Questo articolo si interroga su quale deve essere il ruolo dei federalisti oggi, provando a sviluppare secondo nuove linee di analisi e di strategia lo schema crisi-iniziativa-leadership.

Tradizionalmente, in ambienti federalisti, il processo di unificazione è stato letto (e affrontato) secondo lo schema crisi-iniziativa-leadership. In sintesi, la crisi si presenta quando un problema che non è suscettibile di una soluzione nazionale viene percepito socialmente come tale; l’iniziativa è la proposta di soluzione della crisi mediante una maggiore unificazione a livello europeo; perché l’iniziativa sia di successo occorre che una leadership politica la faccia propria, ossia ponga la proposta nell’agenda politica e costruisca il consenso necessario alla sua approvazione. Con queste categorie possono essere letti i momenti decisivi del processo di unificazione europea, come l’introduzione della moneta unica.

Il ruolo dei federalisti ha sempre riguardato l’ambito dell’iniziativa e questo deve continuare ad essere il nostro compito, ma tenendo presenti due aspetti.

Il primo è che anche lo smascheramento della vera natura delle crisi deve essere parte integrante della nostra iniziativa e deve essere portato avanti attivamente, inserendosi senza esitazione nel dibattito pubblico. Oggi infatti i federalisti hanno di fronte una fatica aggiuntiva: non solo portare avanti la battaglia per l’Europa federale, ma anche a respingere le accuse rivolte contro l’Unione europea, mostrando che le crisi in corso non sono dovute al processo di integrazione, ma, al contrario, al mancato completamento del progetto e al persistere del regime degli Stati nazionali (è una crisi degli Stati nazionali). E’ chiaro che i risultati ottenuti finora, seppur incompleti, parziali e contraddittori, sono comunque la base per la federazione europea di domani, che nascerà proprio perché le contraddizioni che si sono venute a creare devono risolversi attraverso una cessione di sovranità da parte degli Stati. Se l’Unione europea si disgrega sotto i colpi del nazionalismo, sarà molto più difficile costruire un’Europa federale.

Il secondo elemento di novità è che oggi non sembrano più esistere leadership politiche propriamente dette, soprattutto a causa della crisi dei partiti. Il tema, chiaramente, richiede un’analisi ben più approfondita di quella che questo articolo consente (ed è nostro dovere come federalismo organizzato non trascurarla), ma ciò che appare è il crescente scollamento dei partiti dalla società e la loro declinante capacità di indirizzare l’opinione pubblica e formare, guidare, mobilitare i cittadini, sempre più disaffezionati (e sempre più disinteressati in generale alla politica), come dimostra la crisi della partecipazione democratica. Il partito, insomma, non è più opinion leader, non è più un reale corpo intermedio, ma solo un contenitore vuoto dove convergono opinioni molto diverse, che al partito interessa seguire solo in ottica elettorale: le istanze nascono spesso all’esterno di esso, nella società, attraverso i nuovi opinion leader, e il partito si limita a raccoglierle e a cavalcarle.

In uno scenario del genere, la leadership politica che faccia avanzare il processo di unificazione non emergerà spontaneamente: essa deve essere “costruita” e alla luce di quanto appena detto, ciò può avvenire solo sulla base di un consenso nella società abbastanza ampio e visibile verso una maggiore unificazione.

Pertanto, il nostro ruolo specifico come federalisti si deve sviluppare su due piani, tra loro interconnessi. L’effetto ultimo che si vuole sortire è riuscire a convincere i decisori politici a compiere passi in avanti nel processo di unificazione europea, e il confronto vis-à-vis con questi resta imprescindibile. Tuttavia, dal momento che tutti i partiti, di cui tali decisori sono i dirigenti, ragionano secondo logiche elettorali, non basta più l’interlocuzione diretta con essi: occorre un impegno quotidiano nella società civile per costruire un consenso quanto più ampio possibile ed esplicito per il progetto federalista (attualmente insufficiente e non abbastanza esplicito), grazie al quale, appunto, esercitare una forte pressione sulla classe politica e costringerla a promuovere trasformazioni dell’Unione europea in senso federale. In un contesto democratico come il nostro, solo una forte pressione proveniente dalla cittadinanza potrà realmente spingere i decisori politici nella direzione auspicata; l’iniziativa politica che spetta ai federalisti include anche la capacità di partecipare ad una “battaglia delle idee” a tutto campo e mobilitare un ampio e attivo sostegno popolare.

