Il dossier siriano, tra rivalità e mancanza di strategie.

, di Silvia Ciaboco

Il dossier siriano, tra rivalità e mancanza di strategie.

Il recente attivismo militare emerso in questi giorni nella provincia siriana di Idlib si colloca, ancora una volta dopo nove anni di conflitto, nel più allargato e complesso contesto geopolitico della guerra siriana, la quale mosse i primi passi, nel marzo 2011, a partire da manifestazioni pubbliche contro il regime di Damasco, rientrando dunque a pieno titolo nello scenario regionale della primavera araba, salvo poi svilupparsi in una guerra che, a distanza di anni, risulta ancora irrisolta. Resa drammaticamente complessa dall’inserimento di numerosi attori regionali e internazionali, nonché di attori non statali, la situazione in Siria è, ad oggi, ancora ben lungi dal raggiungimento di una soluzione pacifica tra le parti e quanto sta attualmente avvenendo, nella provincia settentrionale di Idlib, costituisce un significativo monito rispetto non solo alla complessità dello scenario, ma anche all’inconciliabilità degli interessi in campo.

Difatti, nella notte del 27 febbraio l’esercito turco, dispiegato nel nord – ovest del Paese, ha subito numerose vittime in seguito ad un raid dell’aviazione russa in supporto di Damasco: stando alle dichiarazioni ufficiali turche, il bilancio dell’offensiva è stato di 33 morti e 36 feriti, confermandosi pertanto come l’attacco nel quale Ankara ha subito il maggior numero di perdite dall’inizio del suo coinvolgimento militare in Siria. L’evento risulta essere particolarmente significativo alla luce degli effetti che è suscettibile di generare, modificando radicalmente l’attuale corso della guerra siriana qualora si sfociasse in un conflitto diretto tra la Russia e la Turchia, laddove quest’ultima è, peraltro, Stato membro della NATO. Al momento sembrerebbe che i due Stati siano intenzionati ad evitare l’avvio di un’escalation militare, procedendo dunque a compiere un passo indietro rispetto alla possibilità di uno scontro che nessuna delle due parti vuole. Ciononostante, le tensioni permangono ed è difficile pensare che la guerra a bassa intensità fra Ankara e Damasco, che fino ad ora era stata possibile anche grazie alla speciale relazione che Mosca e la controparte turca avevano mantenuto nel dossier siriano, non sfoci prima o poi in una conflittualità aperta. In effetti, eccezion fatta per il recente acuirsi della tensione, dovuto in larga parte all’incalzante avanzata dell’offensiva lealista che, a partire dal dicembre scorso, ha notevolmente ostacolato il canale di dialogo tra la Russia e la Turchia, queste ultime sono state protagoniste, in questi anni, di una generale convergenza tattica degli interessi (non solo nel teatro siriano, ma anche libico). Nel momento in cui si analizza il quadro geopolitico siriano e si decide di prendere in analisi il posizionamento di due particolari attori coinvolti, risulta tuttavia impossibile elaborare delle considerazioni tali da prescindere dal ruolo svolto anche dalle altre parti in gioco, ragione per cui il singolare asse Mosca – Ankara, che in questi giorni sembra destinato a spezzarsi quanto prima, non può essere compreso se non in un’ottica più ampia, tale da volgere lo sguardo anche verso un altro importante attore internazionale, gli Stati Uniti.

Nel dossier siriano, Washington ha dato prova della sua tradizionale inclinazione per il vicino e confinante Iraq, confermandone il ruolo centrale di corridoio mediorientale. In particolare, nel contesto regionale del Medio Oriente, la principale fonte di preoccupazione della Casa Bianca deriva dal persistente rafforzamento della presenza iraniana, motivo per cui buona parte delle azioni militari statunitensi devono essere interpretate in una prospettiva strategica di contenimento dell’influenza esercitata dalla Repubblica islamica di Teheran al di fuori dei propri confini nazionali. A ciò si aggiunge l’attività bellica finalizzata, formalmente, alla lotta contro Daesh, dinamica che negli ultimi mesi ha condotto gli Stati Uniti a spostare il proprio baricentro operativo lungo la frontiera irachena, generando al contempo un vuoto che è stato presto colmato dalla Russia. L’atteggiamento di Washington, anche al netto di questo progressivo scivolamento verso oriente, non è da interpretare come la volontà di disimpegno dalla partita siriana, al cui tavolo la Casa Bianca è comunque intenzionata a prendere parte, quanto piuttosto come il risultato di una generale convergenza di interessi con Mosca, elemento quest’ultimo che ha dunque permesso alle due potenze di collaborare nella spartizione delle rispettive aree di influenza in Siria. All’interno di questo ambiguo rapporto la Turchia di Erdoğan, mossa da ambizioni regionali crescenti, si è inserita individuando in Mosca un interessante interlocutore per il proseguimento dei propri obiettivi, seppur, è bene ricordarlo, rimanendo schierati su fronti opposti. Intento primario e imprescindibile di Ankara è la stabilizzazione e il successivo rafforzamento della propria egemonia, militare ma non solo, nel nord della Siria: dopo anni di conflitto, Erdoğan è ancora intenzionato a supportare i gruppi dei ribelli siriani schierati in opposizione al regime di Damasco, tuttavia, egli mira con ancora più determinazione a limitare l’autonomia delle comunità curdo – siriane dislocate nel nord – est del Paese, confinante territorialmente con la Turchia e, dunque, percepite da Ankara come una minaccia alla sicurezza nazionale. Erdoğan ha, in effetti, quasi raggiunto il proprio obiettivo strategico di realizzare una fascia di sicurezza: in tale prospettiva, la creazione a ottobre dell’anno scorso di una zona cuscinetto tra Tell Abyad e Ras al-Ayn, ad est del fiume Eufrate, ha notevolmente espanso il margine di azione di Ankara in tutta l’area settentrionale del Paese. Fermo restando quanto affermato, l’operazione non può considerarsi conclusa, poiché l’obiettivo finale è quello di estendere tale fascia fino a Idlib e, al momento, a frapporsi vi è ancora la zona dell’Eufrate e soprattutto di Kobane, entrambe sotto il controllo curdo e siriano. Ankara è riuscita a procedere con significativo successo nella propria avanzata anche grazie al vantaggioso rapporto di dialogo con Mosca, laddove si è assistito, a partire dai colloqui di Astana di gennaio 2017, ad un vero e proprio processo negoziale di spartizione della Siria occidentale.

