IL 21. SECOLO HA VENT’ANNI

, di Angelo Ariemma

IL 21. SECOLO HA VENT'ANNI
Crollo delle Torri Gemelle l’11/09/2001 - By Wally Gobetz, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7972261

Vorrei presentare, ai federalisti e non, alcune considerazioni su questi 20 anni. Considerazioni personali? Forse!

Il 21. secolo si apre con la paura del millennium bug (1) che avrebbe fatto saltare l’intera rete informatica del mondo allo scattare dell’ora zero dell’anno 2000; paura rivelatasi infondata e ormai completamente dimenticata.

Ma soprattutto si apre con l’attentato alle Torri gemelle, 11 settembre 2001. Tragedia vissuta in diretta televisiva, tragedia che ha scosso profondamente gli USA, i quali mai avevano conosciuto prima un attacco di guerra sul loro territorio; seguita da altri attentati (Londra, Madrid) che hanno aperto un profondo baratro tra noi e l’Islam.

Eppure il mondo occidentale ha proseguito la sua marcia verso “le umane sorti e progressive”: 2002, l’Euro entra nelle tasche dei cittadini europei di 11 Stati (poi divenuti 19); 2004, si compie l’allargamento dell’UE agli Stati usciti dal comunismo, oggi lo possiamo considerare un azzardo, soprattutto perché nel contempo non sono state cambiate le regole istituzionali dell’UE, funzionali, forse, per un’Unione a 12 Stati, ma ingestibili per un’Unione a 28 Stati (ora 27?); ma allora è stata evidente la gioia dei popoli di questa come dell’altra parte della famosa cortina di ferro, finalmente abbattuta. 2008, negli USA viene eletto Presidente Obama, incredibile dictu, primo, e finora unico, Presidente afroamericano degli USA, il quale vince con un programma di grandi riforme sociali. Nel frattempo, il sociologo Jeremy Rifkin parlava con entusiasmo e convinzione di era dell’accesso (2), di economia all’idrogeno (3), di sogno europeo (4) come modello di novità statuale e di welfare da imitare.

Quando e come si verifica la vera rottura che progressivamente ha messo in crisi questo modello e tutto il sistema di valori del mondo occidentale? Il vero discrimine è rappresentato dalla crisi economica del 2007-2008 (5): improvvisamente la paura di perdere quanto si era conquistato di benessere e di diritti ha fatto perdere fiducia ai popoli dell’occidente nel loro modello e nei loro valori.

Quella crisi ha bloccato il piano di riforme di Obama e ha reso inconsistente la traccia della sua presidenza, che si era presentata come nuova e incommensurabilmente progressiva; tanto che si è totalmente ribaltata nella presidenza Trump, conservatrice e nostalgica di un potere ormai perduto.

E in Europa ha scatenato i particolarismi nazionali, quell’alzata di muri, per cui ogni Stato cerca di difendere il proprio “particulare”, ognuno sente minacciata la sua condizione di vita e non vuole condividerla con chi viene percepito come “invasore”, in cerca di miglior fortuna. Cosa sono i “gilet gialli” in Francia? Sono i diseredati che chiedono maggiori diritti per tutti? No! Sono coloro che non vogliono cedere parte dei privilegi acquisiti, affinché magari anche altri possano conseguire diritti e benessere. Lo stesso dicasi per i nostri nazionalisti, che si affermano alle elezioni facendo leva sulla paura di un’immigrazione ‘esorbitante e pericolosa’, e sull’egoismo dell’UE che vorrebbe imporre ingiuste regole, quando invece il governo dell’UE è sempre più in mano al Consiglio degli Stati membri e non alle istituzioni europee, Parlamento e Commissione.

Così si rialzano i muri – quei muri crollati 30 anni or sono, aprendo i cuori alla speranza e alla cosiddetta “fine della storia” – a difesa della propria “casa”, ciascuno la sua, dalle supposte invasioni di chi chiede pace e possibilità di vita: i muri di Trump contro le immigrazioni dal Messico e il muro dei dazi commerciali; i muri degli Stati europei che pretendono di difendere singolarmente il loro status, in violazione degli accordi di Schengen e di Dublino; il muro della Brexit che potrebbe aprire la strada al dissolvimento della Gran Bretagna, al riaccendersi del conflitto in Irlanda del Nord, e portare l’Inghilterra a diventare succube delle politiche economiche degli USA; i muri dei nostri animi, induriti da un decennio vissuto sulla “narrazione” (6) di paure, di crisi, di invasioni, di immersione nei social, mentre l’altro che ti è di fronte dal vivo sparisce, non esiste, forse non merita di esistere, perché solo tu e i tuoi “amici” siete il bene, mentre fuori della cerchia e del muro solo il male esiste: l’altro, diverso e nemico!

