La guerra nucleare: il passato che torna presente

, di Riccardo Campanini

La guerra nucleare: il passato che torna presente

Con il dilagare del populismo e di movimenti di ispirazione nazionalista, si sta riaprendo una pagina della storia del ‘900 che si sperava fosse definitivamente chiusa da almeno 30 anni: quella della “Guerra Fredda”, il lungo conflitto ideologico e di potere tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, le due superpotenze uscite vincitrici dal secondo conflitto mondiale, desiderose di affermare il proprio modello politico e ideologico a livello globale. A questo scopo venne sviluppata, dapprima dagli USA e poi anche dall’Unione Sovietica, l’arma atomica, capace di distruggere in pochi secondi intere città (come dimostrato a Hiroshima e Nagasaki dagli statunitensi) allo scopo di annichilire e annientare totalmente il nemico. A partire dagli anni ’50 fino alla metà degli anni’80 la rivalità tecnologica e la volontà di dominio caratterizzò il rapporto tra le due potenze in un crescendo di minacce che, fortunatamente, non sfociò mai in un conflitto militare diretto i cui esiti sarebbero stati catastrofici.

Oggi quella drammatica pagina della nostra storia recente sembra destinata a ripresentarsi. Infatti, gli Stati Uniti e la Russia, guidati entrambi da leader che intendono confermare (Trump) o riaffermare (Putin) un ruolo di potenza a livello globale, hanno ripreso un percorso di rivalità che sta comportando l’aumento della tensione a livello internazionale. Recentemente gli Stati Uniti hanno annunciato la volontà di recedere dall’accordo sulla non proliferazione delle armi atomiche: l’“Intermediate - Range Nuclear Forces Treaty” (INF). Tale accordo tra USA e URSS fu firmato nel 1987 da Reagan e Gorbaciov e rappresenta uno dei passi compiuti dalle due superpotenze per bloccare e progressivamente ridurre il proprio arsenale nucleare, divenuto ormai una minaccia per di distruzione globale nel caso in cui fosse stato realmente impiegato. L’accordo fissa limiti precisi sul numero di testate nucleari a disposizione di ciascuna nazione e sulla loro gittata massima. Per giustificare questo clamoroso passo indietro Mike Pompeo, segretario di stato degli USA, ha accusato la Russia di aver ripetutamente violato gli accordi negli ultimi anni, costruendo e testando missili a media gittata (tra 500 e 5.500 km e quindi vietati dal trattato) e che costituiscono, a suo dire, una grave minaccia per i cittadini statunitensi nonché “un vantaggio strategico e militare eccessivo della Russia sugli Stati Uniti”. In realtà quanto affermato da Pompeo non è una novità; già l’amministrazione Obama, nel 2014, aveva intimato alla Russia di sospendere le attività per lo sviluppo di questa tipologia di armamento nucleare. Anche la NATO nutre il sospetto in merito allo sviluppo di queste testate da parte dell’esercito russo. Le ripetute richieste di chiarimenti non hanno trovato risposte soddisfacenti. Putin ha sempre smentito ogni accusa e non ha mai concesso, per ragionevoli questioni di sicurezza, l’accesso ai missili oggetto di accusa da parte americana al fine di poter accertare l’effettiva capacità bellica dei missili sviluppati. Ciò ha alimentato il sospetto circa la fondatezza delle accuse. Per tale ragione, nel mese di febbraio, gli USA hanno annunciato il ritiro dal trattato INF, accusando la Russia di aver per prima violato le disposizioni dell’accordo e che, pertanto, gli Stati Uniti non possono più ritenersi vincolati all’INF. A seguito dell’annuncio di ritiro da parte degli USA, Putin ha risposto dichiarando che a sua volta la Russia avrebbe fatto un passo indietro dall’accordo INF, rendendo quindi il trattato di fatto estinto.

È risaputo che, fin dalla sua elezione a presidente russo nel 2000, Putin ha cercato insistentemente di recuperare il potere e l’influenza che l’URSS aveva sul piano internazionale e sui paesi satelliti riaffermando così il ruolo della Russia come quello di una vera superpotenza. A tal fine, la nuova Russia di Putin ha intrapreso un percorso di modernizzazione delle dotazioni militari dell’esercito investendo anche in nuove tecnologie nucleari, utili a dare forza alla politica estera russa sia a scopo intimidatorio che difensivo contro possibili attacchi esterni. Nel perseguimento di tale obiettivo sono funzionali anche i ripetuti tentativi di riguadagnare influenza crescente anche verso l’area degli dei paesi ex socialisti nell’est Europa che, per proteggersi dalla minaccia di una nuova egemonia russa, sono divenuti membri dell’UE (e della NATO) a patire dal 2004.

