Che cos’è un’assemblea dei cittadini?
Diverse associazioni e movimenti stanno sollecitando le istituzioni ad organizzare assemblee dei cittadini, composte da persone selezionate in modo casuale ma rappresentative per età, genere, etnia e background sociale del gruppo che intendono rappresentare, incaricate dal legislatore di discutere una questione specifica e di formulare proposte. In sostanza, un’assemblea dei cittadini è composta da almeno un centinaio di persone che si riuniscono per un periodo non inferiore a 18 settimane, in parte dedicato all’apprendimento con esperti, in parte alla discussione e alla formulazione di proposte. Alla luce degli esperimenti condotti finora, vale la pena fare il punto della situazione per capire come e se la democrazia deliberativa influenzerà le future decisioni dei legislatori.
L’esempio dell’Ostbelgien
Ispirato da un’assemblea temporanea tenutasi nel 2017, l’esempio della regione germanofona del Belgio è forse il più significativo in termini di influenza sulle dinamiche decisionali. Composta da un consiglio permanente di cittadini, con il potere di chiamare un’assemblea cittadina che lo affianchi, è di fatto una delle istituzioni di governo della regione. Rinnovata per un terzo su base ciclica e composta sia da cittadini selezionati casualmente che da politici, è diventata uno strumento fondamentale nel processo politico della comunità. Il compito dell’assemblea temporanea è discutere e formulare proposte su questioni specifiche che provengono principalmente dal consiglio permanente, le quali vengono poi presentate e discusse nella commissione parlamentare competente. L’assemblea dell’Ostbelgien, pur essendo un esempio locale e a scala ridotta, mostra chiaramente come la concertazione tra modalità assembleari di cittadini estratti a sorte e organi elettivi funzioni e produca risultati tangibili per la cittadinanza.
I panel europei
A seguito della Conferenza sul futuro dell’Europa, svoltasi da aprile 2021 a maggio 2022, cittadini europei selezionati casualmente sulla base di vari criteri, con particolare attenzione alle giovani generazioni, hanno potuto discutere e formulare idee, redigendo una relazione finale con 49 proposte e 326 azioni dettagliate per riformare l’Unione Europea, poi approvata dal Parlamento. Secondo alcune stime, circa il 95% delle proposte fa ora parte del piano di lavoro della Commissione europea. Da allora, ci sono stati altri panel su vari argomenti: l’ultima assemblea, ad esempio, si è concentrata sulla gestione e la riduzione dell’odio nella società. Bisogna però dire che le proposte più ambiziose uscite dalla Conferenza, soprattutto quelle relative alla riforma dei Trattati e all’abolizione del potere di veto in politica estera e in materia fiscale, sono state bloccate da più Stati al Consiglio europeo, finendo poi sorpassate da altre questioni impellenti, come l’invasione russa dell’Ucraina e la crisi energetica che ne è scaturita. Un rapporto accademico del 2024 ha definito gli avanzamenti sulle riforme più strutturali come “deludenti”.
I primi esperimenti italiani
Dopo due anni di pressioni, il gruppo locale di Extinction Rebellion di Bologna è riuscito a far approvare dal Consiglio comunale un’effettiva assemblea cittadina sul clima. L’assemblea ha coinvolto circa 100 persone, su invito del consiglio comunale e con un tasso di risposta molto alto, circa il 18%. Questo dato può variare molto; secondo un’analisi di MASS LBP, azienda specializzata nella gestione di questi processi e svolta su esperimenti assembleari canadesi, il tasso di risposta medio per le assemblee dei cittadini è compreso in una forbice tra il 4% e il 10%. Con l’aiuto di facilitatori professionisti incaricati di snellire il processo decisionale e il dibattito, dopo una fase iniziale con esperte, esperti e parti interessate, nella seconda parte è stato redatto un documento con raccomandazioni per il consiglio comunale [1]. Erik, un olandese trasferitosi a Bologna molti anni fa, è stato selezionato per partecipare e ha opinioni contrastanti: “Data l’ampiezza delle proposte e la natura tecnica di alcune di esse, il tempo a disposizione era poco. Ho anche notato che verso la fine chi facilitava ha cercato di ‘guidare’ un po’ il processo, mentre io avrei preferito qualcosa di più libero, una discussione un po’ meno condizionata”. Nonostante ciò, riconosce anche l’importanza della partecipazione e della facilitazione: “Tutti hanno fatto un ottimo lavoro, ma era la prima volta, quindi c’è margine di miglioramento”. Alla domanda se sia fiducioso che l’assemblea abbia avuto