Le sfide di fronte al governo giallo-rosso

, di Roberto Castaldi

Le sfide di fronte al governo giallo-rosso

Il nuovo governo avrà delle grandi sfide dinnanzi, sebbene nasca in condizioni oggettivamente difficili da molti punti di vista.

La sua stessa nascita è il frutto della scelta di Salvini di far cadere il governo giallo-nero, contando di poter avere subito le elezioni per chiedere “pieni poteri”. Questa pretesa autoritaria, da parte di un politico che da Ministro degli interni si è mostrato prono a molte forzature, ha avuto un ruolo centrale nello spingere il PD ad accettare l’idea di formare un governo insieme al M5S. Inoltre, il momento della scelta di Salvini ha obbligato il Presidente Mattarella a imporre tempi brevissimi alle forze politiche – a differenza di quanto accaduto dopo le elezioni del 2018 – per cercare di avere la possibilità, se si fosse trovato costretto a sciogliere le Camere, di evitare l’esercizio provvisorio, con tutte le tensioni sui mercati e i costi per i cittadini che ne conseguono. Tutto ciò fa sì che una visione comune tra le forze di maggioranza sul futuro del Paese dovrà essere costruita dal nuovo governo in corso d’opera.

Molti oggi tirano un sospiro di sollievo per il fatto che Salvini sia costretto all’opposizione. Si capisce. Ma chi pensasse di aver sconfitto il nazionalismo autoritario di destra, prenderebbe un abbaglio, foriero di disastri. Il nuovo governo concede all’Italia del tempo per maturare nuovi anticorpi rispetto a quei rischi. Ma tutto dipende da come il tempo verrà usato. Esattamente come le politiche espansive della Banca Centrale Europea hanno dato tempo per risanare i conti e fare le riforme strutturali ai vari governi: qualcuno le ha fatte (come Spagna e Portogallo) e ora cresce. Altri meno, e arrancano.

Bisogna capire come si è arrivati fin qui, quali gli errori fatti e da evitare in futuro, per impedire una vittoria di forze nazionaliste di estrema destra, con tendenze autoritarie, vicine a regimi illiberali come la Russia e con una visione del Paese fuori dall’UE e dall’Euro.

Salvini ha passato il suo tempo all’opposizione perennemente in TV - andando a ogni tipo di trasmissione e puntando molto su pochi messaggi e alcune persone che ne divenissero i testimonial, come Borghi e Bagnai sull’uscita dall’euro e se stesso sul contrasto all’immigrazione, dipinta come un’invasione nonostante i dati reali mostrino che non sia così – e sui Social media, in una sorta di campagna elettorale permanente. Al governo ha continuato allo stesso modo, riuscendo a imporre la propria agenda politica al M5S e a dominare comunicativamente, sfruttando i soldi dei contribuenti per rafforzare ulteriormente il proprio staff della comunicazione e la propria potenza propagandistica. Il tutto proiettando l’immagine di una Lega in grado di decidere perché guidata con pugno di ferro da un “uomo forte” a differenza delle divisioni caratterizzanti le altre forze politiche principali.

Storicamente il centro-sinistra anche quando ha governato bene è riuscito a comunicare solo le proprie divisioni. Il secondo governo Prodi con al Tesoro Tommaso Padoa Schioppa rimise in sesto i conti pubblici facendo al contempo la più grande riduzione del cuneo fiscale della storia italiana. Ma le forze che lo sostenevano attaccavano quotidianamente le sue politiche - “ci vorrebbe ben altro” - come se l’azione politica non si svolgesse sempre nel quadro di costrizioni politiche, economiche, finanziarie, sociali, interne e internazionali. Il risultato fu una rapida caduta del governo e nel 2008 la consegna del Paese risanato al centro-destra, che in 3 anni ci portò sull’orlo del default.

Quali che siano le politiche del nuovo governo, se le forze politiche che lo sostengono non sapranno individuare una visione chiara, da tradurre in alcuni messaggi fondamentali da lanciare al Paese in modo strutturato, costante, persuasivo, in grado di contrastare la dominante narrazione nazionalista, il tempo ora guadagnato andrà comunque a favore di Salvini e della sua visione di estrema destra, nazionalista e autoritaria.

