Il caos britannico e l’unica via d’uscita praticabile: un secondo referendum

, di Andrea Zanolli

Il caos britannico e l'unica via d'uscita praticabile: un secondo referendum

Pubblichiamo l’articolo proprio mentre stiamo assistendo all’ennesima bocciatura ai Comuni dell’accordo raggiunto dalla premier May con l’Ue.

Qualche settimana fa, sulla copertina di The Economist campeggiava il titolo “The mother of all messes”, con una foto di Westminster in bianco e nero e uno strappo nel mezzo. Mi risulta difficile pensare che si possa esemplificare in maniera migliore la situazione attuale della Gran Bretagna, riflessa precisamente dalla crisi della sua stessa classe politica: “La madre di tutti i casini”.

Una crisi politico-istituzionale che Brexit sta portando all’esasperazione e che niente e nessuno sta riuscendo ad arginare. L’accordo negoziato per oltre un anno fra il governo britannico e l’Unione Europea è stato aspramente affossato dal Parlamento di Westminster. Allo stesso tempo, il governo a guida Theresa May rimane in sella e il suo partito, i Tories, non vuole sostituirla. Gli stessi Tories sono divisi al loro interno dal sostegno a diverse versioni di uscita, senza però alcuna prospettiva o proposta reale di modifica dell’accordo di May, se non una rinegoziazione della questione del confine irlandese – questa non accettata dall’Unione Europea. Dall’altra parte del Parlamento, l’opposizione labourista guidata da Corbyn è altrettanto spaccata e sembra interessata più a conquistare il governo del Paese, che a salvaguardarne l’integrità e il futuro. Il Labour Party ritrova al suo interno decisi Remainers, come il sindaco di Londra Sadiq Khan, e confusionari sostenitori dell’addio all’Unione Europea: una spaccatura pare imminente.

A nord, nel frattempo, la Scozia torna a spingere per l’indipendenza dalla Corona e per un futuro nell’Unione. In Irlanda, invece, sembra di tornare indietro negli anni, a quando il confine fra Nord Irlanda e Repubblica di Irlanda era martoriato dal terrorismo. La rottura interna ai partiti, inoltre, ha iniziato a prendere pieghe ancor più decise nel corso di metà febbraio, quando alcuni esponenti del Labour Party e alcuni del Conservative Party hanno abbandonato i rispettivi schieramenti. Ora schierati fra i deputati indipendenti, essi hanno in comune soprattutto l’opposizione alle linee intraprese da May e Corbyn su Brexit. In particolare, i labouristi sostengono che l’opzione migliore sia indire un secondo referendum: questa mi pare l’opzione più sensata per tutta la Gran Bretagna, vediamo perché.

Da quel giugno 2016, ciascuna fazione interna al Parlamento agisce con il velleitarismo di rappresentare il volere del popolo espresso nel referendum. Evidentemente, però, la proliferazione di fazioni parlamentari trasversali ai partiti rappresenta chiaramente l’incapacità, oserei dire strutturale, di dare forma al vero volere del popolo britannico. Questo volere, ovviamente, non può essere accantonato, ma su di esso è necessario compiere alcune riflessioni.

Innanzitutto, Brexit significa compromessi. Nonostante la populistica campagna dei Leavers nel 2016, Brexit è un processo inedito e quindi dubbio, indefinito e da delineare: insomma, se non si vuole un addio senza accordo, i Leavers devono abbandonare qualche propria convinzione. In secondo luogo, l’incapacità manifesta e reiterata dei parlamentari britannici di definire il reale volere popolare espresso il 23 giugno 2016 indica che l’urgenza primaria (fra le tante) per la Gran Bretagna è quella di allungare i tempi di negoziazione. Il 29 marzo, data prevista per l’uscita, è in veloce avvicinamento, “it’s fast approaching” dicono da quelle parti, e un’uscita senza accordo (supportata da una fazione parlamentare, apparentemente non numerosa) proietterebbe il Paese e i suoi cittadini verso una crisi ancor più aspra. In terzo luogo, il referendum del 2016 fu giocato con poche carte sul tavolo, mentre oggi ce ne sono molte altre, non considerate dagli elettori di due anni e mezzo fa. Per esempio, l’accordo raggiunto fra May e Unione Europea include l’abbandono del mercato unico europeo e il pagamento di 50 miliardi di euro per l’uscita. Inoltre, tale accordo porterebbe – o, meglio, sta già portando – a una destabilizzazione del Nord Irlanda e della Scozia e al declino delle industrie, da quelle finanziarie a quelle automobilistiche. I cittadini britannici vincitori nel 2016 come vedono queste possibilità? Ogni parlamentare mira a ergersi come difensore del volere dei cittadini: alcuni sostengono che essi le rigetterebbero, altri che le accetterebbero. Ma non è nemmeno certo che i votanti per Brexit supportino altri particolari parti dell’accordo raggiunto dal governo May; così come non possiamo sapere se i Brexiters fossero favorevoli a un’uscita senza accordo.

Ecco che in questo enorme caos, è impossibile per il Parlamento, i suoi partiti e le sue frange parlamentari scovare quale sia il vero volere del popolo. Pare dunque impensabile, giunti a questo punto, che i parlamentari possano intendere cosa vogliano i cittadini britannici. Conseguentemente, si sta palesando il fatto che l’unica via concreta e ragionevole per uscire dal pasticcio è di tornare dagli elettori e chiedere loro cosa vogliano: qual è il vostro reale volere? Insomma, per rispettare davvero il volere dei suoi cittadini, la Gran Bretagna non ha bisogno di nuove elezioni, di un nuovo governo o di un nuovo accordo, ma prima di tutto di un secondo referendum. Sarà possibile? Se i cittadini riempiranno le strade e il gruppo parlamentare indipendentista si unirà su questo intento, prevedo di sì. Se ciò non accadrà e se il Parlamento continuerà a essere popolato da decine di diverse versioni di Brexit, prevedo che la forza della realtà possa portare comunque alle urne o che, addirittura, la Gran Bretagna lasci l’Unione Europea senza alcun accordo. E in quel caso non ci sarebbero dubbi: sarebbe “The mother of all messes”.

Fonte immagine: Flickr.

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