Il progetto della federazione europea, come opera concreta, si avvia ormai verso il secolo di vita; in questo tempo molto se ne è parlato, molto se ne è discusso. È mia impressione, però, che tanto l’opinione pubblica generale, quanto più specificamente gli ambienti federalisti, tendano a concentrarsi sempre sugli stessi punti —rilevanti, sì, ma circoscritti—, trascurando questioni più profonde e ampie, importanti per il futuro nostro e del mondo. Anni di riflessione mi hanno portato a scrivere un saggio d’opinione, La Repubblica romana (2026), con cui spero d’introdurre nuovi elementi di consapevolezza nel dibattito pubblico.

Le novità di quest’epoca storica impongono una riflessione seria non solo sul nostro piccolo ambito europeo, ma sull’umanità nel complesso. L’uomo si trova di fronte a sfide immani e pericolose: la possibilità della guerra cataclismica, il cambiamento climatico, pandemie istantanee, nuove tecnologie potentissime e rischiose. Risolvere in modo efficiente questi problemi, intrinsecamente collettivi, è reso estremamente difficile dalla forma stessa in cui è organizzato il genere umano, diviso in circa duecento paesi con sovranità «assolute»: una situazione che impone la concorrenza fra stati come necessità vitale, spingendoli costantemente a perseguire un interesse egoistico prima di quello collettivo. Di fronte a questo quadro, una federazione europea finalmente compiuta ci aiuterebbe, naturalmente, come passo nella giusta direzione; ma da sola non sarebbe sufficiente, nemmeno lontanamente. La realtà impone quindi d’iniziare a pensare concretamente alla costituzione d’una federazione dell’umanità intera.

L’Unione europea rappresenta ottimamente ciò che vorremmo per il mondo tutto: un progetto federale democratico che, mirando a un’unità superiore, non cancella bensì conserva e protegge le identità nazionali, che sono una ricchezza e bellezza del genere umano. Un’Unione europea compiutamente federata, e aperta oltre i confini del continente, darebbe inizio al processo d’unificazione pacifica dell’umanità: con solo qualche piccolo cambiamento rispetto alla realtà di oggi, abbiamo la possibilità di metterci sulla giusta via per salvare l’umanità da rischi d’autodistruzione e costruire un mondo migliore, non più dominato dalla barbarica «legge del più forte», bensì veramente civile. È un fatto straordinario che richiede la massima attenzione.

Una volta che osserviamo la questione sotto vari aspetti —storici e psicologici, strategici e morali—, un’espansione dell’UE appare naturale: in primissimo luogo aprendosi all’«Europa estesa», cioè i paesi di cultura sostanzialmente o cospicuamente europea sparsi per il mondo. Oggi si parla della possibile adesione del Canada, ma tutti i paesi americani —e similmente l’Australia e la Nuova Zelanda, e altri qua e là— fanno parte di quest’Europa culturale e dovrebbero poter aderire all’Unione che si sta costruendo; escludere questi paesi fratelli solo perché si trovano un po’ più lontani appare poco logico, tanto più quando l’Unione europea ha, già oggi, territori in altri continenti in cui vivono milioni di cittadini, o dichiara ammissibile un paese come l’Armenia, che il senso comune della geografia piazzerebbe totalmente in Asia.

È quindi tempo di fare una riflessione aperta sull’«europeità» non come mero fatto geografico —qualcosa di meno importante, quasi accidentale—, ma come realtà culturale, sostanziale e portante al livello della società umana. Un europeismo limitato al continente europeo non sembra all’altezza di ciò che può e dovrebbe essere; appare poco sensato nei termini della questione, e persino poco conveniente dal punto di vista dell’interesse materiale. Abbiamo invece bisogno di una civiltà europea che, un’altra volta nella storia, sappia essere coraggiosa e precorrere i tempi, aprendo la strada per una nuova epoca di miglioramento umano.

