L’Europa è donna. Fotografia universale di un destino

, di Diletta Alese

L'Europa è donna. Fotografia universale di un destino

Dal ratto d’Europa all’Europa di oggi, seguendo il filo rosso di una violenza subita in una metafora angosciante che allunga la sua ombra nel tempo, divenendo un simbolo doloroso ed immortale. Almeno finché ce ne sarà memoria. Non un’analisi, né un approfondimento, ma solo una fotografia cruda di quello che sembra essere il nostro destino. A meno che non decideremo di cambiarlo.

È una donna. Una donna alta e muscolosa, coi seni imponenti, gli occhi di pietra e la pelle olivastra irrigata di vene sottili. È sporca, coi vestiti strappati. Energumeni enormi glieli tirano da ogni parte e da ogni parte ne lacerano la stoffa. Degli uomini e delle donne di più piccola statura, a singhiozzi, si avvicinano e la circondano. C’è chi la tocca, chi prova a possederla, chi a detergerla e chi tenta di coprirla. C’è chi prova ad amputarle gli arti con coltelli enormi mentre qualcuno si improvvisa scudo usando solo la propria pelle. Intanto quella è immobile, con lo sguardo vitreo piantato apparentemente nel nulla di un fluire cosmico di tempo. Nel riflesso dell’iride scorrono come su un nastro circolare episodi di vite, di storie, di stupidi saluti, di ubriachi cretini, di amori viscerali, di viaggi incredibili, di guerre maledette, di attentati, di naufragi, di silenzi. Sotto i suoi piedi si estende a perdita d’occhio un’enorme pozzanghera, smussata da onde improbabili, in questo spazio inesistente. E quella pozzanghera si alimenta a cadenze spettrali con lacrime pesanti tonnellate che ogni tanto le escono fuori dalle orbite. Qualche omino ancora più piccolo si affaccia dall’acqua, prova ad usare i suoi piedi enormi come zattere di fortuna, qualche volta riesce a montare su quello scoglio umano, più spesso viene inghiottito e non risale mai più. La donna rimane ferma col ventre dolorante, come sentore di una violenza ancestrale di cui ha smarrito la memoria. Qualcuno voleva definirla tramite la violenza e forgiarla nella sottomissione. Lei ha reso suo quel dolore, interiorizzando il ricordo e diventandone viva e muta testimonianza.

Ora pensate. La donna è l’Europa Unita con lo sguardo piantato su una piccola isola pontina, gli energumeni gli Stati, gli uomini più piccoli le associazioni e i partiti. Quelli che le vogliono amputare gli arti sono i nazionalisti e i loro alleati intenti a troncarne le fondamenta valoriali mentre quelli che provano ad opporsi sono gli europeisti, che vanno a combattere nudi – senza alcuno scudo e alcuna arma – per aiutarla. La pozzanghera è il Mediterraneo, che è parte di lei. Gli omini piccolissimi sono i migranti, i poveracci, i giovani senza futuro, perché nel flusso della storia agli ultimi è concesso avere solo dei minuscoli posti ed essere presto dimenticati. La violenza ancestrale è la sensazione di Zeus che abusa di lei. La verità è che ha tramutato due Guerre Mondiali in questo dolore incessante nel ventre.

Fosse davvero donna, fosse davvero presente a sé stessa, avrebbe scalciato i bruti, dato una casa al suo popolo, ridato una voce agli ultimi.

Ma è solo una proiezione riflessa di una storia in divenire e il suo futuro è quello che decideremo di attribuirle. Come diceva Simone Veil: “l’Europa sarà prima di tutto ciò che noi sapremo farne”.

Fonte immagine: JEF Belgium

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