L’intelligenza artificiale rappresenta oggi uno dei principali terreni di trasformazione dell’economia politica globale, non solo per il suo potenziale tecnologico, ma per il ruolo che essa svolge nella ridefinizione dei rapporti di potere tra Stati, imprese e società. Si tratta di una rivoluzione tecnologica complessa da governare, che influenza la vita delle persone su tutti i livelli, in un momento di drammatica erosione della sovranità e della capacità d’impatto delle istituzioni nazionali e sovranazionali nel governo della globalizzazione.
Il dibattito pubblico oscilla tra narrazioni entusiastiche – che presentano l’IA come un fatto epocale – e visioni più critiche, che ne sottolineano i limiti economici, le implicazioni geopolitiche e i rischi sistemici. In questo contesto, l’Unione Europea si trova di fronte a una sfida strutturale come unico ente che finora è riuscito ad avere un ruolo regolatore di fronte ai giganti delle big tech: costruire una politica industriale dell’IA capace di coniugare autonomia strategica, competitività e tutela dell’interesse pubblico, evitando al contempo sia la subordinazione alle grandi potenze tecnologiche che una deriva protezionistica (e aggirando il rischio di alimentare le tensioni già avviate dal cambio di rotta della politica statunitense).
L’IA deve essere compresa innanzitutto come una tecnologia sistemica. Non si tratta di un singolo prodotto o di una innovazione isolata, bensì di un insieme complesso di componenti interdipendenti: algoritmi, dati, capacità computazionale, infrastrutture materiali e competenze. Questa natura sistemica implica che il controllo dell’IA non si giochi su un unico livello, ma lungo l’intera catena del valore. In questa prospettiva, l’Europa si trova in una posizione di debolezza strutturale, poiché gran parte della sua infrastruttura digitale – dai semiconduttori al cloud – è controllata da attori extraeuropei. Questo deficit di sovranità tecnologica giustificherebbe la necessità di un intervento pubblico su scala continentale, ma ne complica profondamente le possibilità.
Parallelamente, l’IA è anche un’industria in formazione, caratterizzata da forti economie di scala, elevati costi fissi e dinamiche di mercato tipiche dei beni informazionali. La tendenza alla concentrazione e alla formazione di oligopoli è dunque intrinseca al settore. Le grandi piattaforme tecnologiche non solo dominano i mercati esistenti, ma sono in grado di rafforzare continuamente il proprio potere attraverso effetti di rete, integrazione verticale e controllo delle infrastrutture. In questo scenario, come giustamente afferma Vannuccini nel suo lavoro “Move fast and integrate things: the making of a european industrial policy for artificial intelligence”, una politica industriale che si limiti a sostenere “campioni europei” rischia di riprodurre le stesse dinamiche di concentrazione che intende contrastare [1].
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: il ruolo della narrazione con cui si costruisce la proiezione dell’immagine sociale dell’intelligenza artificiale. L’IA è oggetto di una forte iperbolizzazione, che tende a sovrastimarne l’impatto economico e a presentarla come una tecnologia inevitabile e salvifica. Tuttavia, le evidenze suggeriscono che il suo effetto sulla produttività sia ancora limitato e disomogeneo. Gran parte delle applicazioni attuali riguarda servizi digitali e interfacce utente, mentre settori fondamentali dell’economia reale restano relativamente poco influenzati. Questo scarto tra aspettative e realtà genera un rischio politico: quello di orientare ingenti risorse pubbliche verso un obiettivo costruito più sulla paura di rimanere indietro che su una valutazione razionale dei benefici.
In questo quadro emerge il concetto di double weaponization. Da un lato, l’IA può essere strumentalizzata per giustificare politiche nazionaliste e una nuova corsa agli armamenti tecnologici. Dall’altro, la stessa retorica dell’urgenza e dell’eccezionalità può essere utilizzata dalle grandi imprese per consolidare il proprio potere economico e politico. La combinazione di questi due processi rischia di produrre un circolo vizioso in cui la politica industriale diventa subordinata sia alla competizione geopolitica sia agli interessi privati.
Le implicazioni geopolitiche di questa dinamica sono particolarmente evidenti nel campo della sicurezza. L’integrazione crescente tra IA e sistemi militari non solleva solo dilemmi morali, ma anche interrogativi profondi sulla stabilità strategica globale. L’automazione dei processi decisionali, inclusi quelli legati all’uso della forza, introduce nuovi rischi, tra cui la possibilità di escalation accidentali e la riduzione dei filtri umani. Il dibattito recente negli Stati Uniti, in particolare all’interno del complesso militare-industriale, evidenzia come l’IA venga sempre più considerata un elemento centrale nelle strategie di deterrenza e durante i conflitti. Questo sviluppo rafforza la dimensione dual-use della tecnologia e accentua la tensione tra innovazione e sicurezza.
