Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all’Europa integrata

, di Riccardo Tavella

Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all'Europa integrata
Dichiarazione di guerra a Piazza Venezia (10 giugno 1940) Wikimedia Commons

Il professor Sergio Fabbrini, mentre cammina per le vie di Roma, si interroga: “Quando passo per Piazza Venezia [...] e quando guardo verso quel balcone, sotto un modello intergovernativo, mi sento al sicuro, come cittadino, da quei demoni?”

L’Accademia Europeista del Friuli Venezia Giulia ha organizzato, all’interno del ciclo di incontri Scenari europei, la presentazione del libro “Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all’Europa integrata”, con la partecipazione dell’autore, prof. Sergio Fabbrini. [1]

L’evento, tenutosi il 24 aprile scorso a Gorizia, si è svolto presso il Salone d’Onore “Carlo X” di Palazzo Strassoldo che rappresenta, nella storia della città, i decenni in cui i Borbone, esuli dalla Francia, hanno trovato qui asilo grazie all’appoggio della corte austroungarica. Si tratta, dunque, di spazi che rappresentano l’Europa delle dinastie, dell’assolutismo e del dispotismo oligarchico: un’Europa che ci appare storicamente conclusa ma che, per le tematiche affrontate dall’intervento di Fabbrini, ha rischiato, a tratti, di fare capolino tra gli spazi del palazzo.

Anche la data dell’evento ha portato con sé un forte apporto simbolico: il 24 aprile è la vigilia della Festa della Liberazione, data della fine del regime nazi-fascista che ha oppresso il nostro Paese e stimolato la nostra coscienza nazionale, rendendola europea ed endemicamente avversa ai dispotismi del ‘900. E’ proprio in prossimità del 25 aprile dunque che, nelle sale delle decadute stirpi europee, 81 anni dopo la fine del regime totalitario e a più di 40 anni dalla caduta della cortina di ferro, ci si è chiesto se abbia ancora senso parlare di nazionalismo.

Sergio Fabbrini, professore emerito di Scienza politica e Relazioni internazionali all’Università LUISS Guido Carli ed Editorialista de Il Sole24ore , nelle pagine del suo libro ha voluto rispondere a questo interrogativo. L’autore, ha analizzato i partiti e i governi europei degli ultimi anni, ponendo l’attenzione sui sovranismi e su quali caratteri comuni, o differenti, abbiano rispetto ai nazionalismi già conosciuti nella storia. In particolare, il professore ha confrontato gli atteggiamenti dei nuovi nazionalisti nei confronti delle istituzioni dell’Unione Europea. Durante la conferenza, questo procedimento è stato applicato, nello specifico, a partire dall’esempio della Gran Bretagna. Nel 2016, con la vittoria del Leave nel Regno Unito, la Brexit sembra rappresentare il ritorno della rabbia nazionalista contro l’Europa di Maastricht. Fabbrini ha evidenziato come questo exploit da parte del popolo inglese non rappresenti altro che un “canto del cigno”, dove l’impeto del “Rule Britannia!” è rapidamente andato a scemare. Volgendo lo sguardo verso Est, invece, l’autore ha evidenziato la nascita di un nuovo nazionalismo con una sua nuova veste e una nuova versione, il sovranismo, che si presenta come un nazionalismo aggiornato, un “Nazionalismo 2.0” appunto.

