I VANTAGGI DELLA GUERRA IN IRAN PER LA RUSSIA (E GLI SVANTAGGI PER L’EUROPA)

Come stanno cambiando gli equilibri dopo l’attacco statunitense al regime degli Ayatollah

, di Domenico Nicolò De Caro

I VANTAGGI DELLA GUERRA IN IRAN PER LA RUSSIA (E GLI SVANTAGGI PER L'EUROPA)
Foto di Tomas Malik da Pixabay

Dalla guerra in Iran è emerso finora un solo chiaro vincitore: la Russia. Nel giro di un mese, la stampa è passata dal parlare di “un’economia finalmente stagnante” a commentare la crescita vertiginosa del prezzo del petrolio, fino a $100 per barile, fornendo le entrate di cui il Cremlino aveva disperatamente bisogno per mantenere lo sforzo bellico.

Recentemente Mosca si è trovata in difficoltà su più fronti: non solo il prezzo del petrolio era sceso a livelli mai così bassi dal 2020, fra i 50 e 60 dollari a barile, ma le sanzioni occidentali hanno anche costretto la Russia a concedere grandi sconti agli acquirenti, fino al 23%, per compensare il rischio di eventuali ritorsioni americane. Le vendite sono poi diminuite drasticamente perché l’India, una delle destinazioni principali della flotta fantasma russa, ha stretto un accordo con il presidente Trump, impegnandosi a tagliare le importazioni di idrocarburi russi in cambio di un taglio ai dazi statunitensi. Non c’è dunque da stupirsi se le entrate di valuta straniera del Cremlino, pur necessarie per sostenere lo sforzo bellico, sono crollate. La situazione è stata aggravata dall’apprezzamento del rublo sul dollaro, che ha reso più complicato gestire le spese interne: uno sviluppo catastrofico per un’economia già piagata da alti tassi di interesse e carenza cronica di manodopera, con un tasso di disoccupazione eccessivamente basso.

Lo scoppio della guerra ha ribaltato la situazione a favore di Mosca. L’Iran ha risposto agli attacchi subiti chiudendo lo stretto di Hormuz e colpendo i vicini paesi del Golfo e Israele. I bombardamenti hanno costretto le grandi compagnie petrolifere a ridimensionare le proprie attività in tutta la zona, con effetti catastrofici per il mercato. Parliamo infatti di colossi economici come Qatar Energy, che produce da sola il 20% del GNL mondiale e che è stata costretta dalla situazione a cessare la produzione di gas liquefatto. Se i danni inflitti alle infrastrutture dovessero rivelarsi ingenti, l’offerta di idrocarburi non potrà che restare limitata ancora a lungo.

Questa crisi sembra una vera e propria manna dal cielo per il Cremlino e le sue aziende, i giganti LUKOIL e ROSNEFT, ma gli effetti positivi non si limitano a questo. Non solo i russi possono capitalizzare sulla necessità di Cina e India di rifornirsi, ma possono anche richiedere un prezzo maggiore, data l’incertezza del momento e la capacità di mostrarsi come più affidabili dei fornitori mediorientali. Mosca ne esce rafforzata anche perché questi Paesi non devono più temere le sanzioni americane: gli Stati Uniti le hanno sospese per cercare di ridare stabilità al mercato, aumentando l’offerta di petrolio e gas naturale; tuttavia questo non sembra poter abbassare i prezzi. A conti fatti questi idrocarburi sono già sul mercato grazie alla “flotta fantasma” di Mosca, fornitrice importante per molti paesi in via di sviluppo fortemente dipendenti da combustibili fossili, che si rivelano incapaci, se non poco disposti, a contrastare un fenomeno da cui traggono non pochi vantaggi: a largo della Malesia si verificano regolarmente trasferimenti di greggio da nave a nave, in modo da nascondere la vera origine del petrolio, sia esso russo, iraniano o venezuelano. Le autorità locali possono limitarsi a fermare le navi coinvolte e a rilasciarle dopo il pagamento di una multa: un facile guadagno a fronte di un piccolo inconveniente per i proprietari del carico. È facile poi capire quale sia la destinazione di queste navi: i colossi asiatici hanno fame di idrocarburi, e se, stando ai dati forniti dall’Energy Institute, la Malesia nel 2024 ha prodotto 535.000 barili di petrolio al giorno, la Cina dichiara di importarne più di un milione.

Ora, qualora gli Stati Uniti procedessero a rimuovere o sospendere altre sanzioni, come ha affermato il segretario al Tesoro Scott Bessent, questo fenomeno verrebbe non solo agevolato, ma legalizzato. Non ci sono dubbi sulle priorità degli americani: Israele prima dell’Ucraina, anche a costo di finanziare Mosca e al punto da tollerare il suo aiuto a Teheran. È ormai certo che il Cremlino abbia fornito informazioni agli Ayatollah per poter colpire obiettivi militari americani in Medio Oriente, ma la Casa Bianca si rifiuta di condannare il loro sostegno. Emerge sempre più chiaramente l’inaffidabilità degli Stati Uniti e la divaricazione degli interessi tra le due sponde dell’Atlantico. Un’ulteriore conferma di questo è stata la decisione americana di non informare gli alleati dell’imminente attacco, e questo è solo l’ultimo di una lunga serie di indicatori, tra cui spicca il supporto a partiti sovranisti ed euroscettici come l’AfD, Orbán in Ungheria e Nawrocki in Polonia.

