Il cammino verso la piena integrazione europea è pieno di ostacoli. Numerosi studi hanno analizzato gli impedimenti che non permettono all’Unione Europea di arrivare al compimento di un reale sistema federale. Questa ricerca si prefigge lo stesso obiettivo, tentando di comprendere il peso che la storia degli Stati-nazione continua ad avere nell’impedire all’integrazione europea di raggiungere nuovi lidi.
L’origine degli Stati-nazione e la distinzione tra costruzione statale precoce e tardiva
Gli Stati-nazione europei non si sono formati tutti nello stesso momento e secondo le stesse modalità. Innanzitutto, è fondamentale chiarire la differenza tra i concetti di Stato e nazione. Lo Stato è l’autorità centrale con il monopolio legittimo dell’uso della forza all’interno di uno specifico territorio [1], mentre la nazione è una comunità di gruppi e individui tenuta insieme da esperienze condivise [2]. Lo Stato è l’entità politica, la nazione è il sentimento che crea il popolo.
Per alcuni Stati membri dell’UE, la creazione dello Stato ha preceduto quella della nazione, mentre per altri è stato l’opposto. I primi hanno costituito uno Stato molto presto, al contrario dei secondi per i quali, a causa di varie vicissitudini storiche, la nascita di uno Stato centrale ha richiesto numerosi anni in più. Nei prossimi paragrafi ci riferiremo al primo gruppo come quello dei ‘precoci’ (costruzione statale precoce, dall’inglese early state-builders) e al secondo come quello dei tardivi (costruzione statale tardiva, dall’inglese late state-builders).
Formulazione dell’ipotesi: path-dependence e la presunta reticenza dei ‘precoci’
Questa ricerca vuole comprendere se tale diversità nelle tempistiche del processo di creazione statale ha avuto e continua ad avere ripercussioni sulla volontà dei singoli Stati membri di supportare un più profondo processo di integrazione europea e, dunque, sulla potenziale realizzazione di un’Unione totalmente federale.
La teoria dell’istituzionalismo storico, infatti, afferma che gli Stati-nazione sono dipendenti dal proprio percorso istituzionale (path-dependance). Partendo da tale assunto, la nostra ipotesi è che i ‘precoci’ siano meno disposti ad accettare un maggiore livello di integrazione rispetto ai ‘tardivi’. Questo perché la loro lunga storia istituzionale come Stati-nazione crea un’eredità difficile da estirpare e rende loro più difficile accettare che la propria sovranità passi in parte, o totalmente, nelle mani dell’Unione Europea. I tardivi, al contrario, hanno consolidato la propria autorità centrale in tempi molto più recenti e, perciò, dovrebbero avere meno riserve nel devolvere la propria sovranità a Bruxelles.
Metodologia: casi di studio, operazionalizzazione delle variabili e fattori di controllo
Per verificare la validità della nostra ipotesi, abbiamo svolto una ricerca qualitativa comparata. Abbiamo messo a confronto il sostegno alla causa federale di quattro Stati membri dell’Unione, ovvero Francia, Spagna, Germania e Italia. Due di essi, Francia e Spagna, sono precoci; mentre gli altri due, Germania e Italia, sono tardivi. Abbiamo raccolto i dati a partire dalle dichiarazioni politiche e dalle azioni pratiche dei governi nazionali, concentrandoci principalmente sulle ultime 3 presidenze; tuttavia, in alcuni casi, è stato necessario reperire dati precedenti, soprattutto a causa della troppo rapida successione a capo dell’esecutivo in alcuni di questi Paesi.
Per misurare il sostegno a una più profonda integrazione da parte di ognuno, abbiamo agito come segue. Per cominciare, abbiamo diviso la variabile (supporto per un’Unione Europea più federale) in indicatori più piccoli, così da poterli più facilmente misurare. Nel dettaglio, abbiamo creato tre indicatori, convinti che essi possano efficacemente fungere da proxy: supporto per l’estensione del voto a maggioranza qualificata (QMV, Qualified Majority Voting), supporto per una maggiore integrazione a livello europeo del sistema fiscale e supporto per un esercito comune europeo. In seguito, abbiamo ideato un sistema di valutazione così da assegnare a ogni Paese un punteggio da 1 a 4 per ognuno dei tre indicatori a seconda del suo livello di supporto. Il sistema è stato inteso come segue: 1 - nessun supporto; 2 - poco supporto; 3 - abbastanza supporto; 4 - molto supporto. Al termine della valutazione dei singoli indicatori, abbiamo sommato i punteggi ottenuti da ogni Paese per ottenere il punteggio complessivo per ognuno di essi e poterli mettere a confronto. Un punteggio più alto significa un maggiore supporto per la causa federale.