La grande differenza tra il “Nazionalismo 2.0” e l’autoritarismo del secolo scorso si può notare nelle modalità con cui si manifesta questa nuova tendenza politica. Se nella visione sostenuta dal nazionalismo tradizionale l’Europa di Bruxelles rappresenta un attore politico formato da grigi burocrati, oppressori delle realtà nazionali, il sovranismo vede nell’Ue un nemico da abbattere dall’interno. L’opposizione alle sue istituzioni, lo sfruttamento delle risorse e il blocco del suo sviluppo attraverso l’arma dei veti nazionali, rappresentano il reale arsenale dei governi oligarchici e sovranisti. Proprio il potere di veto, fondamentale per l’ex governo guidato da Orban rappresenta uno dei massimi freni per le istituzioni dell’Unione, istituzioni che non vengono né stimate né rispettate dai Paesi nazionalisti. La strategia di un governo nazionalista 2.0 non consiste nell’osteggiare il Parlamento, né nell’ostacolare le Commissioni, ma piuttosto nel bloccare le decisioni politiche dell’Ue alla radice, attraverso i propri ministri e i propri Capi di Stato, presenti alle riunioni del Consiglio europeo. Nel corso della discussione, forti ed efficaci sono state le immagini utilizzate dal professor Fabbrini che ha paragonato i sovranismi addirittura a una “polmonite”, sostenendo che l’Unione europea, attraverso i veti e il suo agire “too late, too little” si condannerà al contagio certo, se non riuscirà ad arginare i focolai antidemocratici contrari all’integrazione. Ne è esempio l’azione del governo ungherese degli ultimi anni che, forte solo di 10 milioni di abitanti è stato capace di bloccare l’iter decisionale per 460 milioni di cittadini europei.

Fabbrini, tuttavia, non guarda solo ad Est. Qui, si è recentemente conclusa l’era Orban ma, a seguito delle elezioni parlamentari bulgare, con la vittoria di Rumen Radev, si corre il rischio che si affermi una figura politica altrettanto filorussa ed euroscettica. L’autore, però, non tralascia di ragionare pragmaticamente anche sul futuro dell’Europa occidentale. L’ ”autolicenziamento” degli USA da ruolo guida della NATO ha creato un vuoto di potere che porta in tutta Europa un contraccolpo. In Italia viene meno la confidenza tra i governi di Roma e Washington, in Germania sparisce il garante della libertà tedesca (prima dal nazismo, poi dai sovietici) e, infine, la Francia si trova a dover guidare goffamente un’Europa di mameliani “calpesti e divisi”. Proprio la Germania e la Francia rappresentano, per l’autore, terreni favorevoli allo sviluppo del “Nazionalismo 2.0”, la prima per la crescita di AfD, la seconda per il ruolo di Paese leader occidentale che, alle prossime elezioni, potrebbe vedere l’ascesa di Le Pen e del suo Rassemblement National.

Sembra quindi tutto perduto, a meno che non si ricerchino degli antidoti alla “polmonite” sopra citata. La pars construens proposta dal professor Fabbrini vede, sul piano istituzionale, la necessità di una riforma dei Trattati che permetta all’Unione di gestire al meglio i suoi Paesi membri. La Bruxelles di Lisbona, o persino di Maastricht, non può più attuare politiche efficaci nei confronti di un numero crescente di Paesi senza aggiornare degli organi pensati 20 anni prima. Sul piano politico-culturale, invece, bisognerebbe creare un’Europa consapevole e punto di riferimento, non più un’“Europa matrigna” per le sue politiche fiscali, ma un’Unione che sappia parlare, sostiene Fabbrini, ai cuori e non solo alle menti dei suoi cittadini. Come dunque combattere e vincere questa battaglia per l’immaginario di un’Europa forte e solida? Attraverso lo stesso consiglio che Max Weber diede agli studenti di Monaco di Baviera al termine della prima guerra mondiale: trovando delle figure politiche capaci di “mettere le proprie mani tra gli ingranaggi della storia”. [2]

In conclusione, l’incontro svoltosi presso il Salone d’Onore “Carlo X” ha evidenziato molte criticità dell’Unione Europea e della nostra cultura politica occidentale, ma non si può certo dire che il pragmatismo di Fabbrini si sia trasformato in cieco pessimismo. L’autore ha infatti concluso il suo illuminante intervento sottolineando che, se da un lato l’UE ha in sé delle forti mancanze, dall’altro, essa può farsi garante della resistenza contro gli orribili demoni dell’autoritarismo del ‘900, purchè sia disposta a crescere e ad essere al passo con il mondo contemporaneo La nostra Europa è “un’invenzione di successo” ma, come per un bambino che cresce, i vestiti sono ormai stretti.

Note

[1S. Fabbrini, Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all’Europa integrata, 2025, Mondadori Università

[2M. Weber, La politica come professione, 1919

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