Introduzione (a cura di Riccardo Tavella)
Continua su Eurobull la rubrica composta dai contributi dei partecipanti al concorso Diventiamo Cittadini Europei e al Seminario di Formazione Federalista del Veneto di Nocera Umbra (PG), svoltosi il mese scorso. L’articolo che segue è frutto del lavoro di Ettore Formentini, il quale ha approfondito la traccia:
L’8 agosto 2025 è entrato pienamente in vigore un Regolamento per la libertà dei media, sempre più in pericolo a causa della disinformazione, della manipolazione delle notizie e delle interferenze straniere.
Buona lettura!
L’equilibrio della libertà dei media nell’era digitale
La libertà dei media è uno dei diritti fondamentali sanciti dalla quasi totalità delle costituzioni democratiche; nella Costituzione Italiana, essa è statuita nell’articolo 21. Allo stesso modo, la libertà di espressione è regolata anche nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, in particolare nell’articolo 11 in cui si afferma che:
Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
La libertà di espressione è quindi considerata centrale anche dall’Unione Europea, ma perché è fatta oggetto di così particolari attenzioni?
Nel corso del XX secolo ci sono stati molteplici esempi di totalitarismi (fascismo, nazismo, stalinismo), la cui caratteristica comune è stata l’estesissimo potere propagandistico dovuto al controllo totale dei mass media allora presenti (principalmente radio, cinema e stampa).
Questo non deve stupire poiché, se si guarda alle caratteristiche dei totalitarismi che Hannah Arendt, una delle più importanti filosofe politiche del ‘900, annovera nella sua opera Le Origini del Totalitarismo [1] , si può notare che spicca il controllo dei media come strumento per orientare il consenso e isolare i cittadini, impedendo un confronto critico tra di loro. Non a caso, in Italia, Mussolini fondò l’EIAR ossia l’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche e si assicurò un efficace strumento di propaganda politica ovvero l’Agenzia Stefani, che divenne la voce del governo fascista. Misure simili furono adottate nell’URSS e nel Terzo Reich.
L’erosione della libertà di espressione da parte dello Stato, quindi, è la prima tessera di un domino che può culminare nella totale perdita di potere politico del popolo e nell’eliminazione di ogni possibilità di dissenso del cittadino. Persino alcuni romanzi distopici del Secondo dopoguerra, come 1984 di George Orwell, hanno teorizzato una società del futuro in cui il popolo è perennemente sorvegliato, le notizie sono plasmate per far apparire il governo infallibile e il dissenso è sistematicamente eliminato. Al di là della teoria politica che il romanzo mirava a esprimere, ci offre una panoramica del nuovo livello di attenzione al pericolo rappresentato dalla manipolazione dei media da parte dei governi e una visione su cosa potrebbe succedere se la libertà di espressione non venisse garantita.
Nonostante i numerosi esempi del passato, si potrebbe pensare che ai giorni nostri un tale controllo e una tale censura siano impossibili grazie agli strumenti di comunicazione moderni: come potrebbe un governo assicurarsi il totale controllo del flusso di informazioni provenienti dall’interno e dall’esterno del Paese, per di più in Europa, sede delle più importanti democrazie occidentali? Eppure, è già successo.
Nel 2021, in Polonia, il parlamento approvò una legge che limitava, per società al di fuori dello Spazio Economico Europeo (SEE), la possibilità di controllare aziende mediatiche polacche. La legge mirava in particolare ad indebolire la compagnia americana TVN, che aveva più volte criticato il governo in carica. Nonostante il veto del presidente Duda, la situazione rimane tuttora critica poiché la TVN rappresenta uno dei pochi canali mediatici indipendenti in Polonia. Similmente in Ungheria, nello stesso anno, il primo ministro Orbán impedì il rinnovo della licenza a Klubrádió, mostratasi spesso critica nei confronti del governo. Per di più, come in Polonia, il 90% dei media ungheresi sono di proprietà di oligarchi vicini a Orbán, non più in carica dopo le recenti elezioni.
Davanti a questi abusi l’Unione Europea non è rimasta a guardare: il Parlamento Europeo, nella risoluzione del 16 Settembre 2021, ha fermamente condannato la proposta di legge polacca. Per quanto riguarda l’Ungheria, invece, la Corte di Giustizia Europea ha sentenziato che il blocco della Klubrádió rappresentasse una violazione della libertà di espressione. In aggiunta, nell’ultimo anno, la Commissione Europea ha denunciato il mancato rispetto delle nuove regolamentazioni sui media del 2025 e, ora, l’Ungheria rischia sanzioni che possono arrivare a milioni di euro al giorno. In entrambi i casi, i provvedimenti presi dall’Unione Europea in risposta al deterioramento dello stato di diritto in questi due Stati, potrebbero aver contribuito alle successive sconfitte politiche: di fatto, sia il PiS, fautore della proposta di legge del 2021, sia Orbán, hanno perso le ultime elezioni nei rispettivi Paesi. Queste sconfitte possono far riflettere sull’importanza che viene data alla libertà mediatica dall’Unione Europea e sulla capacità della stessa di favorire il rispetto dei diritti fondamentali nei Paesi membri.
