“Europe, are you listening?”. Questa era la domanda apparsa su uno striscione durante la Rivoluzione dei fenicotteri a Tirana. era il 31 Maggio quando i cittadini albanesi hanno deciso di scendere in piazza contro il progetto di resort turistico di Jared Kushner a Zvërnec e Pishë Poro-Narta. All’inizio, la causa della mobilitazione era di carattere ambientalista: si contestava la natura illegale del progetto, da collocarsi in un’area naturale protetta molto importante per l’ecosistema mediterraneo e si desiderava fermare i lavori che erano iniziati senza che gli abitanti della zona fossero stati informati e senza l’esecuzione della valutazione di impatto ambientale.

Poco dopo però, il movimento di protesta si è arricchito di rivendicazioni varie e altrettanto serie. Al centro della mobilitazione sono passate la corruzione, la scarsa trasparenza, la mancanza di istituzioni democratiche funzionanti, la difficile situazione della sanità e dell’istruzione, la decennale tragedia di chi emigra in cerca di condizioni migliori e la lista è ancora molto lunga.

Questa situazione nella regione dei Balcani non è nuova, anzi sembra rivelare l’inizio di una nuova epoca di proteste di massa: in Serbia, ad esempio, si continua a manifestare da due anni a causa del tragico incidente della stazione ferroviaria di Novi Sad. Recentemente però, anche queste manifestazioni hanno cambiato obiettivo sulla falsariga delle manifestazioni di Tirana: il Presidente Vucic, il quale non perde occasione per screditare i manifestanti, è accusato a sua volta di inseguire l’autocrazia, di agire con poca trasparenza, di aver costruito un sistema corrotto e di aver coltivato relazioni internazionali opache.

In Macedonia del Nord le tensioni etniche sono tornate ad acuirsi, con la comunità albanese che rivendica il diritto di utilizzo della propria lingua negli esami di stato e condanna l’utilizzo strumentale delle tensioni identitarie da parte del partito al governo. Anche la Bulgaria, a dicembre, è stata attraversata da moti popolari che chiedevano un cambio di passo nella gestione della cosa pubblica. Non ci possiamo poi dimenticare il contesto perennemente complicato presente in Bosnia-Erzegovina, dove Milorad Dodik, il Presidente della Republika Srpska ovvero una delle entità costituite dopo la firma degli accordi di Dayton, mantiene costantemente alta la tensione nel Paese ricorrendo ad appelli separatisti e curando rapporti con figure avverse ed ostili all’Unione Europea.

Allo stesso tempo la rottura tra USA ed UE dopo l’inizio del secondo mandato Trump è sempre più visibile anche nei Balcani, dove Washington è sempre più disinteressata e attraverso il suo ritiro dall’area continua a sabotarne la stabilità. Un chiaro esempio è il fatto che proprio Dodik ha beneficiato moltissimo a livello di legittimità interna dalla revoca delle sanzioni da parte del dipartimento del tesoro degli Stati Uniti.

Viene da chiedersi da dove nasca questa inerzia nei confronti di governi che non rispettano i valori democratici in una regione da sempre definita (forse in modo anche un po’ offensivo) il «giardino di casa europeo». La risposta è la «Stabilocrazia». Già dalla fine degli anni ’90, in Occidente si iniziò a vedere di buon occhio la nascita di democrazie illiberali nei Balcani. Ciò che si sperava di ottenere era che non ci fossero più crisi geopolitiche nella regione e che ci fossero governi affidabili che potessero rappresentare degli interlocutori collaborativi allo scopo di risolvere problematiche come la gestione della crisi migratoria, la sicurezza regionale oppure semplicemente per poter negoziare accordi economici favorevoli.

Con il tempo però si è verificata ciò che viene definita trappola della Stabilocrazia: gli uomini forti, gli aspiranti autocrati della regione, hanno iniziato a comprendere i meccanismi di questo sistema per poi trarne vantaggio. Il requisito della democratizzazione è stato accantonato a favore della stabilità. L’impunità che ne è derivata però, ha permesso a Paesi come la Serbia di Vucic di poter giocare un sottile gioco di bilanciamento diplomatico che le ha reso possibile mantenere strette relazioni con potenze rivali dell’occidente.