un impatto positivo sulle istituzioni, rivela un accenno di ottimismo: “Una delle proposte più ambiziose era quella di vietare il traffico dei jet privati dall’aeroporto di Bologna, su cui il Comune ha potere effettivo attraverso l’ente che gestisce l’aeroporto. Tuttavia, questa proposta è stata bloccata, con la motivazione che era impossibile. Nonostante ciò e nonostante le contraddizioni in alcune scelte dell’amministrazione, che hanno spesso portato a conflitti con la cittadinanza più attiva, mi sembra che ci sia un reale desiderio di intraprendere un percorso verso la neutralità carbonica e ambientale. Anche l’istituzione stessa dell’assemblea non era scontata”. Pasquale invece, attivista di Extinction Rebellion, che con il Comune si è interfacciato molto per la progettazione dell’assemblea, è più cauto : “Se da un lato la chiamata stessa dell’assemblea è un grande risultato, e la sua strutturazione è stata tutto sommato corretta, seguendo le raccomandazioni accademiche, è stato però fin da subito evidente che il comune non volesse dare risalto alla cosa. L’assemblea è uno strumento dei cittadini a servizio dei cittadini, se però gli stessi non ne conoscono l’esistenza cade uno dei pilastri fondamentali, e interfacciarsi diventa quasi impossibile. Inoltre la maggior parte delle proposte è stata accolta con riserva, che è un modo diplomatico per dire che non si ha la volontà o la disponibilità di allocare risorse per attuarle. Quasi tutto ciò che è stato accolto in formula piena sono proposte legate alla divulgazione e alla promozione delle tematiche ambientali, che ben poco hanno a che fare con un’azione vera e incisiva, che è poi ciò che principalmente è uscito dall’assemblea. Ciò è ancora molto lontano dall’essere abbastanza”.
Soluzione o soluzioni?
Questi esempi danno certamente motivo di speranza, ma sono ben lungi dall’essere sufficienti. La democrazia deliberativa non sarà certamente la chiave di volta per rivitalizzare la democrazia europea. Ma può essere parte della soluzione a molti problemi strutturali. La critica più feroce mossa alla democrazia deliberativa è che potrebbe diventare un mero feticcio, svuotata di qualsiasi reale potere decisionale, e che quindi non avrà alcuna influenza reale sui processi politici. Si tratta di una critica legittima.
Tuttavia, esistono meccanismi per porvi rimedio. A Bologna, il Comune ha attuato integralmente circa un terzo delle proposte emerse dall’assemblea, mentre gli altri due terzi sono stati attuati parzialmente o sottoposti a valutazioni di fattibilità economica. Le poche proposte totalmente respinte sono state accompagnate da un documento con esaurienti spiegazioni. Questo è un modo per rendere le istituzioni responsabili e garantire un processo il più trasparente possibile per la cittadinanza e per le persone che hanno presentato le proposte. L’unico strumento per rivitalizzare la democrazia europea è la combinazione di approcci e innovazioni diversi, che ci dia l’opportunità di affrontare le sfide che la nostra epoca ci pone. Assemblee deliberative, l’obbligo per la Commissione di legiferare sulle proposte approvate dal Parlamento, maggiori poteri per le iniziative dei cittadini europei e, perché no, la possibilità di indire referendum europei?
Per concludere, come già è emerso nel primo panel, è imperativo per l’Europa presente e futura iniziare un serio e lungo processo di riforme per superare meccanismi concepiti per un mondo e un’Unione che oggi non esistono più; il potere di veto, che permette a pochi Paesi di tenere in ostaggio l’intero Consiglio europeo su decisioni fondamentali e riforme serie dei Trattati, per muoverci verso un’Europa veramente federale, con una sola voce, non tenuta in ostaggio dal provincialismo nazionale. La strada è sicuramente molto lunga e faticosa, e i continui sviluppi geopolitici e condizioni politiche sfavorevoli (si pensi solo all’Ungheria di Orban) aggiungono problematiche spesso giudicate più impellenti ed emergenziali. Ma se c’è una cosa che cittadinanza e politica hanno capito negli ultimi anni, è che queste modalità di decisione politica non sono minimamente all’altezza della policrisi permanente in cui ormai viviamo. Cambiare questi meccanismi, seppur lentamente, seppur con enormi difficoltà e rallentamenti, deve essere alla base di qualunque azione politica presente e futura. La posta in gioco è la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea come entità politica, che al momento sta ancora cercando di capire cosa vorrà essere da grande.

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