Nel maggio di 40 anni fa ci lasciava Altiero Spinelli, grande uomo politico e militante federalista. Il suo impegno e il suo insegnamento sono stati al centro di un convegno organizzato dal Movimento federalista europeo e dal Movimento europeo il 21-22 maggio presso la Camera dei Deputati e il Campidoglio. Pubblichiamo gli interventi di Roberto Castaldi, Segretario generale del Movimento federalista europeo [1], e di Amanda Ribichini, Segretaria generale della Gioventù federalista europea.

ROBERTO CASTALDI. Altiero Spinelli ha influenzato enormemente e per vari decenni la politica europea (e in particolare la politica europea dell’Italia). Lo ha fatto, dialogando sempre con tutti, nella consapevolezza della necessità di un’ampia convergenza di forze politiche e governi di vario colore per costruire la Federazione europea. Ha iniziato collaborando con le forze europeiste laiche e la DC di De Gasperi, ma poi è riuscito a portare all’europeismo prima il PSI di Nenni, poi il PCI di Berlinguer, e infine il MSI di Giorgio Almirante che sostenne convintamente il Progetto Spinelli al Parlamento Europeo nel 1984, ritenendo che tra USA e URSS l’unica possibilità di essere davvero sovrani e indipendenti fosse come europei.

L’eredità di Spinelli è particolarmente forte perché le persone passano, mentre le istituzioni restano, e Spinelli ha lasciato la sua traccia sia sulle istituzioni dell’Unione Europea, sia mediante la creazione di molte istituzioni non governative, a partire dal Movimento Federalista Europeo, chiamate oggi a portarne avanti il pensiero e l’azione sul piano politico e culturale.

Anche attraverso tali organizzazioni Spinelli ha costruito l’egemonia del federalismo sull’europeismo in Italia. Un’egemonia che, dopo la sua morte, abbiamo perso. L’ultima iniziativa che lanciò, e che il MFE realizzò, il referendum per un mandato costituente, ottenne l’88,8% di Sì. La federazione europea continua ad essere nell’interesse di tutti i cittadini, ma oggi non abbiamo raggiunto quel risultato e, anzi, ci sono forze politiche esplicitamente nazionaliste e anti-europee.

La sua è dunque un’eredità gravosa, di cui, nonostante gli sforzi, non siamo riusciti a farci carico adeguatamente. Sia chiaro che questa non vuole essere una critica ad altri, ma è in primo luogo un’autocritica, perché come militante federalista io sento assolutamente mia la responsabilità di portare avanti il pensiero e l’azione federalista di Spinelli e di ricostruire l’egemonia politica e culturale. A tal fine c’è dunque bisogno di ripensare e rilanciare l’azione federalista, ispirandoci a Spinelli e a ciò che gli ha permesso di costruirla in primo luogo. Il nostro compito è parlare con tutte le forze politiche, con la società civile, con la classe dirigente politica, economica e culturale, senza accontentarsi di tenere accesa la fiaccola e di fare testimonianza.

I militanti federalisti sono chiamati a “fare della contraddizione tra i fatti e valori una questione personale”, come ha scritto Albertini. Ma al contempo, come ha scritto Spinelli i militanti devono essere “uomini animati dalla passione politica, dall’ambizione di contare qualcosa fra i loro contemporanei, e che hanno deciso di far coincidere questa passione e questa ambizione con gli scopi dell’organizzazione cui appartengono. Non tutti gli appartenenti ad una organizzazione sono militanti e, se in una organizzazione politica non vi fossero che militanti, essa diverrebbe rapidamente una setta. Ma i militanti, quelli che si sono impegnati a fondo ed hanno messo il loro avvenire politico nella riuscita dell’operazione, sono il nerbo di qualsiasi organizzazione”.

Bisogna quindi avere chiara la distinzione tra i militanti e i dirigenti o “quadri” e dotarsi di entrambi. Un movimento senza “quadri”, che siano in grado di interloquire con regolarità e autorevolezza con la classe dirigente politica, economica e culturale italiana ed europea, fa solo testimonianza. Che non è inutile, ma non è decisiva. Esattamente come “Federazione europea subito!” è uno slogan, cui siamo tutti affezionati, ma non una strategia. La storia del MFE mostra che la sua forza è sempre dipesa da entrambi: militanti e quadri. Senza i militanti non c’è radicamento territoriale, non c’è possibilità di mobilitazione, né di realizzare iniziative impattanti come la Manifestazione di Milano del 1985 o il Referendum per il mandato costituente. Ma senza i quadri non si può convincere nessuna leadership occasionale a lanciare un’iniziativa in risposta a una crisi – che è il ruolo dei federalisti.

