La difesa europea, per che fare?

, di Domenico Moro

La difesa europea, per che fare?

Il professor Domenico Moro sviluppa il tema della difesa europea nel contesto della pace quale aspetto di valore del federalismo. L’articolo è sintesi della relazione del professor Moro in un dibattito con la Sezione di Torino della Gioventù Federalista Europea tenutosi il 1° novembre 2025.

L’aspetto di valore del federalismo è la pace. Quindi, niente sembra più lontano da questo obiettivo del chiedere che l’Unione europea si doti di proprie forze armate e che possa ricorrere all’uso della forza. Se si espone il problema in questi termini, sembra che non vi sia una via d’uscita rispetto alla difesa del valore che ci deriva da Kant e con cui si identifica il ruolo dei federalisti.

Kant, però, non è un pacifista o, quantomeno, non lo è nel senso con cui oggi si intende il termine «pacifista». Kant ha una visione realistica dei rapporti tra gli uomini e dei rapporti tra gli Stati. Ed è proprio l’approccio realista che gli consente di individuare la direzione e la forma che devono assumere i rapporti tra gli uomini e tra gli Stati e le Istituzioni necessarie a consolidarli.

Nella Tesi Quarta della «Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico» (I. Kant, Scritti politici, Torino, 1965), Kant afferma che «il mezzo di cui la natura si serve per attuare lo sviluppo di tutte le sue disposizioni [NdA: dell’uomo], è il loro antagonismo [NdA: degli uomini] nella società, in quanto però tale antagonismo sia da ultimo la causa di un ordinamento civile della società stessa». Per antagonismo, Kant intende quella che chiama «insocievole socievolezza» degli uomini, vale a dire «la loro tendenza a unirsi in società, congiunta con una generale avversione, che minaccia continuamente di disunire questa società». Il modo in cui è formulata la Tesi chiarisce che non vi è nulla di deterministico in questo disegno della natura, ma che l’ordinamento civile della società è la conseguenza di un agire in quella direzione.

Un discorso analogo viene fatto per quanto riguarda i rapporti tra Stati. Nella Tesi settima, Kant afferma che «il problema di instaurare una costituzione civile perfetta dipende dal problema di creare un rapporto esterno tra gli Stati regolato da leggi, e non si può risolvere il primo senza risolvere il secondo». Anche in questo caso, Kant afferma che «quella stessa insocievolezza che obbligava gli uomini a darsi una Costituzione, è di nuovo la causa per cui ogni comunità nei rapporti esterni, come Stato in rapporto a Stati, si mantiene in libertà illimitata e quindi deve aspettarsi dagli altri i mali che opprimevano i singoli uomini e li costrinsero a entrare in uno Stato civile regolato dal diritto».

Ciò che, secondo Kant, spinge gli Stati a perseguire la condizione di pace e di sicurezza è la guerra, intesa come la manifestazione più cruenta dell’antagonismo tra Stati indipendenti e che «mediante armamenti sempre più estesi e non mai interrotti, per la miseria che da ciò deriva a ogni Stato, anche in tempo di pace», sono spinti a realizzare una «federazione di popoli».

Anche in questo caso, non vi è nulla di deterministico nel ritenere che guerre sempre più distruttive portino ad una federazione tra Stati come condizione per realizzare la convivenza tra Stati sulla base del diritto e non della violenza. Neanche se, con la scoperta dell’arma nucleare e come ha sostenuto Gorbaciov, «entrata nell’era nucleare, l’umanità ha perduto la sua immortalità» (G. Vacca, La sfida di Gorbaciov, 2019).

Un sistema federale, prima a livello europeo e poi a livello mondiale, può essere solo il risultato di un impegno politico in questa direzione. Si può pertanto sostenere che, con le sue osservazioni, Kant abbia messo in luce il fatto che una politica attiva ha un suo fondamento etico (Politica con la «p» maiuscola e non quella volgare cui ci stanno abituando i politici nostrani, del governo e dell’opposizione). Kant non dice, però, quale posizione pratica assumere. È stato Max Weber a scrivere pagine decisive sul fondamento etico della politica.

Nella conferenza dal titolo «La politica come professione» (M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione, 1966), Weber affronta proprio il tema del fondamento etico della politica. Il filosofo tedesco, dopo aver affermato che non c’è una contrapposizione tra politica ed etica, la sua attenzione è volta ad argomentare come sia possibile conciliarle o, più realisticamente, come si possa gestire la tensione tra loro. Inoltre, come precisa, le sue considerazioni non hanno nulla a che vedere con la specifica causa od obiettivo per il quale un individuo intende impegnarsi, ma vale in generale, per chiunque intende dedicarsi alla politica o, come sostiene, a fare della politica una vocazione.

Per Weber, la politica come vocazione richiede alcune qualità fondamentali. Qui se ne ricordano due: la passione per una causa e il senso di responsabilità. Passione, nel senso di dedizione appassionata ad una causa e non nel senso di una agitazione sterile per essa, perché «la politica si fa con il cervello e non con altre parti del corpo o altre facoltà dell’animo». Responsabilità, nel senso che bisogna farsi carico delle conseguenze dell’agire ed evitare di preoccuparsi soltanto della «impressione» che chi fa politica può esercitare sugli altri e di cadere nella trappola della «vanità», la tendenza fatale, ma molto umana, che porta a porre in primo piano, con la massima evidenza, la propria persona. L’impegno politico per una causa, fondato sulla passione deve essere inteso, prima di tutto, come il sapersi mettere al suo servizio.