Per assicurarci che la correlazione tra le due variabili in questione non sia spuria, ovvero che esista un reale rapporto causa-effetto tra esse, abbiamo utilizzato alcune variabili di controllo. Grazie a queste ultime, infatti, è possibile escludere l’influenza di ogni potenziale variabile esterna. In primis, abbiamo tenuto sotto controllo il posizionamento geografico e la struttura organizzativa statale scegliendo quattro Paesi che presentassero caratteristiche opposte a coppie, trasversalmente alla distinzione precoci-tardivi. Spagna e Italia si trovano nell’Europa meridionale, mentre Germania e Francia in quella occidentale; Francia e Italia hanno una struttura più centralizzata, mentre Germania e Spagna virano più verso un modello federale (il caso della Spagna è peculiare, ma molti studiosi sono d’accordo nel considerarlo uno Stato quasi-federale, de facto equiparabile a uno propriamente federale). Per rendere i risultati ancor più affidabili, ci siamo anche accertati che tutti i quattro Paesi condividessero alcune caratteristiche che, altrimenti, avrebbero potuto inquinare i risultati. Essi sono tutti sia “democrazie funzionanti” sia membri dell’Eurozona. Inoltre, essi sono i quattro Paesi più popolosi dell’Unione, i quattro maggiori contributori al budget dell’Unione Europea e hanno partiti euroscettici molto influenti a livello nazionale (Rassemblement National, Vox, Alternative für Deutschland e Lega).
Indicatore 1: supporto per l’estensione del voto a maggioranza qualificata (QMV)
Per quanto riguarda il primo indicatore, supporto per l’estensione del QMV, la Germania e la Spagna hanno entrambe ottenuto 4 punti. Berlino è la principale fautrice di questa misura per quanto concerne l’azione della Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione, allo scopo di rendere il processo decisionale in questo campo, a oggi ancora gestito dalle singole capitali europee, più rapido ed efficiente. A conferma di tale impegno, basti ricordare che la Germania è tra i creatori del Group of Friends on Qualified Majority Voting (d’ora in avanti Group of Friends), una coalizione europea che si batte per l’estensione del QMV in decisioni di politica estera. Anche la Spagna è parte del Group of Friends e promuove l’estensione di questo strumento. A differenza di altri, ad esempio la Francia, i governi spagnoli hanno sempre visto nell’estensione del QMV la misura migliore per rendere i processi decisionali più efficienti. Parigi, al contrario, ha spesso proposto di risolvere la lentezza dei meccanismi dell’Unione in politica estera attraverso approcci alternativi, quali l’integrazione differenziata. Nonostante sia parte del Group of Friends, la Francia ha sovente avuto riserve, a differenza dei due Paesi precedenti, riguardo ai campi di applicazione del QMV, necessitando dell’assoluta certezza che esso non vada a interferire con la sovranità strategica e la difesa degli Stati-nazione. Per tali ragioni, le abbiamo assegnato 3 punti. Infine, l’Italia, che ottiene 2 punti a causa del suo approccio molto più prudente, è anch’essa parte del Group of Friends, ma il suo supporto alla causa è molto più flebile di quello tedesco e spagnolo. Il principale problema dell’Italia sta nei suoi frequenti cambi di posizione dovuti ai per nulla rari cambi di governo: se il governo guidato da Mario Draghi (o, alcuni anni prima, da Mario Monti) erano più apertamente filo-europeisti (e, dunque, maggiormente a favore di questa misura), quello nelle mani di Meloni lo è decisamente meno. Questo pattern caratterizza la posizione italiana per tutti i tre indicatori.
Indicatore 2: supporto per la maggiore integrazione del sistema fiscale
Il secondo indicatore è il supporto per una maggiore integrazione a livello europeo del sistema fiscale. Sorprendentemente, le posizioni dei Paesi sono in totale contrasto con quelle analizzate in precedenza. La Francia è la più favorevole a uno sviluppo in questo senso e, perciò, ottiene 4 punti. Il presidente Macron non ha mai nascosto il suo sostegno alla pressoché totale integrazione fiscale a livello europeo, da sempre una delle battaglie che porta avanti con più forza. L’Italia, in linea con quanto detto per il precedente indicatore, adotta posizioni altalenanti. Se alcuni governi recenti, guidati da economisti spiccatamente europeisti, erano pienamente favorevoli a dare alla fiscalità europea un carattere meno nazionale, quello attuale è decisamente meno entusiasta. Tuttavia, in media l’Italia si posiziona nello spettro positivo, ottenendo un 3. Continuando a scendere, si trova la Spagna, che accumula altri 2 punti. Similmente ai governi di Roma, anche quelli di Madrid hanno cambiato spesso opinione riguardo l’integrazione fiscale. Nel passato, infatti, il supporto spagnolo era chiaro, mentre oggi questo argomento è scomparso dal dibattito politico nazionale. Ciò giustifica il voto inferiore rispetto a quello italiano. Infine, la Germania, che ha sempre disapprovato una maggiore integrazione fiscale a livello europeo. Tradizionalmente schierata contro uno sviluppo in questo senso, essa non può che ricevere solamente 1 punto.
