L’Europa di fronte alle mire imperialistiche della Russia

, di Cesare Ceccato

L'Europa di fronte alle mire imperialistiche della Russia
Il Presidente russo Vladimir Putin, via Wikimedia Commons

L’invasione su larga scala dell’Ucraina non è che un tassello della strategia russa volta a riaffermare la propria influenza nello spazio post-sovietico ed europeo. La reazione dell’Unione europea è stata spesso tardiva, segnata da strumenti limitati e approcci frammentati, privilegiando la gestione delle crisi più che la prevenzione. Nonostante un rafforzamento dopo il 2022, persistono carenze in termini di deterrenza, autonomia strategica e capacità di risposta alla guerra ibrida del Cremlino.

La guerra in Ucraina non è un evento isolato. È il punto di arrivo - finora - di una strategia che la Russia porta avanti da anni per riaffermare la propria influenza nello spazio post-sovietico ed europeo. Pressioni economiche, propaganda, leva energetica, fino all’intervento militare diretto, il Cremlino ha progressivamente affinato un arsenale di strumenti per consolidare il proprio ruolo. Di fronte a questa traiettoria, l’Unione europea ha reagito, ma spesso in ritardo e con mezzi limitati.

Per capire questa strategia bisogna partire dal suo artefice: il Presidente russo Vladimir Putin. Ciò che è essenziale sapere è che, prima di assumere il controllo del Cremlino, Putin è stato un ufficiale del KGB, i servizi segreti sovietici. Non è mai stato comunista, ma era entusiasta dalla capacità dell’Unione Sovietica di competere alla pari con gli Stati Uniti nella logica bipolare della Guerra fredda.

Il momento in cui sceglie di dedicarsi alla politica è il 1989. All’epoca si trova a Dresda, nella Germania Est, lì assiste al crollo del sistema sovietico in Europa orientale e alla caduta del Muro di Berlino, senza che da Mosca arrivi una linea chiara o una difesa efficace dell’ordine esistente. In quel vuoto, matura una convinzione destinata a guidare tutta la sua azione politica: la Russia è stata umiliata e tradita dalla propria classe dirigente, non sul piano ideologico, ma su quello del prestigio e della forza, e questo è inammissibile. Per Putin, Mosca era, e doveva continuare a essere, il centro di gravità dell’Eurasia, garantendo una sfera di influenza stabile lungo i propri confini occidentali.

Una volta al potere, questa visione si traduce in strumenti concreti. Sotto Putin, nascono o si rafforzano organismi come la CSI - Comunità degli Stati Indipendenti - nata formalmente come quadro di cooperazione tra gli Stati post-sovietici, ma di fatto orientata verso Mosca, e il CSTO - Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva - una sorta di alleanza militare dell’ex spazio sovietico che, pur richiamando la logica della NATO, opera principalmente a vantaggio della Russia. A questi si affiancano l’Unione Economica Eurasiatica e una fitta rete di leve energetiche, economiche e informative, che consentono al Cremlino di esercitare pressione costante sugli Stati limitrofi.

Alcuni Paesi si allineano a questa logica, caso più eclatante è la Bielorussia, che replica con Aleksandr Lukashenka un regime non dissimile da quello di Putin. Altri, fanno valere la loro indipendenza, e quando cercano di avvicinarsi all’Unione europea e alla NATO, la reazione russa cambia di tono e di intensità. È il caso della Georgia con la Rivoluzione delle Rose del 2003 e, soprattutto, dell’Ucraina con la Rivoluzione arancione del 2004 e poi con Euromaidan nel 2014. In questi momenti si consolida la retorica anti-occidentale di Putin. La narrativa si adatta all’interlocutore, ma ruota sempre attorno agli stessi argomenti: la presunta corruzione o radicalizzazione dei governi filo-occidentali, l’espansione della NATO come minaccia esistenziale per la Russia, la violazione di accordi informali del passato e la necessità di proteggere le comunità russofone all’estero.

Emblematico, in questo senso, è il discorso tenuto da Putin alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco nel 2007, in cui accusa apertamente gli Stati Uniti di voler costruire un mondo unipolare e denuncia l’allargamento della NATO come una provocazione diretta nei confronti della Russia. Nel 2008, la Russia interviene militarmente in Georgia, consolidando il controllo sull’Ossezia del Sud e sull’Abkhazia e aprendo una frattura profonda con Tbilisi. Nel 2014 è l’Ucraina a essere colpita: Mosca annette la Crimea e sostiene militarmente i movimenti separatisti nel Donetsk e nel Lugansk. Nel 2022 si arriva all’invasione su larga scala dell’Ucraina, un conflitto che ha riportato la guerra convenzionale nel cuore dell’Europa e che, con i quattro anni raggiunti, ha equiparato la durata della Prima Guerra Mondiale.

Questi eventi sono tappe coerenti di una strategia che combina propaganda, pressione economica, utilizzo dell’energia e, quando necessario, intervento militare diretto come arma politica. Comprendere questa continuità è il primo passo per valutare se e come l’Unione europea sia stata capace di reagire in modo adeguato, e soprattutto per interrogarsi su quali strumenti politici, economici e militari le manchino ancora per trasformarsi da attore vulnerabile a soggetto pienamente sovrano e strategicamente autonomo.