“Finally, there is the depreciation of semantic capital. Here the solution has long been known: education. Only through education can semantic capital be preserved, curated, enriched, and transmitted from one generation to the next” (7).

L’infosfera ci contiene, la globalizzazione è naturalmente operante, e invece di trovare nuovi sistemi giuridico-istituzionali che governino tali fenomeni, invece di pensare ai valori etici di un Nuovo Umanesimo che facciano salvo l’uomo con i suoi diritti civili e sociali dall’assalto di una tecnologia che avanza senza controllo, ci rifugiamo dietro i muri del nazionalismo, dell’egoismo commerciale e individuale, della paura dell’altro: tutti sintomi già esperiti alla vigilia sia della Prima Guerra Mondiale sia della Seconda; sintomi che credevamo scomparsi definitivamente, perché una maggiore scolarizzazione e un più diffuso benessere avrebbero reso gli uomini cittadini consapevoli e tolleranti; ma, dopo i Trenta Gloriosi (1945-1975), una televisione esclusivamente commerciale e edonistica, una tecnologia invasiva e illusoria di maggior partecipazione, hanno portato nuovamente i cittadini a essere una massa indistinta di individui mossi dall’egoismo e manipolati da politici solamente dediti al loro interesse e alla propria visibilità.

Che fare? Torna l’impellente interrogativo che già si presentava all’alba del 20. secolo.

Education: preservare, curare, implementare, e trasmettere conoscenza da una generazione all’altra, come insegna il filosofo Luciano Floridi, per tornare a essere cittadini consapevoli, perché atroci storie non si ripetano, perché l’UE, che ha garantito 70 anni di pace e benessere in un territorio prima regolarmente sconquassato da guerre e disastri, non si dissolva, ma accresca invece le sue potenzialità dotandosi di istituzioni federali atte a contrastare e governare le forze che vorrebbero un’Europa debole e insignificante. E questo cerchiamo di fare anche noi in queste poche righe: education alla storia, a sondare il passato per non ripercorrerne gli errori, a vedere in faccia il presente fuori da false narrazioni, a immaginare un futuro che possa garantire all’uomo, a ogni uomo, la sua humanitas.


(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Millennium_bug

(2) J. Rifkin, L’era dell’accesso: la rivoluzione della new economy, Milano, Mondadori, 2000.

(3) J. Rifkin, Economia all’idrogeno: la creazione worldwide energy web e la redistribuzione del potere sulla terra, Milano, Mondadori, 2002.

(4) J. Rifkin, Il sogno europeo: come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano, Milano, Mondadori, 2005.

(5) Forse vale ancora il monito di Marx: la struttura economica determina tutte le altre sovrastrutture.

(6) “La verité c’est que les gens voient tout par leur journal, et comment pouvaient-ils faire autrement, puisqu’ils ne connaissent pas personnellemnt les gens ni les evenements dont il s’agit? Au temps de l’Affaire [Dreyfus] qui vous passionnait si bizarrement, à une époque don’t il est convenu de dire que nous sommes séparés par des siècles, car les philosophes de la guerre ont accredité que tout bien est rompre avec le passé, j’etais choqué de voir des gens de ma famille accorder toute leur estime à des anticlericaux anciens communards que leur journal leur avait présentés comme antidreyfusard, et banner un general bien né et catolique mais révissionniste”. M. Proust, À la recherché du temps perdu ; Le temps rétrouvé, Paris, Gallimard, 1999, p. 2200. Ancora: “Ce qui est étonnant c’est que ce public qui ne juge ainsi des hommes et des choses que par leur journax est persuadé qu’il juge par lui-même”. Ivi, p. 2202.

(7) L. Floridi, Semantic capital : its nature, value, and curation, in “Philosophy and Technology”, vol. 31, n. 4, dicembre 2018, p. 495. Online: 29 November 2018, par. 6, https://doi.org/10.1007/s13347-018-0335-1

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