Nel 2014 tuttavia, la Russia di Putin non è rimasta indifferente di fronte all’insorgere della crisi in Ucraina dove lo scontro tra la popolazione di etnia russa e quella ucraina ha portato il paese nella guerra civile; in tale occasione la Russia ha mostrato al mondo di poter di nuovo essere un attore in grado di intervenire duramente nella politica internazionale e a conferma di ciò basta ricordare l’annessione unilaterale, dopo un contestabile referendum, della Crimea, nonché il deciso sostegno di Putin alla minoranza russa nel resto dell’Ucraina e specialmente nella regione del Donbass. La crisi ucraina ha dimostrato invece l’incapacità degli stati europei di poter avere un ruolo decisivo nella politica internazionale e l’aggravarsi della crisi ha costretto gli europei a chiedere un sostegno agli Stati Uniti, chiamati ancora una volta a contrastare le mire di espansione di Mosca.

Oggi l’Europa, in virtù della sua posizione, si ritrova ad essere terreno di scontro delle due vecchie potenze. Durante la Guerra Fredda si è ritrovata spartita in “sfere di influenza” che hanno portato ad una spaccatura in blocchi contrapposti: da un lato gli alleati statunitensi e membri della NATO, dall’altra quelli sovietici uniti sotto Patto di Varsavia. Per un trentennio da entrambi i lati della “Cortina di Ferro” il dispiegamento di armamenti (nucleari e non solo) è stato consistente. Solo con un proseguimento dell’unificazione europea verso una coesione sempre maggiore tra i vari paesi con la creazione di una vera sovranità europea in questi ambiti, è possibile che il continente diventi il più indipendente possibile dalle potenze straniere. Questo è un compito non facile che però oggi si è ulteriormente complicato a causa di numerosi fattori di agitazione sia esterni che interni. I fattori esterni negativi sono imputabili al clima internazionale. Essi sono in parte conseguenza del populismo affermatosi negli USA e in Russia; entrambi sono sostenitori accaniti di un nazionalismo esasperato basato sul rifiuto della mediazione e del dialogo come possibile soluzione delle controversie. Il risultato di queste politiche si sta rivelando in tutta la sua negatività in decisioni come quella recentemente adottata dagli Stati Uniti di porre fine al Trattato INF comportando un aumento esponenziale di ripercussioni da parte russa. Quelli interni all’Unione sono sia i vari movimenti populisti che hanno sfruttato la crisi economica (e il malcontento diffuso da essa generato) per rallentare e bloccare il processo di unificazione, necessario per poter dotare l’Europa degli strumenti necessari a confrontarsi sul piano internazionale con le superpotenze egemoniche. Infine, va ricordato il ruolo di un’altra superpotenza che si sta prepotentemente affermando nello scenario globale, cioè la Cina, desiderosa di competere a pari livello con gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda il controllo degli armamenti nucleari, a differenza di Usa e Russia, la Cina non ha mai sottoscritto alcun trattato che imponga vincoli e limiti e sta sviluppando un proprio arsenale nucleare composto, secondo dati di stima, da circa 280 testate; un numero minore rispetto ai due paesi sopracitati ma in costante aumento. La volontà di difendersi da questo nuovo potenziale avversario è stata una delle motivazioni a supporto della decisione americana di porre termine al trattato INF. Il compito europeo in questo scenario globale tutt’altro che confortante è la ricerca di un’integrazione sempre maggiore e sempre più efficace tra i paesi europei e tra i cittadini europei; se gli europei non vogliono essere spettatori in uno scacchiere globale in cui aumentano le tensioni internazionali, l’Europa deve diventare al più presto un soggetto politico sovrano, democratico e autonomo rispetto alle scelte degli Stati Uniti, a cui per troppo tempo gli europei si sono affidati. È quindi necessaria una grande mobilitazione generale delle istituzioni, del mondo politico pro-europeo, e dei media per promuovere una coscienza diffusa sul fatto che solo grazie all’unione è possibile evitare di essere risucchiati in una spirale di tensioni e minacce sul piano geopolitico che potrebbero travolgere l’intero continente, vittima inerme della volontà di dominio altrui.

Fonte immagine: Navy Live.

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