Dopo l’intervento militare russo in Ossezia del Sud e Abkhazia nel 2008, l’Unione europea - sotto la presidenza francese del Consiglio, guidata da Nicolas Sarkozy - svolge un ruolo centrale nella mediazione del cessate il fuoco tra Mosca e Tbilisi. Viene istituita una missione di monitoraggio civile, l’EUMM Georgia, ancora oggi operativa.

Tuttavia, la risposta europea presenta gravi limiti. Non vengono adottate sanzioni economiche significative contro la Russia, il dialogo politico con Mosca riprende in tempi relativamente brevi e, soprattutto, non si elabora una strategia di deterrenza credibile per prevenire ulteriori aggressioni. L’Unione interpreta l’evento come una crisi circoscritta, non come il segnale di una più ampia revisione dell’ordine europeo da parte del Cremlino. In altre parole, l’Europa fa mancare la consapevolezza che la guerra in Georgia non sia un’eccezione, ma un precedente.

Questo errore di valutazione pesa enormemente nel 2014, quando la Russia annette la Crimea e destabilizza il Donbass. In quel caso, l’Unione europea reagisce con maggiore compattezza: introduce un regime di sanzioni economiche, personali e settoriali, che vengono periodicamente rinnovate, sostiene finanziariamente l’Ucraina e contribuisce al processo diplomatico che porta agli Accordi di Minsk.

Anche in questo caso emergono limiti evidenti. Il processo è frammentato, guidato più dai singoli Stati che dalle Istituzioni europee, e si basa sull’idea errata che la Russia fosse mediatrice del conflitto e non una parte belligerante diretta. Mosca ha quindi potuto continuare a esercitare pressione sull’Ucraina senza assumersi pienamente la responsabilità delle violazioni del cessate il fuoco, tant’è che la crisi si è espansa fino all’invasione del 2022.

Guardando indietro, emerge una costante: l’Unione europea ha privilegiato la gestione della crisi rispetto alla prevenzione strategica. Ha reagito, ma raramente ha anticipato. Ha sanzionato, ma senza costruire parallelamente una vera autonomia energetica e militare. Ha difeso l’ordine internazionale sul piano normativo, ma senza dotarsi di una capacità credibile di deterrenza.

Nel 2008 sottovaluta il segnale. Nel 2014 tenta una soluzione diplomatica che congela il problema senza risolverlo. Solo dopo il 2022 l’Unione compie un salto qualitativo: impone sanzioni senza precedenti, finanzia direttamente le forniture militari tramite lo European Peace Facility, riduce la dipendenza energetica russa, e accelera il processo di adesione dell’Ucraina all’Unione europea.

Spesso oggi ci si chiede se l’Europa debba fare di più per sostenere l’Ucraina o se sia necessario cambiare strategia. La realtà è più scomoda: con quindici anni di colpevole ritardo, oggi l’Unione ha utilizzato quasi tutti gli strumenti di cui dispone. Ed è proprio questo il nodo. Gli strumenti sono limitati, frammentati, lenti da attivare e ciò è problematico se la strategia della più grande minaccia non è solo quella dell’aggressione armata, ma della giustificazione a monte della stessa e della propria politica autoritaria.

Perché quella di Putin non è solo una guerra militare. È una guerra ibrida. Si combatte con le armi, ma anche con le narrazioni, la disinformazione, le interferenze politiche, i cyberattacchi, l’uso strategico dell’energia e persino la gestione dei flussi migratori. L’obiettivo non è solo conquistare territori, ma erodere la fiducia: nelle istituzioni, nei media, nelle alleanze. In questa logica, per il Presidente russo non è necessario abbattere l’Unione europea, è sufficiente renderla incapace di decidere.

A tale minaccia, l’Unione ha risposto rafforzando strumenti di contrasto alla disinformazione come l’East StratCom Task Force, introducendo un quadro regolatorio più stringente per le piattaforme digitali con il Digital Services Act e il Digital Markets Act, e lavorando allo European Democracy Shield, che intende mettere in rete intelligence, autorità nazionali, istituzioni europee e piattaforme digitali per costruire una protezione comune dello spazio democratico.

Rimanendo però le competenze in materia difesa e di sicurezza interna in larga misura nazionali, le risposte sono disomogenee e lente. Inoltre, il contrasto alla disinformazione impone un equilibrio delicato tra tutela della sicurezza e salvaguardia della libertà di espressione. Un intervento eccessivo rischia di minare la credibilità democratica che si intende difendere, un intervento insufficiente lascia campo libero alle interferenze.

Finché l’Unione europea non supererà il vincolo dell’unanimità in politica estera, non costruirà una reale capacità di difesa comune e non completerà la propria sovranità energetica e industriale, continuerà a muoversi in una posizione di vulnerabilità strutturale. Le competenze resteranno frammentate, le decisioni lente, la capacità di iniziativa limitata rispetto alla natura e alla velocità delle sfide contemporanee.

Tuoi commenti
moderato a priori

Attenzione, il tuo messaggio sarà pubblicato solo dopo essere stato controllato ed approvato.

Chi sei?

Per mostrare qui il tuo avatar, registralo prima su gravatar.com (gratis e indolore). Non dimenticare di fornire il tuo indirizzo email.

Inserisci qui il tuo commento

Questo campo accetta scorciatoie SPIP {{gras}} {italique} -*liste [texte->url] <quote> <code> ed il codice HTML <q> <del> <ins>. Per creare paragrafi lasciare semplicemente delle righe vuote.

Segui i commenti: RSS 2.0 | Atom