Accanto alla dimensione militare, l’IA contribuisce anche a ridefinire le gerarchie globali. Il controllo delle infrastrutture digitali diventa una fonte primaria di potere, dando luogo a fenomeni di weaponized interdependence, in cui le relazioni economiche vengono utilizzate come strumenti di coercizione. I Paesi che non dispongono delle risorse necessarie per sviluppare o accedere a tali tecnologie rischiano di essere ulteriormente marginalizzati, con il conseguente ampliamento del divario tra Nord e Sud globale. Inoltre, la diffusione di sistemi di sorveglianza basati sull’IA solleva numerose incertezze per quanto riguarda la democrazia, i diritti civili e la governance globale. Si tratta di uno strumento già ampiamente utilizzato per il controllo delle persone (non solo dai regimi, ma anche dalle democrazie come Israele), per destabilizzare le democrazie (è il caso delle web brigades di Putin), per indirizzare i consumi (il micro-targeting).
Di fronte a queste sfide, l’Unione europea ha l’opportunità – e la responsabilità – di delineare un modello alternativo. Questo richiede un cambiamento di paradigma rispetto alle logiche dominanti. In primo luogo, l’IA dovrebbe essere concepita non solo come asset strategico, ma come bene pubblico: l’ossessione per l’innovazione rischia di oscurare l’importanza della diffusione di una tecnologia. Tuttavia, è proprio la capacità di integrare le tecnologie esistenti nei diversi settori dell’economia a determinare la crescita di lungo periodo. In questo senso, una politica industriale efficace dovrebbe concentrarsi non solo sulla creazione di nuove tecnologie, ma anche sulla loro distribuzione e applicazione. Ciò implica promuovere infrastrutture digitali aperte, favorire l’adozione di modelli open source e garantire l’accesso equo alle risorse necessarie per lo sviluppo tecnologico. In secondo luogo, è necessario adottare un approccio federalista, che valorizzi la diversità dei sistemi economici europei e promuova soluzioni decentralizzate, evitando la concentrazione del potere in pochi attori.
Un elemento centrale di questa strategia è infatti il rafforzamento della dimensione sovranazionale. La costruzione di una vera politica industriale europea richiede urgenti strumenti fiscali comuni, investimenti coordinati e istituzioni capaci di operare al di là dei singoli interessi nazionali: senza una base finanziaria adeguata, ogni ambizione di autonomia tecnologica rischia di rimanere pura retorica. Allo stesso tempo, è fondamentale mantenere un equilibrio tra politica industriale e politica della concorrenza, evitando che il sostegno pubblico si traduca in distorsioni permanenti del mercato.
La dimensione esterna della politica europea è altrettanto rilevante. L’alternativa non è tra isolamento e dipendenza, ma tra competizione conflittuale e cooperazione regolata: l’Europa può svolgere un ruolo chiave nella costruzione di un ordine digitale multilaterale, basato su regole condivise, tutela dei diritti e promozione dello sviluppo sostenibile. Ciò implica rafforzare le alleanze con Paesi affini, ma anche sviluppare forme di cooperazione con il Sud globale che evitino nuove forme di colonialismo digitale. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale adotta spesso una vasta manodopera invisibile (situata soprattutto in Africa) non solo per le fasi di estrazione delle materie critiche per la componentistica degli hardware, ma anche per l’etichettatura e l’annotazione dei dati necessari ad addestrare gli algoritmi (vi sono già casi di sfruttamento conclamati in Kenya, Uganda e Madagascar).
In conclusione, l’intelligenza artificiale rappresenta un banco di prova per il futuro del processo di unificazione europea e per la capacità dell’Unione di agire come attore globale. La sfida non è semplicemente tecnologica, ma soprattutto politica: si tratta di decidere se l’IA sarà uno strumento di concentrazione del potere e di competizione distruttiva oppure un’infrastruttura al servizio delle persone. La risposta a questa domanda dipenderà dalla capacità dell’Europa di superare le logiche nazionali, resistere alle pressioni delle grandi piattaforme e costruire una visione autonoma e coerente del proprio ruolo nel mondo.

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