I tre nodi cruciali che tenterò di affrontare in questo articolo sono tutti racchiusi nel titolo: il primo, l’atomica; il secondo, l’approccio “mondialista” come imperativo federalista; il terzo, il XXI secolo.

In primis, cercherò di esaminare, da un punto di vista storico, l’impatto che il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki ha avuto sul pensiero federalista, nonché sulla teoria di unificazione mondiale. Questi sviluppi si collocano quindi a metà del Novecento, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, proprio mentre sta cominciando a comparire all’orizzonte un nuovo ordine mondiale, un ordine bipolare che accompagnerà il pianeta per tutta la guerra fredda, e al contempo iniziano a prendere forma le prime istituzioni mondiali.

In secondo luogo, rifletterò sull’orizzonte mondiale del pensiero federalista. La pace è il valore cuore del federalismo, intesa non come assenza di guerra, ma come impossibilità di guerra combattuta perchè normata dal diritto; quella pace, quindi, che non solo permette all’individuo di non vivere nel terrore e nella paura dell’altro, ma che favorisce lo sviluppo dell’umanità in tutti i suoi aspetti, umanità finalmente riunita attorno alla comune appartenenza al genere umano. Se si tiene questa idea di pace come stella polare, è inevitabile arrivare alla conclusione che il federalismo “o è mondiale o non è”, come sosteneva Mario Albertini. Questo imperativo non guida solamente il pensiero, ma anche l’azione: lo sforzo per la pace sarà necessariamente tanto europeo quanto mondiale, e i due piani di azione si intersecheranno inesorabilmente. Per i federalisti europei dare il nostro contributo su entrambi i piani, anche banalmente mettendosi all’ascolto di federalisti non europei, deve essere una priorità.

Infine, il terzo nodo, ossia il XXI secolo. Da Hiroshima e Nagasaki sono passati più di 80 anni e di acqua ne è passata sotto i ponti: nonostante ad oggi gli arsenali atomici siano tutto tranne che ridotti, annullati o controllati, l’atomica ha da tempo abbandonato la prima posizione nel dibattito pubblico, salvo rispuntare come elemento culmine di crisi persistenti (vedi Putin che dice di voler usare il nucleare). La mia posizione, anche provocatoriamente, vuole essere questa: la bomba non possiede più quell’aura di eccezionalità che possedeva in precedenza, quell’aura che, come ci dice Jaspers, mette il genere umano di fronte all’inaggirabile alternativa “«o l’intera umanità sarà fisicamente distrutta o l’uomo deve trasformare la sua condizione etico-politica”. Attualizzare il pensiero sull’atomica al XXI secolo significa iniziare ad indagare sulle nuove “bombe atomiche” a mio parere più insidiose e più gravose. Tra di esse, ho individuato quella che secondo me è la più urgente, ossia il cambiamento climatico, e ho provato a ridefinire la strategia federalista intorno ad essa.

La minaccia atomica

Dopo l’utilizzo della bomba atomica da parte degli USA un’idea che emerge, anche tra i federalisti, è che con l’avvento della bomba atomica, l’uomo perde la sua immortalità, e l’olocausto dell’umanità diventa una strada possibile. Il mondo si è trovato riunito, ma in una forma negativa (paura dell’estinzione): Lucio Levi la definisce una “unità negativa”, mentre ciò a cui aspirano i federalisti è un’unione positiva, cioè la costruzione di istituzioni comuni. Sono gli anni in cui esce Anatomia della Pace di Emery Reves, il libro che più enfatizza il fatto che il rischio di estinzione del genere umano sarà il prezzo da pagare fino a quando persisteranno le sovranità nazionali [1].