Il PD al momento sostanzialmente non ha un apparato comunicativo al passo con i tempi, né ha individuato un gruppo dirigente non conflittuale in grado di lanciare un messaggio chiaro al Paese. Il M5S invece si fonda su una struttura di comunicazione, ma è politicamente diviso e allo sbando, tanto che è dovuto intervenire Grillo per dargli una linea e evitare che nel tentativo di salvare la propria leadership Di Maio uccidesse il Movimento. Il rischio che Salvini continui a dominare la narrazione pubblica è alto.

In un Paese avvelenato da una crisi economica che ha superato la fase più acuta, ma non ha mai visto una vera ripresa, attanagliato da problemi strutturali che nessuno ha voluto affrontare, ci sono solo due opzioni. Cavalcare le paure, additare un capro espiatorio e puntare sul nazionalismo e la svolta autoritaria: è quella di Salvini. Oppure offrire una strategia credibile di rilancio, fondata su un’analisi realistica dei punti di forza del Paese da valorizzare per superarne le debolezze strutturali. In questa prospettiva vi sono alcune grandi sfide cui il governo e le forze politiche di maggioranza dovrebbero dare priorità.

La prima è la questione della legalità. La criminalità organizzata e la lentezza del sistema giudiziario italiano sono due elementi centrali nella mancata crescita del Paese e specialmente del Mezzogiorno. Così come corruzione, evasione ed elusione fiscale sono elementi che impoveriscono drammaticamente il Paese e i conti pubblici.

La seconda riguarda il rilancio dell’economia, ovvero degli investimenti, dell’occupazione e della produttività. Qui la soluzione passa per una riduzione del cuneo fiscale, un’incentivazione fiscale degli investimenti produttivi, una spesa pubblica mirata – ad esempio nel piano contro il rischio idro-geologico e la messa in sicurezza della infrastrutture dei trasporti - e una serie di riforme strutturali, da quelle dell’amministrazione pubblica, ad un rafforzamento e investimento sul sistema educativo e della ricerca. Su questi temi alcuni passi avanti erano stati fatti nella precedente legislatura, mentre l’esperienza del governo giallo-nero è andata in direzione opposta.

La terza è quella della sicurezza percepita. Il fatto che i dati reali indichino una diminuzione dei reati, così come degli immigrati (erroneamente spesso dipinti come delinquenti a priori), non basta se la percezione pubblica è radicalmente diversa. Riprendere il Piano per le Periferie, investire sulla sicurezza, e su una gestione dei processi migratori rigorosa e umana, fondata sulle esperienze di maggior successo nel campo dell’integrazione (sia come strumento di crescita economica che di prevenzione della criminalità) è fondamentale per lanciare una nuova narrazione.

Tutte si condensano nella questione di un’Italia europea ed europeista, in grado di rispettare le regole europee e di sfruttare al meglio gli strumenti europei: ad esempio il Piano di investimenti va fatto con un contributo straordinario al Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici, che è scorporato dal calcolo del deficit strutturale, e ha investito in Italia nella scorsa legislatura più di quanto fatto dagli stessi governi italiani. E soprattutto di prendere l’iniziativa per dotare l’UE di una politica economica, sociale, delle migrazioni, estera e di sicurezza adeguate, in grado di rispondere alle domande dei cittadini e valorizzare le potenzialità europee.

C’è una congiuntura favorevole perché in Italia, Francia e Germania governi diversi fronteggiano gli stessi nemici: i nazionalisti autoritari di destra. E tutti hanno bisogno di una riforma dell’UE per ridare una visione e una speranza ai cittadini, battere i rigurgiti nazionalisti e salvare la democrazia liberale e lo stato di diritto, ampliandoli al livello europeo.

Articolo pubblicato sul blog L’Espresso «Noi, europei» curato dall’autore.

Fonte immagine: Wikipedia.

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