiero federalista e la contraddizione fra fatti e valori come “questione personale” che dovrebbero segnare l’identità politica del militante?

L’altra faccia di questo dialogo con le classi dirigenti pro-UE è che allo stesso tempo c’è stata una sostanziale appropriazione da parte delle forze europeiste e di governo delle parole d’ordine federaliste, ma con un completo svuotamento del loro significato rivoluzionario. Spinelli e Ventotene diventano o un’astratta utopia da citare all’occorrenza o il sinonimo dell’Unione europea e dello status quo comunitario da difendere in un cortocircuito logico che non lascia spazio alle sfumature di un approccio “eurocritico” al processo di integrazione.

Arriviamo ad oggi. La Brexit e la pandemia da Covid-19 hanno funzionato da grandi acceleratori e potrebbero risolvere, con il dotarsi da parte dell’Unione di un proprio bilancio e di risorse proprie (con una capacità fiscale autonoma), il cuore della battaglia dei federalisti degli ultimi anni. Vedremo come andrà a finire, ma sembra che si stia percorrendo la giusta via col Next Generation EU.

In Italia si è passati dal primo governo euroscettico della storia repubblicana, ad uno profondamente europeista (con le stesse forze parlamentari). Stiamo assistendo alla retorica della maggioranza “tutti insieme con tutti quanti” che prendono come riferimento le stesse parole d’ordine, ormai “sdoganate” da anni di dialogo in posizione subalterna. In più, la distorsione del pensiero federalista giunge su un piano ulteriore poiché l’Europa è diventata il centro di tutta la nostra vita politica nazionale. In questo scenario il Manifesto di Ventotene (cioè il federalismo) non è solo svuotato completamente di significato, ma diventa un sinonimo di normalizzazione e di legittimazione di chi detiene posizioni politiche aberranti: europeisti sono un po’ tutti, anche quelli dell’Europa “nazione/fortezza” come WASP all’europea”.

Una via per uscire dall’impasse

La cosa paradossale è che il processo che abbiamo descritto precedentemente porta i federalisti ad avere oggi delle armi spuntate in un contesto che mai è stato così favorevole alla nostra azione. Perché se tutti si autodefiniscono europeisti (e persino federalisti) e se gli stessi federalisti ormai hanno accettato che anche quello di Macron o di Draghi è federalismo interpretando i loro messaggi “istituzionali” come rivoluzionari, improvvisamente il rischio è di ritrovarsi senza aver niente da rilanciare sul piatto delle proposte di avanguardia ma di ritrovarsi solo in una posizione di banale sostegno (una sorta di “effetto cheerleader”) con una seria difficoltà a muoversi “tra i partiti” e nel dialogo con gli eventuali oppositori.

In più, se anche la Lega usa le parole d’ordine di Ventotene, e noi federalisti abbiamo rinunciato da tempo a trovare la differenza fra “Europa fortezza” e “federalismo”, non abbiamo più niente da aggiungere sul piatto del dibattito pubblico. Chi siamo, dunque?

Abbiamo sempre pensato che il federalismo organizzato sia forte e abbia una ragion d’essere solo se riesce a dotarsi di una forza critica capace di sviluppare un proprio pensiero autonomo, di costruire una propria elaborazione culturale adattandola ai tempi che cambiano continuamente. Giusto concentrarsi sul risultato concreto, ma ora che le stesse istituzioni propongono delle soluzioni avanzate, occorre fare qualcosa di più. Occorre tornare a ricostruire un pensiero federalista che non sia orientato unicamente alla singola azione, ma alla conquista dell’egemonia politica e culturale nella società o, almeno, a contrastare la strumentalizzazione delle proprie parole d’ordine:

«Si può dire che non solo la filosofia della praxis non esclude la storia etico-politica, ma che anzi la fase più recente di sviluppo di essa consiste appunto nella rivendicazione del momento dell’egemonia come essenziale nella sua concezione statale e nella»valorizzazione«del fatto culturale, dell’attività culturale, di un fronte culturale come necessario accanto a quelli meramente economici e meramente politici.» (Gramsci, Quaderni dal carcere)

La vera lezione di Spinelli, Rossi, Colorni e del Manifesto di Ventotene è chiara:

[...] occorre fin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.

In poche righe, si parla di difesa, economia, sussidiarietà e di “spezzare” i regimi totalitari. Dopo 70 anni, i regimi autoritari stanno rinascendo in seno all’UE. Questo chi cita il Manifesto di Ventotene deve saperlo.

Chi si definisce federalista non deve e non può abbassare la guardia e accontentarsi di un’ipotesi non ancora realizzata di bilancio federale quando in gioco c’è anche altro: la tenuta dello stato di diritto, la democrazia, le libertà personali, i diritti dei più deboli. Un federalista non può accettare, senza mobilitarsi in nome di un’Europa democratica e civile, un’Ungheria che pone sotto controllo le università, una Polonia che restringe il diritto di aborto, una Danimarca che si prefigge l’obiettivo di non accettare nessun richiedente asilo, l’esistenza di Paesi “frugali” che durante una pandemia che sta causando milioni di morti si sono lasciati convincere solo dopo settimane di trattative che gli europei stavano affrontando un destino comune.