Dello stesso avviso, in fondo, sono molti scienziati, messi violentemente davanti al dilemma delle loro responsabilità: ormai la bomba è stata costruita, non si può tornare indietro, occorre una presa di responsabilità. A mostrarci come gli scienziati, a seguito del lancio della bomba, si resero conto della pericolosità dell’invenzione prodotta, e iniziarono ad immaginare delle soluzioni è forse il più celebre tra loro: Albert Einstein [2]. Già in precedenza pacifista e coinvolto nella preparazione della bomba solo in modo marginale, riconosce subito che “ la prima bomba atomica ha distrutto di più della città di Hiroshima: ha fatto esplodere anche le nostre idee superate e anacronistiche”; e fin dal 1945 lotta duramente a favore di un governo mondiale quale mezzo per proteggere l’umanità dal rischio di una guerra nucleare. In un’intervista di quell’anno Einstein proponeva di affidare il segreto della bomba atomica a un “governo mondiale” inizialmente composto da USA, GB e URSS [3].

Einstein inoltre ha sempre creduto che gli scienziati avessero una responsabilità sociale fondamentale nell’ “impedire che queste armi siano usate per gli scopi brutali per le quali sono state inventate” e che per raggiungere questo obiettivo dovessero sensibilizzare l’opinione pubblica, costruendo reti transnazionali che contribuissero alla diffusione tra i cittadini della consapevolezza delle minacce incombenti. A questo scopo, già nel maggio del 1946, Einstein, insieme al fisico ungherese Leo Szilard fonda l’Emergency Committee of Atomic Scientists, autore di una serie di pubblicazioni, come il “Bulletin of atomic scientists”, e nel 1955 i suoi sforzi confluiscono nella redazione del Manifesto Russell-Einstein. in cui viene proposto agli scienziati di riunirsi in una conferenza per valutare il pericolo rappresentato dalla nuova arma di distruzione e proporre una risoluzione, non come “membri di questa o quella nazione, continente o ideologia, ma come esseri umani, la cui esistenza era minacciata”. Piano piano, anche tra gli scienziati si viene ad affermare l’idea che le Nazioni Unite siano un valido esempio di struttura istituzionale transitoria, in attesa della creazione di un’autorità sovranazionale, dotata di sufficienti poteri legislativi ed esecutivi.

Lo sforzo per la pace, dopo la guerra, quindi, è stato imperativo tanto del mondo federalista quanto del mondo scientifico. L’alleanza tra i due mondi però non si è realizzata pienamente, e questo anche a causa delle divisioni tra le forze federaliste, tra federalisti europei (UEF) e federalisti mondiali (MUCM). Questo scollamento ha comportato inevitabilmente un indebolimento dell’azione, che per essere efficace avrebbe dovuto essere coordinata. Ridurre queste distanze (interne al mondo federalista e tra questo e gli scienziati) resta un imperativo per il presente.

L’atomica del XXI secolo: il cambiamento climatico

La bomba atomica alla fine è stato il primo esempio di forza che effettivamente e senza ombra di dubbio travalica lo stato nazionale. Questo non vuol dire che oggi sia speciale, anzi: ci troviamo nelle condizioni in cui tutto travalica lo stato nazionale. Oggi però questa urgenza dell’atomica non c’è più, e non perché sia scomparsa l’atomica, ma perchè si sono aggiunte minacce ancora più gravi e che incombono in maniera ancora più pervasiva, anche se all’apparenza meno netta dell’atomica. Come anticipavo, penso in particolare al cambiamento climatico.

Tra i punti di contatto con l’atomica, troviamo essenzialmente il pericolo esistenziale che corre l’essere umano e tutto il Pianeta: entrambi i fenomeni potrebbero portare all’estinzione dell’umanità. La differenza è che nel caso della crisi ambientale, è più difficile comprendere il legame causale. Se, per quanto riguarda la bomba, il nesso tra la sua invenzione e le conseguenze in caso di lancio sono cristalline - schiaccio un bottone, esplode una città - per quanto riguarda la crisi ambientale il legame è molto più complesso, coinvolge molti più fattori e lascia molti più spazi di interpretazione, mantenendo intatta solamente l’estrema gravità.