La riflessione sugli ideali e gli obiettivi non deve essere un passatempo autoreferenziale, bello come astrazione ma senza conseguenze nel mondo: va accompagnata dal pensiero strategico, dalla ricerca del «come». Nel considerare la costruzione europea com’è oggi, e ancor più nell’auspicarne un salto di qualità, vanno discussi con serietà i tanti problemi in atto e in potenza: la debolezza odierna dell’Unione (la sua lentezza e disfunzionalità istituzionale; la pressione delle potenze esterne); gli aspetti psicologici, con le loro conseguenze pratiche (il populismo; lo stile poco attraente dell’UE, tecnico-aziendale, che non esalta o è addirittura respingente per il sentimento popolare; le identità dei popoli nella «patria maggiore» plurinazionale; l’immigrazione); la prospettiva storica; le questioni linguistiche, nei loro vari risvolti. Tutte cose importanti, forse addirittura essenziali, eppure spesso assenti nel discorso odierno, o toccate solo superficialmente, per luoghi comuni, senza una vera intenzione di trovare delle soluzioni.

La ricerca d’una possibile sintesi ci porta a valutare un’affermazione esplicita, in chiave moderna, dell’antico ideale romano. È un elemento che, in modo quasi sorprendente, riesce ad allineare esigenze diverse, in una vera e propria sinergia. Scioglie con eleganza i problemi identitari, offrendo un’identità storica e reale, e insieme collettiva, che si situa a un livello diverso da quelle delle nazioni, senza cancellarle, perfetta per una vasta civiltà cosmopolitica; è indubbiamente qualcosa di «europeo» —è anzi proprio un fondamento della civiltà europea—, e allo stesso tempo è qualcosa di «universale», che non s’identifica coi confini del continente ma si rivolge all’umanità intera; modello di riferimento per tutta l’Europa medievale e moderna, concretizza l’unità globale non come una semplice contingenza ma come l’esito sognato d’una storia di civiltà; ispira, dando la forza per affrontare questa sfida grandiosa; ricorda che il valore d’una società deriva dal valore dei suoi cittadini, chiamando all’azione individuale.

Non si tratterebbe di un’invenzione arbitraria, né d’un nostalgico ripiegamento sul passato, ma semplicemente della presa di coscienza positiva —e, muovendosi dal passato, rivolta al futuro— di qualcosa che già esiste: un’unità sottesa, all’ombra delle cui vaste volte la civiltà di mezzo mondo è costruita. Borges scrisse: «si ripete che tutte le strade portano a Roma; meglio sarebbe dire ch’essa non ha confine e che, dovunque ci troviamo, siamo a Roma».

Molte cose sono da discutere, molti dettagli da approfondire: bene, discutiamone, confrontiamoci, ragioniamo, facciamo circolare le idee: è tempo di ridestarci dal sopore per prendere in mano il futuro, costruirlo a misura d’uomo.

E l’Italia? Il proposito dell’unione politica dell’umanità la percorre in tutta la sua storia nazionale, affermato nel ’900 da Spinelli e Rossi, e prima da Mazzini, e molto prima da Dante. Questo nostro padre della patria era un federalista globale ante litteram, le cui intuizioni sulla pace universale, il potenziale intellettuale dell’uomo e il massimo bene del mondo sono ancora attuali —ahinoi— settecento anni dopo. Abbiamo tutti i crismi perché un sano e serio patriottismo italiano si faccia promotore del progetto federale globale.

L’opera da innalzare è grande, difficile, ma non impossibile. Nasciamo come figli di tutta l’umanità che ci ha preceduto; nasciamo sulle orme di grandi uomini che hanno lavorato prima di noi per donarci un mondo migliore, per fornire noi posteri di preziosi strumenti fisici e intellettuali. Nasciamo su un patrimonio immenso, che ci pone già più vicini al traguardo che al punto di partenza. È ora il nostro turno di fare un altro passo verso la meta luminosa: con speranza, coraggio e determinazione. Audentes fortuna iuvat.

«La Repubblica romana» è disponibile in formato sia cartaceo sia elettronico; in italiano, inglese («The Roman Republic») e spagnolo («La República Romana»).