L’Europa nella trappola del dilemma del prigioniero?

, di Lolita Sabbah, tradotto da Luna Ricci

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L'Europa nella trappola del dilemma del prigioniero?

Nonostante la recente decisione di limitare il deficit per gli anni a venire, la scelta di bilancio fatta dal governo italiano per l’anno 2019 è contraria ai principi europei e pone una domanda fondamentale: l’Unione europea ha agito nel suo proprio interesse attenendosi all’insieme delle sue regole e criteri economici?

Una nuova vittoria si aggiunge per la coalizione italiana al potere, soprattutto per il Movimento Cinque Stelle. Mentre il ministro italiano dell’economia, Giovanni Tria, voleva mantenere il deficit ad un massimo di 2% del PIL, Luigi Di Maio e Matteo Salvini (hanno avuto l’ultima parola) e hanno fissato il deficit al 2,4% del PIL per 2019. L’annuncio ufficiale del bilancio aveva già messo in difficoltà la credibilità di Giovanni Tria nei confronti dei mercati, con la borsa di Milano che crollava del 4% dopo la notizia il venerdì 28 settembre. Ma la cosa più inquietante risiede nella volontà implacabile del governo italiano di disprezzare tutte le regole fiscali fissate al livello europeo.

Additare un paese che cerca di sbarazzarsi delle esigenze europee non equivale a dire che l’austerità imposta da queste ultime è la soluzione ideale. Va detto però con una moneta unica e comune a 19 paesi, rispettare queste regole comuni è l’unico modo di mantenere una zona euro relativamente funzionale, e di evitare di cadere in quello che in teoria dei giochi si chiama “il Dilemma del Prigioniero”.

I banditi della zona euro

Formalizzato da Albert W. Tucker, l’idea di questo “gioco” è semplice: due prigionieri sono complici di un crimine e sono imprigionati in delle cellule separate e non possono comunicare. L’autorità penitenziaria offre a ognuno di loro le scelte seguenti: se uno dei due denuncia l’altro, ottiene la libertà mentre il secondo ottiene la pena massimale di dieci anni. Se i due si denunciano, beneficiano di una riduzione della pena di cinque anni. Infine, se i due rifiutano di parlare, la pena sarà di sei mesi, a causa della mancanza di prove. Mentre i banditi avrebbero interesse a cooperare tra di loro, la scelta più razionale è denunciare l’altro, o per restare in libertà, o per passare soltanto cinque anni in prigione invece di dieci. La conclusione di questo gioco è semplice: visto che non si può vincolare la scelta dell’altro, i delinquenti non riescono ad ottenere il guadagno della cooperazione e finiscono per farsi denunciarsi mutualmente.

Sebbene il paragone è sia ridicolo (si immagina difficilmente Luigi Di Maio e Matteo Salvini in combinazione rigata), rimane il fatto che gli stessi meccanismi sono all’opera. Su scala europea, la cosa più vantaggiosa sarebbe che tutti gli Stati membri seguano le regole. Un tale comportamento dovrebbe portare a una convergenza della situazione economica, e dunque a una zona euro più efficace e funzionale. Teoricamente, questa constatazione dovrebbe anche attirare gli Stati membri, in particolare l’Italia che avrebbe interesse a vedere la sua situazione economica avvicinarsi a quella germanica per esempio. Ma dobbiamo ricordare che piegarsi alle esigenze europee ha un costo (sopratutto politico), e che imporre un rigore budgetario è più costoso in numero di elettori che di lasciare salire il deficit.

L’escalation dell’imbroglio per vincere la partita

Al di là di evitare questi costi politici, aggirare le regole europee pare paradossalmente tanto più vantaggioso se si fa parte della zona euro. Infatti nel quadro dell’unione monetaria, i costi di una politica di bilancio espansionista sono mutualizzati. Detto altrimenti, mentre l’Italia raccoglie i frutti di un deficit troppo generoso, sarà l’insieme dei paesi della zona euro a pagarne il prezzo. E logico quindi che un paese che decide intenzionalmente di ignorare le regole europee, incita tutte le altre nazioni a fare la stessa cosa. Oltre a piegarsi alle esigenze dell’austerità, queste ultime pagherebbero il prezzo del comportamento irresponsabile dei loro compagni che fanno i cattivi alunni. Esattamente come i due banditi imprigionati, i paesi della zona euro potrebbero finire per scegliere di abbandonare le regole europee et la cooperazione. La situazione attuale in Italia ne è la prova. Il governo italiano ha giustificato la sua scelta di bilancio riferendosi al deficit pubblico francese del 2,8% del PIL annunciato il 24 settembre dal ministero dell’economia nel progetto della legge di finanze 2019. Eppure il Commissario europeo Pierre Moscovici ha qualificato “fuori dai paletti” l’annuncio italiano.

Riformare i criteri di convergenza

Non si tratta d’additare l’Italia, piuttosto, di dimostrare che questo comportamento rischia di generalizzarsi all’insieme dei paesi della zona euro, se questi ultimi concepiscono la loro strategia fiscale a partire da quella di altri paesi. I costi imposti dalle regole europee li incitano a barare e evitare di cooperare, ma a quale prezzo? La conclusione del Dilemma del Prigioniero è senza appello: pensando d’agire nel loro proprio interesse cessando di cooperare, gli stati si danno la zappa sui piedi, raccogliendo soltanto una frazione dei benefici che avrebbero potuto ottenere cooperando. I criteri europei sembrano quindi condurre a una situazione sub ottimale.

Il caso dell’Italia non è insignificante. Rifiutando di piegarsi alle regole del gioco europeo, il paese danneggia la stabilità della zona euro nel suo insieme. Per evitare di arrivare al peggio, sarebbe forse venuto il momento di considerare una profonda riforma dei criteri di Maastricht (1992) o del Patto di Stabilità e di Crescita (1997). Attualizzandoli e adattandoli al contesto economico che gli stati devono affrontare oggi, in particolare i più deboli, l’Unione europea potrebbe riuscire a rivelare i suoi veri potenziali di una zona euro coerente e funzionale, ed evitare di dar man forte ai governi populisti che si ostinano a smantellarla.

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