Ieri Papa Leone XIV ha presentato Magnifica humanitas, la sua prima Lettera Enciclica e l’ha dedicata alla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Questa tema rappresenta molto di più di quello che il dibattito pubblico generalista riporta: in gioco c’è una idea trasformativa di lavoro, produzione, diritti e rapporti sociali; una rivoluzione scientifica molto più veloce e complessa delle precedenti. Una nuova idea di società che può prendere molte direzioni e diverse. Con questo articolo, proviamo a capire quale direzione scegliere.

La riflessione federalista ci insegna che la «crisi della civiltà europea» scaturisce dall’incapacità dello Stato nazionale di governare processi che superano i suoi confini geografici e politici [1]. Tra questi, uno dei più significativi e recenti è la nascita e la diffusione dell’Intelligenza Artificiale, in particolare quella generativa.

L’IA è una tecnologia che, per la sua natura, viene integrata in numero sempre più grande di attività, apportando cambiamenti strutturali al modo di lavorare e produrre, e ridefinendo profondamente la logica e le modalità di accesso e di circolazione delle informazioni, e quindi il potere. Nel dibattito pubblico, l’intelligenza artificiale è diventata sinonimo del fallimento dell’Unione europea nella competizione con le grandi potenze come USA e Cina, e il conseguente rischio di una condizione di subalternità irreversibile. Tuttavia, questa prospettiva è parziale ed è avanzata soprattutto da parte di quegli attori che hanno l’interesse a proteggere le proprie posizioni di potere (politico e di mercato) legate all’IA.

È invece necessario cambiare prospettiva rispetto al modello di “rincorsa alle armi” imposto dalle superpotenze e dai colossi tecnologici privati, nel quale l’Unione Europea non può competere. La vera sfida è invece capire se, e in che misura, possa esistere un modello alternativo che, a partire dall’Europa, permetta di governare l’IA e i suoi potenziali effetti negativi: l’aumento del divario tra paesi ricchi e poveri, i rischi per le democrazie, i danni ambientali e sociali.

In altre parole, l’Unione europea è il laboratorio in cui si sperimentano quelle forme di governo e vita civile basate su beni pubblici che possono dare l’esempio di un’alternativa reale e possibile per governare il pianeta come grande bene pubblico mondiale: l’approccio europeo all’IA puo’ e deve essere un passo esemplare in questa direzione.

Il contesto europeo e globale

Il processo di digitalizzazione e, in modo ancora più repentino, il recente diffondersi di tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, hanno trasformato non solo le relazioni economiche, ma anche i rapporti di potere, rimodellando profondamente gli equilibri internazionali e il concetto stesso di sovranità. Se un tempo i confini territoriali, la capacità militare e le relazioni commerciali definivano i contorni del potere nazionale, oggi la sovranità è sempre più determinata da chi possiede e governa le infrastrutture digitali che sostengono le società moderne. In letteratura è stato introdotto il concetto di “weaponized technological interdependence”, per esprimere come questa interdipendenza venga usata sempre di più come un’arma.

Parlare di sovranità digitale significa parlare del controllo effettivo su diversi anelli di una catena: infrastrutture cloud dove vengono detenuti i dati dei cittadini, data center, reti per la connettività, chip (microprocessori) etc. Questi elementi, necessari per lo sviluppo di tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, sono in larga parte monopolio di pochi attori. Questo aumenta la dipendenza e ricattabilità degli Stati che non li possiedono. Inoltre, appoggiarsi a software e a modelli fondazionali dell’IA sviluppati da compagnie private significa delegarne il controllo sull’utilizzo dei dati e sullo sviluppo degli algoritmi, esponendosi a rischi di influenza esterna.

In questo contesto, l’Unione europea è in prima linea come superpotenza regolatoria sia con il GDPR, che con l’AI Act, che costituiscono un modello all’avanguardia nella regolamentazione dell’utilizzo dei dati e nello sviluppo, commercializzazione e uso dell’Intelligenza Artificiale. Tuttavia, l’infrastruttura digitale europea dipende in gran parte da fornitori extra-UE, rendendo estremamente complessa l’applicazione effettiva di queste norme [2] e assoggettabile alle pressioni delle compagnie tech [3]. La crisi di civiltà si manifesta dunque anche nell’impotenza di un continente che, pur avendo il primato normativo, non possiede i mezzi materiali per rendere effettivi i propri diritti, e non può quindi opporsi ad un “imperialismo digitale” che avanza.

Perché è rilevante?

Come ben spiegato da Francesca Bria [4], l’uso dell’AI oggi altera le condizioni materiali della sovranità reale (scelte economiche e politiche) e della società (lavoro e produzione). Non solo, come spiegato da diversi storici e filosofi (Harari in “Nexus” solo per citarne uno [5]), l’AI genera un cambiamento senza precedenti (per velocità e scala) nel modo in cui viene governata e diffusa l’“informazione”. In poche parole, una nuova rivoluzione scientifica e industriale.