Nel processo di integrazione queste iniziative sono state spesso lanciate grazie all’azione di 2 persone: Spinelli e Monnet, il livello più alto dei quadri federalisti de facto (perché Monnet voleva gli Stati Uniti d’Europa, ma non faceva parte dei Movimenti). A Monnet dobbiamo l’avvio dell’integrazione basata sulla condivisione di sovranità su un punto decisivo, la struttura istituzionale pre-federale delle Comunità, i tentativi di condivisione della sovranità sulla difesa e sull’energia atomica; a Spinelli quelli sulla Comunità politica legata alla Comunità europea di difesa, la proposta dell’unione monetaria in risposta alla crisi di Bretton Woods, le prime politiche attive europee in materia di industria, ricerca, ambiente, energia, cultura, il tentativo di rilancio dell’integrazione da parte del primo Parlamento europeo eletto.

Molti altri “quadri” però hanno giocato un ruolo importante, ad esempio nel convincere la Banca d’Italia a lavorare sull’unificazione monetaria, nell’inserire una data nel Trattato di Maastricht entro cui comunque la moneta unica sarebbe partita con gli Stati pronti, senza aspettare tutti, nel convincere le forze politiche italiane della necessità di fare il risanamento ed entrare nella moneta unica; nel rilanciare con la Convenzione dopo il fallimento del Trattato di Nizza, nel proporre una risposta comune alla pandemia, e in molti altri casi e occasioni.

Certo, non abbiamo un altro Spinelli e – rassegnamoci – non credo che l’avremo mai. Per questo il Movimento deve essere lo Spinelli collettivo. A tal fine il compito dell’organizzazione dovrebbe essere quello di sfruttare al massimo le proprie risorse per raggiungere l’obiettivo, cioè mettere tutti i militanti nelle condizioni di diventare “quadri”. Nessuno “nasce” o “entra” nel MFE essendo già un “quadro”. Per questo il MFE deve tornare a fare formazione quadri. Che non è solo una formazione culturale (conoscere la cultura federalista), o tecnica (come preparare un documento, o fare conferenze, ecc.), ma politica e morale. Ogni militante è un potenziale quadro e non deve accontentarsi di “fare il suo”, che corrisponde un po’ all’idea di salvarsi l’anima, ma deve battersi politicamente per raggiungere l’obiettivo politico comune. A tal fine deve essere pronto a sfruttare al meglio anche la propria posizione personale, che sia in un contesto politico, economico, culturale. Ognuno può essere un opinion-maker nel suo contesto lavorativo, associativo, ecc. e riuscire a costruire una credibilità e una rete di rapporti da mettere al servizio dell’obiettivo comune. Perché la classe dirigente politica, economica e culturale a qualunque livello, ha un luogo di provenienza ed è più facilmente contattabile dai militanti/quadri di quel territorio.

Infine, come Spinelli, dobbiamo avere il coraggio di osare, di innovare, anche rispetto agli strumenti della lotta politica. Nella storia del MFE, anche grazie a Spinelli, ci sono state molte innovazioni nel modo di fare politica: dalle prime raccolte di firme pubbliche, alle prime elezioni auto-organizzate con il Congresso del Popolo Europeo, al primo referendum consultivo della storia della Repubblica. Fasi diverse comportano obiettivi specifici e magari strumenti d’azione differenti dal passato, e dobbiamo avere il coraggio di guardare lontano, oltre l’orizzonte della politica politicante, che non vede oltre la prossima elezione. Alzare lo sguardo è un compito culturale e politico essenziale, che richiede studio e innovazione; e il coraggio di rischiare, sapendo di poter sbagliare.

La grandezza del Manifesto di Ventotene sta nell’indicare una prospettiva per un ordine nuovo mentre il vecchio crollava e la forza di Spinelli è stata di individuare di volta in volta strumenti nuovi per rispondere alle sfide e alle crisi che la storia poneva, ma che potevano far avanzare il processo: ha sempre cercato di rilanciare l’azione federalista a partire dai risultati della precedente, criticando come insufficiente ogni passo in avanti fatto, ma senza mai chiedere di non compierlo o di non ratificarlo. Mantenendo fermi gli obiettivi federalisti e i valori fondamentali, ha adattato continuamente la strategia per giungere alla condivisione di sovranità a livello federale: dall’idea dell’assemblea costituente, all’Assemblea ad hoc, al Congresso del Popolo Europeo, all’elezione diretta del Parlamento europeo, al referendum per il mandato costituente al Parlamento europeo. L’essenziale è che fosse un metodo democratico, perché la Federazione si può fare solo con i cittadini, non contro di loro o di nascosto. I federalisti devono avere l’orgoglio di sentirsi l’avanguardia del popolo federale europeo e avere fiducia nella possibilità di mobilitarlo a sostegno della Federazione nei momenti propizi, quando l’occasione storica di unire politicamente l’Europa diventa reale.