La totale libertà di parola, tuttavia, non costituisce la soluzione a tutti i problemi. Nonostante serva a garantire la possibilità di dissenso politico e la piena trasparenza nei notiziari, essa non assicura l’affidabilità dei contenuti: l’evoluzione del web nei primi anni 2000 ha reso possibile a chiunque condividere con il mondo fatti, notizie e idee. Ciò ha fornito il terreno di coltura ideale per la crescita del fenomeno delle fake news le quali, al contrario di quanto accadeva col formato cartaceo, sul web sono molto difficili da eradicare a causa dell’altissima velocità di diffusione delle informazioni. Viene quindi da chiedersi: il governo dovrebbe fare qualcosa per limitare tali pubblicazioni? Come farlo senza erodere la libertà di espressione? Si potrebbe sostenere che basterebbe sensibilizzare il “lettore medio” e addestrarlo alla verifica delle notizie lette, ma ciò potrebbe non essere sufficiente.
La disinformazione, infatti, non è più l’unico pericolo che alberga in rete. Con l’avvento dei social media le abitudini, le idee e le preferenze (anche politiche) dei cittadini sono state messe a disposizione di tutti e, con l’accettazione dei famosi cookies, queste possono essere immagazzinate e utilizzate per produrre pubblicità mirata.
Il risultato? Nel 2018 è scoppiato lo scandalo Cambridge Analytica: la società sfruttò dati raccolti dai vari colossi dell’informatica (prevalentemente i proprietari delle maggiori piattaforme social) per produrre delle vere e proprie “bolle di informazioni” attorno agli utenti mirate al condizionamento degli elettori nelle elezioni americane del 2016 e durante il referendum sulla Brexit. I contenuti in questione facevano leva sui votanti più indecisi per spingerli, secondo le accuse, a non votare o a cambiare fazione per favorire, rispettivamente, la prima campagna di Donald Trump e dei sostenitori della Brexit. Cambridge Analytica è attualmente sotto processo penale in entrambi i Paesi, ma il fenomeno pone un serio quesito: se la libertà di espressione permette di manipolare le informazioni e influenzare il voto, il risultato è davvero diverso da quello di una propaganda in stile totalitario?
I pericoli, quindi, sono due: da un lato, non si può consentire ai governi di avere un controllo esteso sui media, a causa della deriva autoritaria a cui questo potrebbe portare, ma dall’altro non si può nemmeno lasciare che la disinformazione e tecniche di influenza del comportamento su larga scala prendano il sopravvento.
Come fare, dunque, per raggiungere un equilibrio? È molto difficile trovare il modo di limitare l’uso che viene fatto dei media poiché la libertà di espressione costituisce uno strumento fondamentale nel bilanciamento dei poteri che sta alla base di ogni democrazia. I media, infatti, dovrebbero agire come un controllore sulle azioni del governo, denunciando gli abusi nei confronti dei cittadini. Allo stesso tempo, è altrettanto difficile gestire la libertà di espressione senza limiti, poiché il diffondersi della disinformazione è pericoloso in quanto può portare a gravi conseguenze sia economiche che sociali.
L’Unione Europea si è mossa in entrambe le direzioni: nel 2023 ha emanato il Digital Services Act (DSA) con l’intento di contrastare le tecniche atte a modificare il comportamento come quelle di Cambridge Analytica costringendo le grandi aziende a porre sotto un maggior controllo le informazioni diffuse sulle loro piattaforme, con sanzioni che possono arrivare fino al 6% del fatturato annuo. Mentre, nel 2024, è entrata in vigore l’European Media Freedom Act (EMFA) che mira a proteggere i giornalisti e le loro fonti da ingerenze politiche quali, ad esempio, cause infondate intentate nei loro confronti per scoraggiare la pubblicazione di notizie (le famose SLAPP). Il regolamento si propone anche di aumentare la trasparenza della proprietà dei media, assicurando la formazione di un sistema pluralista. Nonostante la situazione non sia ancora ottimale, i nuovi regolamenti, insieme alla fondazione di un organo per il controllo della libertà dei media (noto come Comitato Europeo per i Servizi di Media o EBMS), sembrano un grande passo nella giusta direzione. [2]
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