Le superpotenze si riarmano. E gli Stati europei?

, di Alice Tommasi

Le superpotenze si riarmano. E gli Stati europei?

Nel dicembre del 1987 venne firmato, dal Presidente Reagan e dall’ultimo Segretario generale del Partito Comunista dell’URSS Gorbačëv, il Trattato INF (Intermediate Nuclear Force Treaty), che fissò per i missili strategici a medio raggio il principio di “riduzione simmetrica”, ponendo così fine alla crisi degli euromissili del 77-87. L’accordo siglato portò all’eliminazione, in soli tre anni, di 2692 missili, alla firma del CFE (il Trattato per la riduzione e la limitazione delle forze armate convenzionali in Europa, firmato nel 1990 e da cui la Russia si è ritirata nel 2007), alla messa a punto delle procedure di controllo reciproco per l’INF e infine alla firma dello START 1 (Negoziati per la riduzione delle armi strategiche), che prevedeva una riduzione complessiva del 40% delle testate nucleari; tale accordo fu poi integrato nel 1993 dallo START 2, che impegnava Stati Uniti e Russia a ridurre gli arsenali nucleari da 11/12.000 a 3.000 testate e ad eliminare completamente i missili nucleari a testata multipla entro il 2003. Il Trattato INF, che insieme al CFE costituiva il pilastro portante della neonata politica di sicurezza internazionale a seguito della Guerra Fredda, era stato favorito dall’approccio pragmatico di Reagan e Gorbačëv, dal consolidamento nella cultura politica europea del principio di sicurezza comune e dalla pressione pubblica degli europei occidentali, che rifiutarono fermamente lo schieramento degli armamenti, sia americani che russi.

Tuttavia, nell’ottobre dello scorso anno, Donald Trump ha segnato la fine dell’INF, sospensione formalmente comunicata lo scorso 2 febbraio e accettata da Putin il 4 marzo.

Le cause intrinseche possono essere individuate ancora una volta nell’approccio dei due leader, quali l’orientamento anti-multilateralistico del presidente Trump e l’insofferenza di Putin per le limitazioni all’espansionismo russo; il deterioramento delle relazioni tra i paesi europei e il totale silenzio da parte dell’opinione pubblica.

Due i pretesti: da una parte, gli americani accusano i russi di aver violato l’accordo a seguito dei test effettuati con il razzo Novator (avente una gittata di 480 km e quindi facilmente estendibile ai 500 km vietati dall’INF); dall’altra parte, i russi accusano gli americani che i sistemi di lancio verticale Mk 41 dei missili anti-balistici installati in Romania e Polonia possano essere utilizzati anche per il lancio di missili con gittata di 3000km. Inoltre, la Cina è libera di produrre armi proibite dall’accordo poiché non ne fa parte, ponendo in una posizione di svantaggio l’America di Trump.

La fine del trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio ha delle conseguenze di carattere globale e locale. Se le prime comprendono la corsa agli armamenti (che vede protagonista anche la nuova potenza cinese) e il congelamento dei rapporti tra americani e russi, le seconde riguardano direttamente l’Europa: i nuovi missili russi con testate nucleari e convenzionali porrebbero la NATO nella condizione di rispondere con armi analoghe, che determinerebbe di conseguenza un inasprimento dei rapporti tra i paesi europei a causa delle divergenze sul tema.

Ciò detto, in una situazione di estrema crisi del sistema internazionale, determinata non solo da un oggettivo rischio di sicurezza a livello globale, a causa del dilagare incessante delle guerre civili (in Africa, Medio Oriente, Asia) connesse a motivazioni di ordine religioso, economico, geopolitico, climatico ecc, si sommano i cambiamenti climatici e la resistenza alla progressiva integrazione del mercato mondiale.

Se alla sfida climatica l’Europa ha già iniziato a rispondere efficacemente (articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, sistema di scambio di quote di emissione dell’UE, Accordo di Parigi, direttiva sulle fonti energetiche rinnovabili, tecnologie per la cattura e lo stoccaggio del carbonio, direttiva sulla plastica…), al problema della sicurezza deve ancora dare una risposta comune.

Premesso che l’aumento della spesa militare di ogni singolo paese non rappresenterebbe di certo una soluzione, in quanto determinerebbe un ingente incremento della tassazione sui singoli cittadini, l’implementazione del limitato ruolo formale nel processo decisionale di politica estera della PESC (attraverso la creazione di un “ministro degli Esteri” dell’UE e di un “servizio diplomatico europeo”), garantirebbe: un maggior rafforzamento della sicurezza internazionale, la promozione e lo sviluppo della democrazia a livello globale, il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. La via da percorrere dev’essere tale da governare l’interdipendenza tra stati.

L’OSCE (Organizzazione regionale per la sicurezza e la cooperazione in Europa), comprendente 57 paesi che si impegnano a promuovere la pace dialogando di cooperazione, giustizia e politica, dovrebbe essere estesa anche agli altri attori globali, al fine di rispondere a problemi di dimensione sopranazionale, in un sistema in cui le istituzioni politiche hanno ancora dimensioni prevalentemente nazionali. Per questo è necessario traslare l’OSCE, dallo stato embrionale corrente, ad uno tale da garantire risposte trasparenti e concrete di livello globale.

Quindi, oltre al necessario rafforzamento degli organi regionali, è saliente implementare il ruolo della NATO e dell’organizzazione intergovernativa ONU, al fine di abbattere l’anarchia nel sistema internazionale attuale, costituendo un sistema pluripolare cooperativo.

L’Europa ha in questo senso un ruolo cruciale nel processo di unificazione mondiale, essendo l’integrazione europea un progetto di pacificazione interstatale, nato a seguito di plurisecolari conflitti tra stati. Il processo di integrazione dev’essere dunque implementato per costituire una federazione di stati (politica comune estera, vera politica di sicurezza e difesa) ed esteso a tutti gli altri attori globali al fine di ricreare lo spirito di sicurezza comune, imporre nuovi metodi di controllo degli armamenti a tutti i livelli possibili, salvaguardare il regime di non proliferazione, ostacolare il terrorismo internazionale, normalizzare il Medio oriente, ma soprattutto garantire il diritto dei popoli alla pace.

Fonte immagine: US Department of Defense.

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