Gli eventi di questi ultimi giorni, tuttavia, danno prova della natura evanescente di tale convergenza di interessi e la provincia di Idlib costituisce il principale punto di rottura, poiché attraversata da un’insanabile contrapposizione delle spinte provenienti dai due fronti. L’ultima dimostrazione della particolare intesa tra Ankara e Mosca risale al gennaio scorso, quando le parti si erano accordate per l’entrata in vigore di una tregua che permettesse il cessate il fuoco a Idlib. In realtà, fin dall’inizio erano emersi elementi di forte criticità, soprattutto alla luce dei diversi obiettivi a cui miravano i Paesi firmatari dell’accordo attraverso tale disposizione e, difatti, tali contraddizioni e ambiguità non hanno tardato ad emergere. La provincia settentrionale di Idlib è troppo importante per entrambi gli schieramenti e nessuno è disposto a rinunciarvi. Gli interessi turchi sono già stati delineati e, probabilmente, è proprio Ankara a correre il rischio maggiore nell’eventualità della caduta di Idlib. Per quanto concerne il fronte opposto, Mosca è ben consapevole del fatto che, al di là delle sporadiche convergenze di interessi con la controparte, Idlib rappresenta l’ultimo bastione in mano all’opposizione ribelle e, pertanto, la sua conquista, da parte del regime di Damasco, costituisce un elemento necessario e irrinunciabile al fine di permettere ad Assad di sedersi al tavolo delle trattative da una posizione nettamente superiore rispetto a tutti gli altri attori presenti, regionali e non. In questa particolare situazione anche Mosca non è esente da rischi, tenuto conto che la sua credibilità dipende proprio dal successo o meno di Damasco: la Russia si è inserita nei diversi teatri mediorientali, e in quello siriano in particolare, con lo scopo di presentarsi come un valido alleato, aspirando a soppiantare gli Stati Uniti, principale ago della bilancia in quasi tutte le dinamiche mediorientali. Quali saranno gli esiti derivanti da questa improvvisa escalation di tensione tra Ankara e Damasco, e dunque Mosca, non è ancora possibile stabilirlo: l’inconciliabilità degli interessi in campo fanno presagire ad uno scontro diretto, tuttavia al momento, sebbene la risposta turca non abbia tardato ad arrivare in seguito all’attacco subito, Ankara sembra voler evitare uno scontro diretto con Mosca. In seguito a questi ultimi avvenimenti, l’Europa, da sempre spettatrice della tragedia siriana, è percorsa da due principali timori. Il primo attiene all’eventualità di uno scontro armato tra la Turchia, Stato membro della NATO, e la Russia: a tal proposito, è giusto evidenziare che, al momento, non vi è stato alcun attacco al territorio turco, piuttosto che alla sua sovranità, tenuto conto del fatto che i soldati turchi rimasti uccisi e feriti dall’attacco aereo russo si trovavano sul territorio siriano. La seconda preoccupazione europea è da rinvenire, invece, nelle parole che lo stesso Erdoğan ha pronunciato nei confronti dei partner europei, minacciando di aprire le frontiere ai milioni di rifugiati, che quindi si riverserebbero verso il Vecchio Continente, qualora i leader europei decidessero di assumere una posizione di contrasto all’operazione militare turca nel nord - est della Siria. La tragedia siriana, che ormai da nove anni si protrae senza che alcuna soluzione stabile e pacifica sia mai stata davvero discussa dagli attori coinvolti, ha tra i suoi effetti il perpetrarsi della sofferenza del popolo siriano, il quale, costretto a fuggire piuttosto che a trovare riparo tra le macerie rimaste, è stato privato della possibilità di avere voce in capitolo sul futuro della Siria, mentre il regime di Damasco, congiuntamente ai propri alleati e rivali, non ha prodotto alcuna reale strategia di sviluppo del Paese.

L’articolo è stato completato in data 3 marzo 2020.

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