Indicatore 3: supporto per la creazione di un esercito comune europeo
La Francia ottiene il punteggio massimo anche per quanto riguarda il terzo indicatore, ovvero il supporto per un esercito comune europeo. Parigi desidera una maggiore autonomia, che porti a una reale indipendenza, dell’Europa rispetto alla NATO. Perciò, sostiene ardentemente tutte le iniziative in questo campo che si muovono verso una maggiore integrazione militare, quali la Permanent Structured Cooperation (PESCO), il European Defence Fund (EDF) e il gruppo tattico dell’UE (EU Battlegroup). Segue l’Italia, il cui supporto è lo stesso ampio (ad esempio, essa supporta sia il PESCO sia il gruppo tattico dell’UE), ma meno sentito di quello francese. Per questo, ottiene un 3. Lo stesso discorso vale per la Spagna (3): Madrid supporta questi progetti, ma, a differenza di Parigi, non brama un’alleanza militare comune stabile; al contrario, ne predilige una contestuale al singolo progetto. Infine, la Germania. Anch’essa partecipa al PESCO, ma percepisce l’integrazione militare come limitata a progetti di natura logistica e di coordinamento più che un approccio onnicomprensivo. Questo, unito alla sua opposizione a una difesa europea autonoma e indipendente dalla NATO, le fa ottenere solamente 2 punti.
Discussione dei risultati: confutazione dell’ipotesi iniziale ed emersione del fattore identitario
Sommando tutti i punteggi, la Francia ottiene 11 punti, la Spagna 10, l’Italia 8 e la Germania 7. Il processo di creazione statale, dunque, sembra avere un effetto sul supporto per una maggiore integrazione europea, ma, in totale opposizione con la nostra ipotesi: gli Stati precoci (Francia e Spagna) sembrano essere più disposti a muoversi verso un sistema più profondamente federale rispetto a quelli tardivi (Italia e Germania). Nel tentativo di abbozzare una spiegazione, si potrebbe supporre che la maggior consapevolezza del proprio essere Stato-nazione da parte dei precoci non faccia temere loro che la devoluzione di parte della propria sovranità nazionale a Bruxelles possa intaccare il loro essere Francia e Spagna. Al contrario, i tardivi (Italia e Germania) avrebbero ancora necessità di consolidarsi prima di essere pronti a ridurre il proprio potere in favore dell’Unione europea senza rischiare di perdere il loro carattere nazionale.
Limiti della ricerca: valutazione delle criticità metodologiche ed empiriche
Tuttavia, la nostra ricerca presenta alcuni limiti che potrebbero averne parzialmente inquinato l’esito. Primo, essa considera solamente quattro Stati membri e 3 indicatori. Sebbene siamo convinti che questi ultimi siano proxy efficaci della federalizzazione, siamo anche consapevoli che essi offrono una visione limitata, poiché il supporto alla causa federale è riscontrabile anche in numerosi altri elementi. Questo verrebbe sicuramente amplificato nel caso in cui si considerassero altri Paesi, con un’opinione riguardo la federalizzazione molto distante da quella degli Stati qui considerati derivante, tra le altre motivazioni, dalla loro storia e dalla loro posizione geografica. Il caso dei Paesi baltici è illuminante: la loro vicinanza al conflitto russo-ucraino e il timore che ciò suscita, ne determina la posizione riguardo una più ampia e profonda collaborazione europea.
In breve, dunque, l’analisi non riesce a includere tutte le possibili sfumature di ciò che potrebbe influenzare la posizione di uno Stato membro riguardo un’Unione europea più federale. Secondo, la nostra decisione di adottare come banca dati le decisioni e le opinioni degli organi esecutivi nazionali non ci ha permesso di tenere in considerazione le diverse visioni dei partiti politici non parte della maggioranza di governo e dei cittadini stessi. Nonostante essi siano tutti classificabili come “working democracies”, i Paesi in questione sono, per fortuna, caratterizzati da un’enorme variegatura di opinioni, con le idee di molti cittadini che sono in totale o parziale contraddizione con quelle dei loro governanti, potenzialmente andata perduta a causa del metodo adottato. Un ulteriore limite di questo approccio metodologico è dovuto ai frequenti cambi di governo in alcuni Paesi, in primis l’Italia. Questo ci ha reso impossibile comprendere nella nostra indagine lo stesso numero di presidenze per tutti i quattro Stati, poiché per l’Italia ciò avrebbe significato prendere in considerazione un arco di tempo decisamente più breve.
Conclusioni: la storia nazionale come propellente per il federalismo
La nostra analisi ha dimostrato che il processo di creazione statale degli Stati membri ha avuto e continua a influenzare la volontà di questi ultimi di sposare più o meno convintamente la causa federale. Tuttavia, in totale opposizione a quanto ipotizzato inizialmente sulla base teoria della path-dependence, i Paesi ’precoci’ sono più propensi di quelli ’tardivi’ a rinunciare alla propria sovranità in favore di un potere centrale sovranazionale. Il supporto per un’Unione europea federale non dipende soltanto dall’attualità politica, ma è fortemente determinata dalla storia e dall’identità dei singoli Stati membri. La battaglia per la creazione di un sistema propriamente federale deve tenere in considerazione tali aspetti e, per quanto possibile, affrontarli così da trasformarli da ostacoli a propellente per gli ideali federalisti.

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