Il federalista, i movimenti federalisti devono tornare a essere avanguardia critica di sistema nei confronti di una UE che è ancora schiava dei governi e quindi degli interessi nazionali, maestra del compromesso che tollera un regresso sui diritti umani e sulle libertà individuali impensabile solo 10 anni fa. Un’Unione poco trasparente, in cui persino il Parlamento europeo (nostro principale alleato) non riesce a fare chiarezza su un’agenzia come Frontex. Dobbiamo stare attenti a non ridurre il ruolo d’avanguardia dei movimenti federalisti a quello di sostegno o di mera cassa di risonanza di singole personalità o delle istituzioni comunitarie perché, come federalisti, con un obiettivo in sé rivoluzionario (in quanto implica un deciso cambio di quadro istituzionale), il nostro posto resta e resterà sempre all’opposizione a prescindere dagli alleati occasionali. Il discorso è ancora più valido in una fase in cui la parola dovrebbe tornare ai cittadini dentro o fuori la Conferenza sul futuro dell’Europa. Occorre tornare a lavorare per costruire il consenso per una battaglia costituente e sistemica tra i partiti, nella società civile e coi cittadini per spingere al rialzo i risultati della Conferenza o, comunque, per portare un dibattito d’avanguardia su questo tema anche oltre il tempo della Conferenza che parrebbe durare un solo anno.

Tuoi commenti

  • su 8 marzo a 13:51, di Francesco Franco In risposta a: I federalisti alla prova della Conferenza sul Futuro dell’Europa

    Sono d’accordo con gli autori. Le forze autenticamente federaliste emergeranno quando si passerà di nuovo dalla teoria alla mobilitazione pratica in strada.

    A questo fine occorre, ora che la conferenza sul futuro dell’Europa sarà finalmente convocata, che le forze federaliste al moemento opportuno tornino nelle strade e nelle piazze per rivolgersi ai parlamentari italiani ed europei, al Presidente del Consiglio dei Ministri ed ai membri del Governo competenti chiedendo loro di adoperarsi affinchè:

    A. i cittadini europei e la società civile siano ampiamente associati ai lavori della Conferenza e restino riuniti fin tanto che dalla discussione non emergano decisioni significative in tema di riduzione del ruolo del voto unanime in seno alle istituzioni dell’Unione ed in particolare nel Consiglio europeo;

    B. i lavori della conferenza siano mantenuti a livello «europeo» in particolare non suddividendola in tante conferenzine nazionali (suddivisione che pregiudicherebbe l’obiettivo di superare il principio dell’unanimità e farebbe gioco agli Stati reticenti ad un maggior equilibrio dei poteri tra Istituzioni dell’Unione);

    C. alla conferenza siano associati i parlamenti nazionali perché le sue conclusioni (sotto forma di testo di nuovo Trattato elaborato dal Parlamento Europeo) non dovranno essere inviate al Consiglio Europeo che le trasmetterebbe ai suoi ben forniti ed ordinati archivi, ma dovrebbero essere inviate direttamente ai Parlamenti nazionali per una ratifica parlamentare (possibile ai sensi della Convenzione ONU di Vienna del 1969 sul diritto dei Trattati) ed entrare in vigore quando ratificato da un primo nucleo di Stati (a cui potranno poi aggiungersene, successivamente, altri interessati).

  • su 9 marzo a 10:19, di Silvia Lai In risposta a: I federalisti alla prova della Conferenza sul Futuro dell’Europa

    Begli spunti. Credo che il vero dibattito tra federalisti inizi proprio quando doverosamente si esula dalla discussione rientrante nell’orizzonte economico e sfocia in quello valoriale: come rimanere trasversal* mentre si parla di sfide che sono etiche e non solo di natura tecnico-giuridica? Dove terminano i diritti umani e iniziano quelli civili o sociali? Come rimanere aperti a tutte le forze politiche? Il nostro compito è arduo e delicato: proporre soluzioni valoriali oltre che istituzionali, proprio perché siamo rivoluzionar*, senza rinunciare tuttavia alla nostra trasversalità. «Trasversalità» non significa solo per noi federalisti essere politicamente corrett*, accettabil*, e tantomeno tiepid*. Significa piuttosto fare in modo che nessuno si senta escluso dal nostro progetto, indipendentemente dal proprio credo politico. Per farlo è necessario un dibattito strutturato e un importante impianto teorico! Possiamo e dobbiamo farcela! Naturalmente più antidemocratico diventa lo scenario in Europa e nel mondo, più risulta difficile continuare a conciliare trasversalità a presa di posizione. Ma il fatto che partiremo da diverse posizioni non ci impedirà di trovare una sintesi anzi: ci aiuterà solo a rendere la complessità che la discussione merita.

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