Siamo convinti che l’erosione della capacità rappresentativa di partiti, sindacati e associazioni non possa più essere letta come un semplice declino organizzativo, ma che debba essere interpretata come l’esito di mutamenti strutturali che investono simultaneamente la sfera sociale, quella politico-istituzionale e quella epistemica.

Il primo elemento fondamentale da analizzare è il disallineamento tra la dimensione globale dei problemi e la scala ancora prevalentemente nazionale — o comunque inadeguata — delle istituzioni in cui i corpi intermedi si trovano ad agire. Questo scarto produce una crisi di efficacia e di legittimazione, poiché le organizzazioni tradizionali non riescono più a tradurre la complessità dei fenomeni contemporanei in forme di rappresentanza politica efficaci. I processi legati alla “planetarizzazione” e alla “società del rischio” determinano un contesto in cui le istanze eccedono la capacità interpretativa (le lenti per leggere la realtà) ed esecutiva (l’azione concreta) delle strutture esistenti. Ne deriva una condizione di impotenza istituzionale accompagnata da un vuoto simbolico, in cui le categorie tradizionali non sono più in grado di orientare l’azione collettiva. Come società europea viviamo un vero e proprio momento di trasformazione e fatichiamo a stare al passo con le innovazioni tecnologiche in continuo divenire: il vecchio ordine degli stati nazionali tarda a scomparire, mentre il nuovo governo della globalizzazione non si è mai pienamente formato. In questo interregno si produce una frattura che investe le persone sul piano individuale, sociale e istituzionale.

Un secondo asse interpretativo da considerare riguarda proprio la nuova rivoluzione industriale in cui siamo immersi, il ruolo della disintermediazione digitale e la trasformazione della comunicazione. Siamo intrappolati in un presentismo ingombrante (capiamo a stento da dove veniamo e non riusciamo a leggere dove stiamo andando), governati da una “infocrazia” che frammenta la sfera pubblica e che la suddivide in bolle identitarie o la sottopone a meccanismi di polarizzazione e tribalizzazione. Questo processo incide direttamente sui corpi intermedi, svuotandone la funzione di filtro e di mediazione. La politica tende a ridursi a una relazione diretta tra leader e pubblico, mentre i partiti si trasformano in strumenti di gestione del consenso immediato, misurato e costruito attraverso i dati. La conseguenza è una riduzione della profondità della rappresentanza e una compressione del dibattito pubblico entro una continua spirale manichea o emergenziale.

A ciò si aggiunge il fatto che la crescente individualizzazione e l’insicurezza esistenziale, innescata da una progressiva erosione del welfare, producono una perdita delle strutture collettive di riferimento, una “dissociazione sociale” che indebolisce ulteriormente i corpi intermedi, le reti di sostegno e favorisce una dinamica di isolamento degli individui nella società. Le persone si trovano sempre più sole ad affrontare la precarietà, la perdita di tutele collettive e la capacità di progettare il proprio futuro. In questo contesto, i corpi intermedi perdono la loro funzione di protezione e di integrazione sociale, contribuendo a una percezione diffusa di abbandono.

Tale condizione favorisce il ricorso a narrazioni reazionarie, regressiste, retrotopiche e identitarie, spesso orientate verso un passato inventato o edulcorato. D’altra parte, la narrativa meritocratica non fa altro che individualizzare le responsabilità che sono in realtà sistemiche, trasformando i problemi collettivi in fallimenti personali. Questa dinamica indebolisce ulteriormente la possibilità di azione nella società e frammenta l’impegno politico in forme episodiche “single-event/single-issue”.

Siamo diventati, così, sempre più incapaci di elaborare una narrazione condivisa, oscillando tra appaltare la soluzione dei problemi della democrazia arginata nei confini nazionali con soluzioni tecnocratiche o con la difesa impossibile delle nostre conquiste di civiltà attraverso il mantenimento di uno status quo instabile e in erosione. In assenza di un immaginario politico forte, il dibattito pubblico viene riempito da logiche di mercato e da forme di consumo identitario: consumiamo prodotti o leader politici per ritrovare chi siamo, non è più importante che lo storytelling di cui ci appropriamo sia vero o falso. Questa perdita di funzione simbolica investe direttamente anche la nostra società civile, che cessa di essere un luogo di elaborazione collettiva e diventa, anche agli occhi dei cittadini “non addetti ai lavori”, un coacervo di strutture autoreferenziali e prive di incidenza nella loro vita quotidiana.

In risposta a un arrendevole nichilismo escatologico dilagante, possiamo dire che le forme tradizionali di partecipazione vengono sostituite da dinamiche più fluide e instabili, da una parte subendo la colonizzazione della sfera pubblica da parte di retoriche semplificatrici che ricercano un capro espiatorio per problematiche sistemiche, dall’altra con l’accentuarsi di fenomeni di frammentazione e disgregazione innescate dalla crisi delle grandi narrazioni identitarie o delle “grandi storie”.

Oggi la sfida che in tanti stanno cogliendo risiede nella costruzione di nuove forme di mediazione capaci di operare su scala adeguata ai problemi contemporanei e nella riorganizzazione di uno spontaneismo che preveda una piattaforma di attivismo non verticale ma liquida. Sono numerosi i movimenti organizzati sui social, detti in modo semplicistico della “gen Z”, che non hanno leader ma solo dei simboli occasionali capaci di organizzare rivoluzioni e attuare grandi processi partecipativi e di mobilitazione. Dopo il caso dei “Fridays for future”, ci sono gli esempi delle proteste in Bangladesh, in Nepal o il più recente movimento “no kings”.

La sfida della nostra società civile è quella di riuscire a comprendere il presente e a trasformarlo uscendo dalla tentazione del conservatorismo delle proprie macerie di potere in declino, abbracciando le nuove forme di organizzazione e riconoscendo l’importanza di elevare la propria battaglia sul piano sovranazionale e della riforma istituzionale. È chiaro che non si può più pensare di fare politica con una qualche efficacia in Europa senza occupare lo spazio pubblico europeo, assecondando il processo in corso di elevazione della nostra democrazia su scala sovranazionale (caso unico nella storia dell’umanità).

La questione decisiva oggi diventa quella della costruzione di nuove forme di attivismo, fondate su reti che sfidino la parcellizzazione delle lotte, e della creazione di strutture o di contenitori capaci di ricostruire il legame tra individuo, società e decisione politica in un contesto segnato dalla complessità e dalla scala globale dei problemi. Noi sappiamo che la soluzione federalista ben si adatterebbe a rispondere sia al problema organizzativo della lotta che a quello di prospettiva e di realizzazione istituzionale di una necessaria ricostruzione/riappropriazione dello spazio democratico. Ma questa è un’altra storia.