Come mobilitare la società civile? Il nostro tempo è segnato da una crisi non solo dei partiti, ma dei corpi intermedi in generale: la nostra è una società disintermediata, anche a causa delle nuove forme di comunicazione, e tendenzialmente “liquida”, destrutturata, in cui gli individui si identificano sempre meno stabilmente in soggetti collettivi (frammentazione e indebolimento delle lealtà). Quando lo fanno, i gruppi che si vengono a creare sono tendenzialmente ristretti e autoreferenziali, senza una reale capacità di ascoltare le istanze della società ed entrare in rete con altri gruppi. Questi elementi sono insieme causa e conseguenza del crescente disimpegno politico generale, che trova la sua manifestazione più plateale al momento delle elezioni.

Ciononostante, le organizzazioni federaliste, per amplificare il più possibile il proprio messaggio e incidere sulle questioni centrali del nostro tempo, da un lato, devono riuscire sempre più ad intercettare figure mediatiche ed influenti, gli opinion leaders del nostro tempo, per raggiungere con le idee federaliste il loro pubblico, e dall’altro, devono saper lavorare sempre più in rete con altri corpi intermedi (e quindi con i cittadini più attivi), agendo come forza propulsiva.

La mobilitazione della società civile, però, non può che basarsi su una comprensione dei differenti attori che la abitano e deve avvenire a geometria variabile. Per riuscire a sollecitare i nostri interlocutori a schierarsi lungo la linea di Ventotene non dobbiamo dimenticare che questi si schierano spesso secondo linee di divisioni differenti: questo ci costringe ad ascoltare i nostri interlocutori e a trovare chiavi retoriche e argomentative differenti a seconda della loro sensibilità. L’efficacia della nostra battaglia rischia di venire meno se ci dimostriamo incapaci di dialogare con chi sostiene altre istanze e convincerlo della necessità di assumere una posizione federalista sulle tematiche ai suoi occhi vitali. L’esempio più evidente sono i movimenti ecologisti e pacifisti, con cui un’elaborazione condivisa, a partire da problemi che sono comuni, è imprescindibile per compiere dei passi avanti, sia teorici che di azione; ma per riuscirci bisogna saper toccare certe corde.

Infine, non dobbiamo trascurare il fatto che il nazionalismo metodologico, ossia la convinzione interiorizzata che la nazione sia la forma di società naturale e lo Stato nazionale la normale ed insuperabile forma di organizzazione politica, continua ad essere molto diffuso. L’insidiosità di questo tipo di nazionalismo non sta solo nel suo essere terreno fertile per il sorgere di convinzioni nazionaliste vere e proprie, ideologiche, che i risultati delle ultime elezioni registrano in aumento, ma anche perché tende ad offuscare la percezione che le persone hanno della pericolosità delle idee nazionaliste e ad inibire la loro volontà a contrapporsi all’ascesa di esse. Per questa ragione, l’impegno dei federalisti nello smascheramento del nazionalismo metodologico deve essere incessante.

In conclusione, le direttrici della nostra azione devono essere principalmente tre:

  • portare all’impegno federalista chi già condivide le nostre idee e il nostro progetto politico ma non conosce la nostra organizzazione (mettere in moto i federalisti)
  • attivare il “federalismo latente” che alberga in chi crede nei nostri stessi valori e nell’Unione europea, ma non conosce il progetto federalista (affermarsi sempre più come il punto di riferimento per le associazioni europeiste)
  • Intensificare l’impegno nella decostruzione e nello smascheramento del nazionalismo, presentando il federalismo come un orizzonte alternativo, che alla paura, su cui si radica il nazionalismo, risponde con un progetto politico capace di restituire speranza (combattere il nazionalismo)

Per poter portare avanti efficacemente la battaglia federalista secondo queste linee, è necessario che il Movimento si adatti alla realtà del nostro tempo, senza timore. La forza di un’organizzazione politica risiede anche in questo: comprendere le nuove tendenze e i nuovi linguaggi e adottarli, sapendoli sfruttare a vantaggio della propria causa. Non è il momento di stare al di sopra delle cose, ma di immergersi in esse provando ad indirizzarle.