La Falsa primavera di Trump fra Russia e America

, di Alberto Moro

La Falsa primavera di Trump fra Russia e America

È notte quando in Italia si comincia a percepire che le presidenziali USA stanno per partorire un quanto mai inatteso risultato elettorale. Ebbene sì, uno dopo l’altro gli stati così detti in bilico nei sondaggi, finiscono per assegnare i propri grandi elettori al tycoon Donald J. Trump che finisce per diventare così, il 45° presidente degli Stati Uniti. Ha quindi termine una delle più bizzarre e inusuali campagne elettorali di cui l’America abbia memoria, con una Hillary Clinton inaspettatamente sconfitta contro ogni pronostico. Ma ora cosa cambierà nella politica estera della superpotenza uscita indenne da due guerre mondiali e una guerra fredda, che l’ha lasciata protagonista indiscussa della geopolitica mondiale. Questo si chiedono tutti e nessuno pare abbia una risposta, nessuno conosce infatti il pensiero o ha i mezzi per interpretare il candidato dell’antipolitica a stelle e strisce. Lo dimostra la cena tra ministri degli esteri convocata in tutta fretta dall’Alto rappresentante della politica estera europea, Federica Mogherini, per cercare di dare una risposta europea al probabile nuovo assetto euro-atlantico. Di “The Donald” infatti nulla si sa di come intenda declinare la politica estera americana, se non quello che il neo presidente ha dichiarato in campagna elettorale.

A tal proposito va ricordato come la dottrina Trump consideri le relazioni russo americane. Trump infatti per tutta la campagna elettorale ha fatto suo il messaggio di una necessaria distensione con la Russia di Putin, trovando consensi in una fascia di elettorato che considera, del resto come molti europei, il presidente russo come l’uomo forte a cui poter affidare il comando. Il coinquilino della Casa Bianca ha inoltre omaggiato l’operato svolto da Putin nello scacchiere mediorientale, proponendo di appaltare a questi la risoluzioni delle annose questioni siriane. Insomma un weltanshauung piuttosto inedito per il nuovo presidente della superpotenza americana. Ma riuscirà, il tycoon dalla folta chioma a dare una svolta alle quanto mai gelide relazioni russo-americane, in tal modo da riuscire a sbrogliare la matassa che si avviluppa da Baghdad fino a Damasco passando per Kiev, senza che si tramuti in un nodo scorsoio per la diplomazia statunitense?

Sembra quanto mai improbabile. Difficilmente infatti il coinquilino di 1600 Pennsylvania Avenue riuscirà ad imporre al congresso, seppur a maggioranza repubblicana la sua dottrina della nuova distensione. Ciò sarà impedito in primis dalla architettura costituzionale americana che pone come architrave dell’impalcatura federale il congresso degli Stati Uniti. In esso infatti si respira tutto fuorché aria di pace nei confronti dell’avversario euroasiatico d’un tempo. Certo, si sono placati i toni da guerra fredda, ma il disegno geostrategico di piegare il redivivo orso russo non è ancora tramontato nei piani di Washington. Il secondo grande ostacolo contro cui Trump, come ogni altro presidente USA, dovrà scontrarsi, sarà poi l’autonoma politica che ogni agenzia federale conduce, dal Pentagono all’FBI, cosa che Hillary Clinton ha avuto modo di apprendere a sue spese. Il complesso sistema di enti federali, depositario delle linee guida della politica estera statunitense mal si presta infatti ad essere manovrato, modificando invece l’indirizzo politico presidenziale, qualora questo collidesse con la volontà del Congresso. Dal quale le agenzie federali dipendono per i loro finanziamenti. Il complesso sistema di checks and balances quando non forzato dalla contingenza, assicura quindi il perpetuarsi delle linee guida della politica americana. Nel caso in cui invece il tycoon, sull’onda della sua spinta della sconcertante vittoria ,cercasse di forzare questa robusta e ben congeniata impalcatura politico-istituzionale, dovrà prepararsi ad un braccio di ferro da cui prima di lui, molti presidenti, da Kennedy ad Obama sono usciti sconfitti. Sembra pertanto improbabile assistere nell’immediato futuro ad un cambio di regime nelle relazioni russo-atlantiche, anche se vi è da dire che il vecchio Donald finora ha sorpreso un po’ tutti. Riuscirà a sorprendere anche la vecchia America, fatta di agenzie federali e solide filiere politico-amministrative?

1. Articolo pubblicato originariamente sul blog Eurovicenza

2. Fonte immagine Wikipedia

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