Montani definisce il cambiamento climatico una bomba a orologeria che nessuno è in grado di disinnescare e che diventa più pericolosa ogni anno che passa [4]. Ormai, l’impatto del cambiamento climatico è incontestabile: il rapporto del 2018 a carico dell’IPCC afferma che l’essere umano è riuscito a surriscaldare il pianeta di almeno un grado rispetto all’epoca pre-industriale. Seguendo questo trend, entro fine secolo il pianeta si potrebbe surriscaldare di 3-4 gradi, portando a conseguenze catastrofiche. Di fronte a una situazione così drammatica, gli Stati nazionali hanno risposto con le prime norme internazionali: l’UNFCC, il Protocollo di Kyoto e in ultima istanza gli Accordi di Parigi del 2015. Questi accordi, però, sono l’apoteosi dell’internazionalismo, non solo nella genesi - hanno richiesto l’approvazione degli Stati - ma anche nel funzionamento: per quanto riguarda i contributi, sono gli Stati ad adottare delle “nationally determined contributions”, che anche dal punto di vista giuridico prendono forme diverse tra stato a stato, senza superare veramente gli ostacoli delle barriere nazionali; e ogni Stato può recedere dagli accordi quando vuole, come dimostra il caso statunitense.

L’azione del federalismo organizzato a livello mondiale

Gli stati nazionali sono stati creati per garantire benessere e sicurezza ai loro cittadini, ma ora stanno facendo l’opposto: non solo non disinnescano le bombe atomiche dei nostri giorni, ma addirittura ne accelerano lo scoppio. E’ quindi dovere dei federalisti mostrare tutte le nuove bombe atomiche e portare avanti iniziative concrete per affrontarle.

Quali azioni concrete possiamo portare come federalisti organizzati in movimenti della società civile? Già Billion e Levi, in un contributo sulla storia dei movimenti legati al federalismo mondiale [5], denunciano il fatto che i federalisti abbiano abdicato al loro ruolo di dialogo e rafforzamento dei rapporti con i movimenti ecologisti e pacifisti, che condividono un’analisi problematica della realtà, e la volontà di cambiare le cose. Sta a noi federalisti fornire a questi movimenti il framework istituzionale e di pensiero, smascherando le contraddizioni che sono insite nel sistema degli Stati nazionali, e aprire alla prospettiva di un mondo diverso. Tutto questo, senza aver pretese di superiorità. Alla fine noi siamo un po’ come un paio di occhiali per osservare la realtà, ma un paio di occhiali sulla mensola, non servono a nulla. Dobbiamo agire affinché in particolare i movimenti pacifisti ed ecologisti li indossino.

Analogamente, bisogna intensificare il dialogo con gli scienziati dell’IPCC, che provengono da tutto il mondo e lavorano pro bono per l’IPCC. Seguendo l’insegnamento di Einstein, un’alleanza tra movimento federalisti e mondo scientifico potrebbe costituire una forza propulsiva nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica e nella mobilitazione dei cittadini. Infine, possiamo e dobbiamo difendere e rafforzare organismi internazionali che in questo momento si stanno occupando del crimine di ecocidio, ma che sono sotto attacco, come la Corte Penale Internazionale (CPI).

La forza del federalismo organizzato risiede soprattutto nella sua superiore capacità di comprendere le tendenze di fondo della storia contemporanea e i suoi punti di frattura, a partire dalle quali è possibile prevedere le grandi svolte della politica europea e mondiale. La lotta al cambiamento climatico è uno dei grandi punti di frattura del nostro tempo, dove si consuma l’anacronismo dello stato nazionale, si vede con grande chiarezza la debolezza dell’internazionalismo ed emergono in modo eclatante tutte le disuguaglianze del nostro tempo, del nostro sistema, delle nostre società. Si tratta di una nuova “bomba atomica”, che sta scoppiando tutti i giorni, davanti ai nostri occhi, e di fronte al quale, tendiamo a sentirci impotenti. E invece il pensiero federalista ci mostra che non si tratta di una fatalità senza alternative, ma di fenomeni che non vengono contrastati - e si aggravano - a causa dell’inadeguatezza delle strutture politiche costituite. Il federalismo quindi restituisce speranza, indicando la via nella costruzione di nuovi poteri sovranazionali, all’altezza delle dimensioni delle minacce che incombono sull’umanità, ma una speranza che si sostanzia in un’azione politica quotidiana, in uno sforzo incessante di trasformazione della realtà nella direzione di una maggiore emancipazione del genere umano.