Oggi nuovamente sta crollando l’ordine mondiale. Grazie alle battaglie politiche di Spinelli e dei federalisti l’Unione europea ha già assunto caratteri federali. Il problema è che le competenze essenziali rispetto alle crisi di oggi restano soggette a procedure decisioni speciali, che richiedono l’unanimità: l’UE garantisce la pace tra gli Stati membri, ma non riesce a svolgere il ruolo che vorremmo per costruire la pace e un nuovo ordine mondiale, perché non ha un governo federale responsabile della politica estera, di sicurezza e di difesa. La sovranità nazionale è la causa del declino dell’Europa e della percezione che esso sia inevitabile e irreversibile. Al contrario basterebbe un governo federale per poter almeno provare a mettere a frutto le potenzialità di una sovranità condivisa e rilanciare sviluppo, sicurezza e capacità di agire sul piano internazionale.

Gli insegnamenti di Spinelli devono essere la nostra bussola. La sfida per noi è pensare e agire da federalisti, per plasmare e non subire gli eventi: non si tratta di aspettare che le condizioni siano favorevoli, ma di impegnarci quotidianamente per crearle, guardando lontano e non solo al breve periodo. Perché, come conclude il Manifesto di Ventotene: “La via da percorre non è facile né sicura. Ma deve essere percorsa e lo sarà”.

AMANDA RIBICHINI. Di Altiero Spinelli si è parlato tanto: l’antifascista, l’intellettuale e il pensatore, l’uomo politico, il costruttore dell’Europa, in varie fasi, in più momenti. Io vorrei spendere qualche parola sullo Spinelli militante. Non è un tema scelto nel mucchio: come segretaria della Gioventù Federalista Europea, penso che il mio compito, nel mio piccolo, sia di contribuire a far nascere, crescere e formare i giovani militanti federalisti. In questo lavoro, che vi posso assicurare essere molto complesso nel nostro tempo, sono proprio i concetti di Altiero Spinelli a farci da bussola.

In questo breve intervento, mi servirò in realtà di pochi scritti, usciti su alcuni numeri della rivista Europa Federata nel 1955, anno antecedente all’inizio del Congresso del Popolo europeo, di cui quest’anno ricorre il 70esimo anniversario. La riflessione sul popolo europeo mi sembra oggi più attuale che mai, così come più urgente che mai è il lavoro per la sua costruzione: ripercorrere i discorsi di Spinelli sulla militanza è molto importante.

Il primo numero del 1955 di “Europa federata” si apre con un trafiletto in cui Altiero Spinelli, dopo aver criticato duramente gli Stati nazionali, indica il compito della rivista. “Europa federata si propone di dare il suo contributo a questa lotta, che sarà lunga e dura, smascherando il falso europeismo con cui oggi si cerca di coprire la miope politica di conservazione nazionale, indicando le conseguenze necessariamente disastrose di questa politica, mostrando le possibilità pratiche, che volta a volta si presenteranno, di uscire dal vicolo cieco in cui i nostri popoli si trovano, facendo appello a tutte le forze democratiche, politiche, culturali, professionali, economiche.

Queste parole riassumono in realtà tutto il lavoro che è chiamato a fare il militante federalista in questi anni: smascherare le contraddizioni del nostro tempo e le conseguenze che queste hanno, mostrare possibilità pratiche per poterle evitare e uscire dal vicolo cieco, dando una speranza. Oggi il vicolo cieco è più oscuro che mai, e per questo è tanto più importante una voce di speranza, attraverso un progetto e un processo, dunque dando una prospettiva per il futuro e gli strumenti intellettuali e politici per realizzarla.

Come fare? Quale è la forza del messaggio federalista? Spinelli lo scrive efficacemente sul numero 3 di Europa federata, sempre dell’anno 1955. L’articolo muove da una domanda: come è stato possibile che Giovanna d’Arco, contadina 19enne, riuscisse a salvare la Francia? I nobili e la corte reale francese non prendono iniziative coraggiose - atteggiamento che Spinelli denuncia come colpevole e dannoso - proprio per evitare che il nobile possa perdere quel suo “poteruncolo” che ha (e che non capisce che perderà sicuramente, e perderà molto di più in caso di sconfitta del re di Francia). Di fronte a questa paralisi, Giovanna d’Arco disvela con semplicità l’evidenza: è necessario ungere il re di Francia alla cattedrale di Reims e liberare Orléans dall’assedio.