Curiosamente, questa affermazione di Weber è molto simile a quella utilizzata in un libro caro alle giovani generazioni, «Il giovane Holden» di J. D. Salinger (Torino, 2001), quando il Prof. Antolini dice al giovane Holden «ciò che distingue l’uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l’uomo maturo è che vuole vivere umilmente per essa».

Pertanto, al centro del suo saggio sulla politica come vocazione, Weber fa una distinzione cruciale tra la politica come «etica della convinzione» e la politica come «etica della responsabilità». Non nel senso - precisa Weber - che l’etica della convinzione manchi di responsabilità e che l’etica della responsabilità manchi della convinzione, ma che c’è una differenza incolmabile nell’agire secondo le due etiche. Agire secondo l’etica della convinzione - soprattutto se, a livello individuale, si è influenzati da sentimenti religiosi - significa, più o meno, questo: «il cristiano opera da giusto e poi, quanto succede, dipende da Dio».

L’agire secondo l’etica della responsabilità vuole invece dire che bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni e, quindi, porsi il problema dei mezzi a cui bisogna ricorrere per poter raggiungere il fine (valore) che ci si propone.

Bisogna a questo punto rispondere alla questione che si è posta all’inizio di questo articolo, vale a dire come sia possibile conciliare l’impegno per la pace con la richiesta di un’autonoma difesa europea. Tenuto conto della distinzione weberiana tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, occorre innanzitutto ricordare la definizione che Weber dà di Stato: «quella comunità umana che, nei limiti di un determinato territorio […] esige per sé (con successo) il monopolio della forza fisica legittima». Subito dopo aver specificato che lo Stato è l’unica fonte del «diritto alla forza», egli aggiunge che fare politica significa «l’aspirazione a partecipare al potere o ad influire sulla ripartizione del potere, sia tra gli Stati, sia nell’ambito di uno Stato tra i gruppi di uomini compresi entro i suoi limiti».

Va da sé che la parte della frase che interessa ai federalisti è quella sull’impegno volto ad influire sulla ripartizione del potere tra gli Stati. La riflessione su questo punto consente anche di fare due passi avanti rispetto alle tesi weberiane.

Innanzitutto, dotare l’Unione europea di un potere militare autonomo influisce sulla ripartizione del potere a livello mondiale. Oggi, l’Unione non è un attore credibile a livello mondiale. Non è stata presa in considerazione nell’incontro tra Putin e Trump in Alaska. Non ha avuto alcun peso nel porre termine alla politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Non è in grado di fornire ai cittadini europei un bene pubblico essenziale, come la sicurezza, per il quale dipende dagli Stati Uniti. Inoltre, l’attuale configurazione degli equilibri di potere a livello mondiale sta portando all’indebolimento delle istituzioni multilaterali e delle regole comuni.

L’Unione europea autonoma sul piano della sicurezza sarebbe invece in grado, se non altro per interesse, di perseguire una politica mondiale volta al rafforzamento delle istituzioni multilaterali e delle regole mondiali.

In secondo luogo, è possibile mettere in luce un limite dell’approccio di Weber dovuto alla definizione che dà della statualità. Egli, infatti, non concepisce la possibilità di un sistema istituzionale che preveda l’articolazione dell’uso della forza tra più livelli istituzionali, in quanto lo pone in capo ad un solo livello istituzionale. Weber, in sostanza, non vede sistemi istituzionali diversi dallo Stato unitario. Il sistema federale, però, ha realizzato proprio la divisione dell’uso della forza tra due livelli istituzionali: quello federale e quello statale. Quest’ultimo è il modello di difesa che si è dato la federazione americana, il cui funzionamento è durato oltre un secolo.

Pertanto, la proposta federalista di un «Sistema europeo di difesa», basato su forze armate in capo all’Unione europea e forze armate nazionali in capo ai governi nazionali, riprende questo precedente e realizza la divisione dell’uso della forza tra più livelli istituzionali.

Infine, a proposito dell’esempio per il resto del mondo che l’Europa può dare riguardo a questo aspetto, all’interno del Movimento Federalista non se ne è discusso abbastanza. Ricordiamoci quanto afferma James Madison nel Federalist n. 51 (J. Madison, A. Hamilton, J. Jay, The Federalist Papers, 1987), quando si chiede perché gli uomini si devono dotare di un governo (inteso come l’insieme dell’esecutivo, del legislativo e del giudiziario) e perché è necessario un sistema costituzionale in cui ognuno dei poteri che costituiscono il governo impone agli altri di operare nei limiti costituzionali loro concessi.

Madison risponde che «se gli uomini fossero angeli non occorrerebbe nessun governo. Se fossero gli angeli a governare gli uomini, ogni controllo esterno o interno sul governo diverrebbe superfluo». È per questo che la divisione dell’uso della forza che affermerà il Sistema europeo di difesa è un esempio anche per il resto del mondo e questo vale anche per la federazione mondiale, in quanto è impensabile affidare ad un unico livello istituzionale l’uso della forza (almeno fino a quando gli uomini non saranno tutti degli angeli).

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