L’Armenia ha deciso. Il 7 giugno 2026 è avvenuta quella che può essere considerata la tornata elettorale più importante nella storia armena. Non solo per i partiti coinvolti, specialmente Contratto Civile, guidato dal premier uscente Nikol Pashinyan, ma anche per il futuro allineamento dello Stato all’interno degli equilibri regionali. Infatti questa tornata elettorale avrebbe deciso se l’Armenia avrebbe proseguito o meno nel suo avvicinamento all’Unione europea e nel suo allontanamento dalla Russia, come anche nel percorso di pacificazione col vicino Azerbaijan e nella normalizzazione dei rapporti con la Turchia.

Con un’affluenza quasi del 59%, dato in crescita di circa dieci punti rispetto alle precedenti elezioni, Contratto Civile ha ottenuto il 49,8% dei voti, che garantiscono al partito il mantenimento della maggioranza assoluta (61 seggi su 105). I due partiti che andranno a completare l’assetto della nuova Assemblea nazionale sono Armenia Forte (23,3% dei voti) e Alleanza Armenia (9,9% delle preferenze), entrambi filorussi. Nessun altro partito ha superato il 4% della soglia di sbarramento.

Il processo elettorale è stato descritto dagli osservatori internazionali come aperto e regolare, e generalmente gestito correttamente. Ciononostante, le controversie non sono mancate: il leader di Armenia Forte, l’imprenditore russo-armeno Samvel Karapetyan, si trova attualmente ai domiciliari con l’accusa di aver organizzato un colpo di Stato, altri sei membri del partito sono stati arrestati il giorno prima delle elezioni, diversi altri membri delle opposizioni sono stati accusati di compravendita di voti, e i risultati di due seggi sono stati invalidati dalla Commissione Elettorale a causa di una presenza significativa di personale militare. Questa decisione è stata pesantemente contestata dal partito Armenia Prospera, che non ha superato la soglia di sbarramento per una percentuale che si aggira intorno allo 0,004%, circostanza attribuita dai suoi membri proprio all’annullamento dei risultati dei due seggi. Il clima di pressione e polarizzazione che si respira in Armenia, pur offuscando in parte la vittoria di Contratto Civile e generando preoccupazioni per l’ambiente politico armeno, non invalida il risultato dello spoglio. Tuttavia l’UE dovrà sicuramente tenere conto dell’attuale situazione nelle sue relazioni con il Paese.

A criticare duramente il clima nel quale le elezioni si sono svolte è stato anche il Cremlino, sicuramente preoccupato dalla prospettiva di perdere un altro alleato nella regione caucasica. Il Ministero degli Esteri russo ha accusato l’Occidente, in particolar modo l’Unione europea, di aver esercitato pressione sulle opposizioni e interferito nel processo elettorale. Risulta però difficile credere ad accuse simili, quando queste arrivano da uno Stato che tenta costantemente di influenzare i processi democratici degli altri Stati europei. Va ricordato inoltre che, poco prima delle elezioni, la Russia ha ridotto le importazioni di alcuni prodotti provenienti dall’Armenia e minacciato di interrompere le forniture di gas naturale.

Queste elezioni segneranno molto probabilmente il proseguimento del processo di graduale uscita dell’Armenia dall’orbita di Mosca, di cui sono stati passi fondamentali il vertice della CPE di Erevan e la firma di un accordo con l’UE, motivo per cui il risultato delle urne è stato accolto con grande favore da Bruxelles. Tuttavia, il processo di riallineamento iniziato da Pashinyan avrà bisogno di tempo per essere realizzato, e sicuramente dovrà affrontare degli ostacoli importanti. Sicuramente da parte della Russia proseguiranno i tentativi di impedire l’avvicinamento di Erevan all’UE, e l’Armenia rimane parte dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE), che resta un mercato fondamentale per la sua economia (in particolare la Russia, che rappresenta il 37% del commercio con l’estero dell’Armenia) e dal quale dunque sarà complicato svincolarsi. Inoltre, Pashinyan ha fatto intendere di non voler operare un taglio netto nei rapporti con la Russia, preferendo un approccio pragmatico e un cambiamento graduale che mantenga il ruolo della Russia e dell’UE come partner importanti per l’Armenia.

Sicuramente non mancheranno gli aiuti da parte dell’Unione europea, la quale il 19 giugno ha versato 34 miliardi di euro in aiuti economici all’Armenia per aiutarla a far fronte alle conseguenze delle restrizioni al commercio imposte da Mosca. Questa dovrebbe essere la prima parte di un pacchetto di misure di solidarietà annunciate dalla Presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen. Inoltre, uno dei Portavoce della Commissione, Olof Gill, ha confermato che la Commissione proporrà l’attivazione di misure commerciali autonome per aiutare l’economia dell’Armenia. Questo è uno strumento temporaneo e unilaterale con cui l’Ue apre il suo mercato ad un Paese partner, riducendo o rimuovendo dazi e quote. L’attivazione di queste misure rappresenterebbe un aiuto importante per l’Armenia (oltre ad un segnale politico forte), ma richiederà tempo, poiché necessita dell’approvazione del Parlamento e del Consiglio. Questi aiuti dovrebbero spingere ulteriormente l’Armenia nell’attuazione di riforme politiche ed economiche che la avvicinino all’Ue, volontà già nuovamente confermata dal premier armeno, il quale punta all’ottenimento dello status di candidato nel percorso di adesione all’Unione europea. Pashinyan ha comunque ammesso che il Paese non è attualmente pronto a questo passaggio, ma che “continueremo con calma sul cammino delle riforme”.

Il primo ministro ha dichiarato di voler proseguire anche nella normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaijan, rinunciando definitivamente al controllo sul Nagorno-Karabakh. Questo passaggio, tuttavia, necessita di una modifica della Costituzione armena, la quale richiederebbe una maggioranza dei due terzi del Parlamento che il partito del primo ministro non ha. Nonostante le dichiarazioni secondo cui i lavori per formalizzare l’accordo siano già in corso, la buona riuscita di questa operazione non può certamente essere data per scontata, e probabilmente sarà necessario costruire una pace duratura attraverso piccoli progressi. Inoltre, andrà tenuta in considerazione la reazione del popolo armeno all’eventuale firma di un accordo con cui l’Armenia rinuncia definitivamente al Nagorno, che potrebbe essere tutt’altro che positiva.

Un altro elemento importante della futura politica estera dell’Armenia è l’instaurazione di relazioni diplomatiche con la Turchia, importante sostenitrice di Baku. Questo potrebbe portare alla riapertura del confine tra i due Stati, chiuso ormai dal 1993. Tale riapertura faciliterebbe ulteriormente gli scambi commerciali tra Unione europea e Armenia, non avendo quest’ultima uno sbocco sul mare.

Nonostante le difficoltà presenti nel percorso intrapreso dall’Armenia, quest’ultima pare aver mostrato la sua risolutezza nel proseguire in questa strada. Questo riallineamento geopolitico potrebbe far uscire l’Armenia dall’isolamento geopolitico per renderla un attore chiave nel Caucaso. L’UE dovrà monitorare la situazione e fornire il suo supporto per migliorare la stabilità regionale ed aumentare la propria influenza nella regione, supporto che sarà fondamentale nel consentire all’Armenia di instaurare un delicato equilibrio nelle sue relazioni estere, all’intersezione tra gli interessi di Unione Europea, Russia e Turchia.