Spinelli ritiene necessaria un’azione simile: "l’Europa non può salvarsi con queste complicate manovre, con questa falsa concretezza” e i militanti e le militanti devono guardare sempre un passo più avanti e mostrare l’evidenza. “Il nostro successo”, scrive, “dipenderà in larga misura dalla nostra ostinazione, dalla nostra capacità di incidere e di farci sentire”, dalla nostra capacità di ribadire con ancora più forza che “l’utopia consiste nel credere che occorre anzitutto rimettere in ordine i singoli Paesi” e che “lo stato federale europeo è necessario non come superfluo e finale coronamento di un’opera di risanamento e di ringiovanimento che gli Stati nazionali potrebbero compiere essi stessi con le proprie forze. Esso è necessario proprio perché è il solo strumento che, creato e impiegato, potrà restituire agli europei quella forza, quella prosperità, quella giustizia, quella fiducia in se stessi che gli Stati nazionali sovrani in se stessi non sono più capaci di dare”. Il segreto di Giovanna d’Arco sta in questo: il progetto federalista prevede si un’architettura istituzionale particolarmente complessa, ma i principi che stanno alla base di essa sono ridicolmente semplici e i federalisti hanno il compito di portarli avanti, mostrando proprio che quelli che oggi ci sembrano passaggi molto complessi, in realtà sono semplici, evidenti.

Ma allora perché, se è così semplice, non c’è ancora stato un movimento da parte del popolo europeo? E’ sul successivo numero di Europa federata che Spinelli punta il dito contro di noi: “bisogna dire che molti federalisti restano spesso in un dubbioso atteggiamento dinanzi a questa idea [l’idea del popolo europeo]. Da una parte non possono non accettarla perché appartiene senz’altro al patrimonio del loro pensiero politico. D’altra parte sono in disagio di fronte ad una espressione insolita che nelle circostanze attuali sembra corrispondere assai poco alla realtà”.

Espressa questa critica, chiarisce subito dopo quale debba essere l’attitudine federalista: “i federalisti possono aspirare ad essere una forza decisa a trasformare radicalmente l’ordine esistente in Europa, solo nella misura in cui sono consapevoli non già di essere i detentori di una buona formula di organizzazione politica da suggerire all’Europa, ma nella misura in cui sono consapevoli di essere i portaparola delle esigenze più profonde degli europei

Secondo Spinelli il popolo europeo è sopito e avvilito e i federalisti hanno il compito di riscattarlo. Questo ce lo dice anche Mario Albertini: chi arriva al federalismo lo fa in maniera non tradizionale, magari ha conosciuto un federalista o una persona abituata a pensare diversamente, perché l’educazione che si riceve è un’educazione nazionale, che insegna solamente a pensare da un punto di vista nazionale, ed è proprio per questa ragione che il movimento si deve fare anche scuola di pensiero. In questo senso, i federalisti non sono migliori degli altri, ma sono semplicemente persone che hanno avuto l’occasione e dunque il compito di farsi avanguardia di un popolo. Ma il loro obiettivo, non è chiaramente rimanere tale: il loro obiettivo è risvegliare il popolo europeo, rendendolo cosciente di se stesso, e guidarlo verso lo smascheramento delle contraddizioni della Stato nazionale, che si crede ancora detentore di una sovranità assoluta, la quale invece è per larga parte “abusiva”, per utilizzare un’altra celebre espressione di Spinelli. E’ in questo senso che va letta la frase, secondo cui i militanti federalisti devono essere “uomini (e donne) ’animati dalla passione politica, dall’ambizione di contare qualcosa tra i propri contemporanei”: non vuol dire cercare una gloria personale, ma contare per convincere, contare per spingere e farsi degni veicoli del messaggio federalista, contare per risvegliare, contare per farsi opinion leader.

Ieri si diceva che Spinelli è stato l’architetto del progetto di Europa federale e che noi ne siamo i manovali. Con il suo progetto e grazie al suo realismo creativo, ha contribuito a costruire l’Europa che conosciamo oggi e ci ha dato la forma mentis per continuare a costruire, come individui e come movimento, a partire da ciò che lui ha fatto. Aggiungo un tassello a questa metafora. In questo momento, la costruzione procede tutt’altro che lineare, i lavori sembrano essersi arenati proprio nel momento più complicato, e da fuori forze esterne minacciano il cantiere. In questo contesto, che le persone conoscano e difendano il progetto europeo non è più un vezzo, ma una necessità cruciale per la sopravvivenza e la costruzione di un’Europa federale. La federazione europea non è un castello di vetro:sarà se sarà la casa che i cittadini e le cittadine europei vorranno abitare. Da questa consapevolezza si deve partire.