Come se non bastasse, ogni giorno che passa gli USA consumano le proprie riserve belliche sul fronte iraniano, mettendo a repentaglio le forniture per l’Ucraina. Sciami di economici droni iraniani devono essere abbattuti con ben più costose difese antiaeree, che avrebbero potuto aiutare Kyiv a difendersi dai bombardamenti russi. La presidenza Trump non ha alcuna intenzione di fornire attrezzature gratuitamente, né l’Europa può acquistarne dall’America se queste vengono impiegate contro l’Iran. Di contro, l’industria europea non è pronta a rifornire costantemente e da sola gli ucraini: secondo un articolo di Politico del 2023, l’UE produce meno colpi d’artiglieria di quanti ne fornisca la Corea del Nord alla Russia. Se il sostegno economico e militare occidentale si è mantenuto relativamente stabile nel 2025 è stato grazie all’Europa, la quale ha dovuto rimpiazzare gli aiuti americani, crollati del 99%. Tuttavia questo potrebbe cambiare: la crisi dell’energia avrà un pesante impatto sulla nostra economia, e se la guerra non dovesse finire presto rischiamo di veder crollare il consenso interno per gli aiuti militari ed economici a Kyiv. I partiti sovranisti europei potrebbero facilmente presentarli come sprechi di denaro pubblico e cavalcare il disagio sociale, aizzando la popolazione contro Bruxelles . Il risentimento verso il piano di riarmo è forse sopito, ma non è certo tramontato.

Resta poi un altro ostacolo da superare: il veto che Orbán ha posto al prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina. Smuovere il Primo ministro ungherese prima delle elezioni del 12 aprile sembra decisamente improbabile, perché l’aumento del prezzo dell’energia dovuto al taglio dei rapporti con la Russia ha reso ogni sostegno all’Ucraina un tema delicato per l’elettorato, ed il primo ministro ne ha fatto il suo cavallo di battaglia in campagna elettorale. La guerra con l’Iran ha esacerbato questo problema, proprio in un momento in cui le tensioni con l’Ucraina hanno raggiunto toni molto tesi, con la diatriba intorno all’oleodotto Druzhba. Non c’è da stupirsi se Mosca è disposta a inscenare un finto tentativo di assassinio, pur di far vincere Orbán e garantirsi un asset strategico all’interno dell’UE, che alla luce di recenti accuse sembra essersi rivelato molto proficuo: il ministro degli esteri Peter Szijjarto avrebbe infatti informato regolarmente Mosca sulle discussioni del Consiglio UE.

Alla luce di tutto ciò, non possiamo che domandarci quale legittimità possa avere un’ulteriore resistenza alla transizione energetica in Europa, l’unico modo in cui possiamo affrancarci dalle nostre dipendenze estere e da ulteriori ricatti. Senza un’autonomia strategica rischiamo di ricadere fra le braccia di Mosca. La guerra ha costretto la Commissione a posticipare la data entro cui ogni importazione di gas russo dovrà cessare per regolamento, quindi il distacco è già stato compromesso, seppur temporaneamente. La capacità degli americani, quanto dei russi, degli iraniani e dei cinesi, di influenzarci e ricattarci passa dall’energia. Questa è da tempo al centro dei rapporti di forza tra Stati, non solo dopo lo scoppio di questa guerra: già il report di Draghi aveva individuato come elemento di debolezza europea e problema per le industrie l’alto costo dell’energia, ma ad oggi è diventato ancor più urgente portare avanti l’integrazione dei mercati e delle infrastrutture energetiche nazionali. Abbiamo fatto fronte al ricatto di Mosca nel 2022 e abbiamo applicato numerose sanzioni, diversificando i nostri fornitori e affidandoci al costoso GNL americano. Eppure adesso paghiamo di nuovo le conseguenze della nostra dipendenza dai combustibili fossili, e lo facciamo per una guerra contraria ai nostri interessi.

La fine del conflitto, in ogni caso, non segnerà un ritorno al passato. Come osserva un paper di Deutsche Bank, il rischio geopolitico spingerà il mondo intero a cercare soluzioni alternative al gas e al petrolio. Adesso che l’Europa è quasi del tutto scollegata dai fornitori russi, è il momento di scegliere: le soluzioni possibili sono tre, ovvero ricercare combustibili fossili in territorio nazionale, investire sulle rinnovabili o puntare sul nucleare. In Italia in particolare c’è ancora lavoro da fare, se consideriamo che nel 2024 le fonti rinnovabili hanno coperto solo il 51,83% della produzione. I nodi da sciogliere sono numerosi, ben oltre la portata di questo breve approfondimento, tuttavia è chiaro che la portata degli eventi a noi contemporanei si riverbererà nei decenni a venire, se non oltre. Una nuova guerra ci pone in una posizione difficile, avvantaggiando al contempo la Russia, che da ormai quattro anni persegue l’invasione dell’Ucraina e sperimenta nuove forme di guerra ibrida. Per l’Europa è giunto il momento di scegliere se contribuire a plasmare il futuro o subirlo.

Tuoi commenti
moderato a priori

Attenzione, il tuo messaggio sarà pubblicato solo dopo essere stato controllato ed approvato.

Chi sei?

Per mostrare qui il tuo avatar, registralo prima su gravatar.com (gratis e indolore). Non dimenticare di fornire il tuo indirizzo email.

Inserisci qui il tuo commento

Questo campo accetta scorciatoie SPIP {{gras}} {italique} -*liste [texte->url] <quote> <code> ed il codice HTML <q> <del> <ins>. Per creare paragrafi lasciare semplicemente delle righe vuote.

Segui i commenti: RSS 2.0 | Atom