I tre assi portanti del sistema valoriale del federalismo sono irrimediabilmente coinvolti:

  • Libertà. Nell’era digitale, la libertà si definisce come protezione dalla manipolazione algoritmica e dalla sorveglianza di massa. Questi fenomeni non colpiscono solo il singolo, ma minano la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni, trasformando il cittadino da soggetto attivo a bersaglio di strategie di controllo invisibili.
  • Giustizia sociale. Il progresso tecnologico rischia di amplificare le disuguaglianze globali su più fronti. Dal punto di vista ambientale, grandi infrastrutture come il supercomputer Colossus di xAI gravano sulle comunità svantaggiate (come dimostra il caso dell’inquinamento a Memphis [6]) e consumano enormi quantità d’acqua, tagliando fuori i paesi più poveri e creando asimmetrie di potere. Inoltre, è stato dimostrato come i bias occidentali nei dati d’addestramento possano rendere l’IA inefficace o dannosa in alcuni contesti locali (come nel caso dell’agricoltura in Kenya [7]). Dal punto di vista socioeconomico, l’automazione minaccia nel breve termine i white-collar jobs, mentre nel lungo termine può trasformare la conoscenza e la formazione da diritti universali a servizi distribuiti da pochi oligopoli digitali.
  • Democrazia: la democrazia è oggi minacciata dall’emergere di un’«algocrazia», un sistema in cui il potere decisionale si concentra nelle mani di pochi oligarchi tecnologici. Chi controlla i dati e gli algoritmi detiene una forma di autorità che sfugge al controllo pubblico, spostando il baricentro della sovranità dai cittadini alle infrastrutture private. Non solo, gli “oligarchi” del digitale non sono interessati solo ad usare queste risorse per aumentare i profitti ma anche e soprattutto per imporre una precisa visione del mondo: illiberale, tecno-sciovinistica e bellicista [8], che Timothy Noah definisce “la trasformazione diabolica della Silicon Valley” [9].

Il modello nuovo e il progetto politico che i federalisti possono offrire

Per superare l’attuale impasse, l’Unione Europea ha messo in atto il cosiddetto AI Continent Action Plan [10], in cui uno degli aspetti fondamentali è quello di creare delle AI gigafactories, concentrando le risorse in pochi centri. Con il piano (e insieme alle riflessioni contenute nel Draghi report), l’idea che l’approccio europeo all’IA sia una questione di politica industriale, oltre che di regolazione orizzontale, si e’ ormai stabilita come un punto fisso nel policy-making dell’Unione. Per quanto apprezzabile il tentativo di sviluppare un piano a livello europeo, frammentare le risorse con l’approccio del “the bigger the better” rischia di essere fallimentare, sia perché le risorse allocate non sono paragonabili a quelle messe in campo dai giganti americani, sia perché il ritardo temporale non è facile da colmare. Tuttavia, è importante ricordare che l’Ue dispone già di una solida base di start-ups, ricercatori e utenti (al pari degli USA [11]) ma queste sono disperse in tutto il continente e mancano del necessario supporto finanziario per favorirne l’espansione, l’integrazione e il coordinamento.

Fonte: Prosus (2026), The State of AI in Europe

La sfida che abbiamo di fronte, quindi, è certamente tecnologica e industriale, ma è anche organizzativa e istituzionale. Sul piano tecnologico e industriale, alcune proposte utili le troviamo già in Vannuccini (2025) [12] e dal già citato Bria (2026):

  • Ecosistema federato. Si tratta di integrare le eccellenze europee attraverso standard aperti e l’open source. Questo garantisce la contendibilità dello «stack» tecnologico, permettendo anche alle imprese più piccole di competere e cooperare in una rete comune, riducendo la dipendenza strategica dai fornitori extra-UE.
  • Autonomia fiscale. Non c’è politica industriale senza risorse. Il prerequisito è il raggiungimento di una reale autonomia fiscale dell’Unione: una riforma delle risorse proprie e una capacità di indebitamento sovrano che permettano di mobilitare capitali pubblici e privati su larga scala. Solo federando le risorse e creando un bilancio europeo capace di generare massa critica potremo competere con USA e Cina, evitando di trasformare l’Europa in una colonia tecnologica e difendendo, al contempo, la nostra sovranità materiale.

Sul piano organizzativo e istituzionale, quindi politico, i federalisti devono offrire ancora una volta una utopia concreta di fronte alla crisi della civiltà, che qualifichi il “perché l’Europa federale” può contrastare il rischio di “colonialismo digitale globale” (Bria, 2026), dove il progresso tecnologico rischia di tradursi inevitabilmente in sorveglianza e/o concentrazione monopolistica.

In questo scenario, la visione federalista può offrire un’analisi basata su tre pilastri fondamentali:

  • IA come bene pubblico globale. Servono istituzioni che garantiscano che l’IA aiuti gli utenti invece di trasformarli in merce, trattando l’informazione come un bene comune al servizio della sostenibilità e della pace; questo significa anche ripensare il modello di business su cui le grandi piattaforme delle big tech si basano (gratuità dei servizi in cambio di dati per generare enormi rendite pubblicitarie).
  • Decentramento del potere. Meno i dati si concentrano in mano a pochi attori (siano essi Stati o aziende), più si riducono le derive imperialistiche della sorveglianza. Il principio di sussidiarietà che i federalisti applicano alla costruzione della società federale è fondamentale anche in questo caso.
  • Reciprocità e accountability. All’aumentare della capacità di sorveglianza deve corrispondere un aumento proporzionale del potere di controllo e sanzione da parte dei cittadini e delle istituzioni pubbliche. È l’unico argine possibile contro un nuovo “totalitarismo algoritmico” in mano a Stati o big tech.

Ecco, quindi, una risposta alla domanda “perché l’Europa?” anche di fronte alle sfide dell’AI. Solo un’Europa federale può guidare il mondo in direzione ostinata e contraria, verso una democrazia federale su scala globale che possa affermare questa agenda e l’idea di una «civiltà digitale condivisa».

Come tradizione nella storia del pensiero e delle battaglie federaliste, anche questa posizione può apparire oggi un’utopia, mentre i governi nazionali continuano a rifugiarsi in strategie frammentate. Tuttavia, questa utopia è una necessità politica stringente: l’Europa non deve ambire a diventare un «nuovo impero» in un conflitto globale, ma deve rendersi più forte per farsi promotrice di un nuovo multilateralismo. Per quanto oggi sembri irraggiungibile, è una battaglia giusta.