Sembra quindi che la situazione sia sfuggita dalle mani di Bruxelles: una delle grandi problematiche, forse la più importante a livello di realismo politico, è rappresentata dalle libertà che alcuni attori si sono prese nella regione, le quali hanno creato spazio per paesi come Cina, Russia e Turchia per infiltrarsi e mettere a rischio l’influenza europea ed occidentale sui Balcani occidentali. La Russia coltiva legami storici con la regione, prima fra tutti la Serbia. Nonostante dopo l’inizio della guerra in Ucraina ci sia stata una timida presa di distanza, Belgrado continua a mantenere un legame con Mosca, la quale porta avanti una forte opera di propaganda e disinformazione anti-occidentale. Sempre Belgrado ha stretto rapporti sempre più rilevanti con Pechino, arrivando a sottoscrivere un accordo economico da più di un miliardo di dollari recentemente. La Cina negli ultimi anni ha accresciuto la propria influenza anche grazie ad una fitta rete di prestiti finanziari ai paesi della regione balcanica. Infine la Turchia punta ad accrescere la propria influenza nella regione principalmente attraverso il proprio soft power e ai legami storici e religiosi seguendo la dottrina del neo-ottomanesimo. Questo ha portato Ankara a tessere relazioni principalmente con Tirana, Prishtina e Sarajevo. Attraverso progetti come moschee, accordi riguardanti l’insegnamento nelle scuole di una versione non ostile della storia di epoca ottomana e accordi economici, Erdogan si è inserito stabilmente nella regione.

La tolleranza di pratiche anti-democratiche ha un altro grave effetto collaterale: il processo di allargamento nei Balcani Occidentali dura da decenni, formalmente dalla metà degli anni 2000 ma di fatto iniziò negli anni ’90 quando la caduta dei regimi totalitari locali portò al potere forze politiche che aspiravano esplicitamente a partecipare al sistema delle organizzazioni internazionali euro-atlantiche. La motivazione di tale ritardo nel completamento del processo, si dice, sono gli scarsi risultati raggiunti nelle riforme istituzionali in fatto di democrazia, stato di diritto e corruzione. Eppure a questo punto è chiaro che tollerare ed alle volte sostenere coloro che fanno resistenza contro queste trasformazioni, pone sulle spalle di Bruxelles una parte della responsabilità. Sempre di più, le voci dei cittadini si levano chiedendo sostegno nella loro lotta contro questi regimi in modo da poter finalmente costruire un futuro coerente con quei valori di cui l’occidente si dichiara difensore e promotore.

Ed è qui che quello striscione a Tirana prende veramente significato: L’Europa sta ascoltando? Sta considerando le richieste di aiuto dei popoli balcanici? Si sta preoccupando della possibilità di arrivare a deludere i cittadini dei Balcani? Il Primo Ministro albanese Rama ignora i manifestanti, li attacca, li fa passare per strumenti nelle mani di un nemico (il quale cambia in continuazione, identificato un giorno con i russi e quello dopo con gli iraniani) che starebbe combattendo una guerra ibrida contro l’Albania e li accusa di essere nemici del progresso; Il Commissario europeo all’allargamento Marta Kos fa sapere, utilizzando un tono conciliatorio, che il governo di Tirana ha promesso di rispettare gli standard europei per la valutazione di impatto ambientali e che bisogna dare fiducia alle istituzione giudiziare albanesi, ignorando il fatto che i lavori di costruzione erano già in corso e ignorando il fatto che queste azioni costituiscono una violazione degli impegni assunti per entrare nell’Unione. A Belgrado gli studenti manifestano ormai da più di due anni affrontando gli attacchi del governo; Ursula Von Der Leyen dice che «noi vogliamo contare sulla Serbia».

Oggi la competizione internazionale si infiamma, la spaccatura USA-UE sembra essere arrivata ad un punto di non ritorno ed è da considerare come una delle più grandi paure dell’Unione. L’attuale assetto istituzionale è il motivo per cui l’Unione agisce con paura? Sarà in grado di reggere la pressione che porterà l’allargamento dopo decenni di Stabilocrazia e le sue annesse conseguenze? Se un nuovo Orban (o peggio ancora, più di uno) decidesse di sfruttare i meccanismi antiquati contenuti nei trattati per mettere sotto scacco, ancora una volta, le istituzioni comunitarie, cosa accadrebbe?

Perché forse è questo il vero punto fondamentale: non è assurdo pensare che la farraginosa e poco incisiva azione di Bruxelles in ambito internazionale sia conseguenza del fatto che ormai il vecchio sistema ha fatto il suo corso, magari c’è bisogno di riformarlo. Sono passati quasi vent’anni dal trattato di Lisbona, il processo di integrazione è rimasto bloccato e i problemi continuano ad accumularsi. Sembra che tutti ne siano consapevoli, ma sembra ci sia troppo timore all’idea di aprire la discussione riguardo alla necessità di compiere un nuovo passo nella direzione del compimento del progetto della Federazione. Forse, però, fare un passo avanti è l’unica soluzione, l’unica via per restare in piedi.