Non dimentichiamoci del futuro

, di Jacopo Barbati

Non dimentichiamoci del futuro
Il «Fantasma del Natale futuro» visita Ebenezer Scrooge. Illustrazione di John Leech.

Alle ore 20.05 del 12 marzo 2020, dal profilo ufficiale di Twitter del Quirinale, è comparso il seguente testo:

“L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione

Cosa ha spinto il Presidente Mattarella a esporsi in maniera così netta? Nel pomeriggio si è tenuta una conferenza stampa di Christine Lagarde, da poco nominata presidente della Banca Centrale Europea (BCE), dove ha dichiarato che non sarebbe compito della BCE contenere lo spread tra i titoli di stato tedeschi e quelli di altri Paesi (ovviamente con l’Italia in prima fila, specialmente in questo momento difficile). Ossia il contrario di quanto dichiarato dal suo predecessore, Mario Draghi, nel pieno della crisi dell’Euro nel 2012.

Chiaramente queste dichiarazioni hanno sortito l’effetto logico, vale a dire che lo spread non è stato contenuto, anzi, è letteralmente “esploso” per i titoli italiani e di altri paesi e anche i mercati azionari hanno subito perdite epocali. Successivamente, la BCE ha corretto il tiro ma non è bastato.

Le polemiche, nel già provato Belpaese, non sono mancate; con la ciliegina finale dell’intervento presidenziale che abbiamo visto all’inizio. Il Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato il giorno seguente che l’UE darà all’Italia tutto ciò di cui avrà bisogno, e spread e mercati hanno reagito positivamente.

Ciò apre la porta per due riflessioni: la prima sul rapporto tra l’Italia e l’UE e la seconda sul futuro, sul post-epidemia.

Il rapporto tra gli italiani e gli europei è stato, nel secondo dopoguerra, di odio e amore. Amore per quanto di bello l’Italia e gli italiani riescono ad offrire al mondo: paesaggi, cucina, architettura, design, arte. Odio per i loro difetti più evidenti, talora ingigantiti e stereotipati, ma di fondo innegabili: pigrizia, indolenza, insofferenza alle regole, disorganizzazione, tendenza a ingannare il prossimo.

Quando oltreoceano si sono chiesti se gli italiani siano in grado di rispettare le regole, le reazioni sono state varie, ma per lo più indignate. Eppure bisogna ammettere che le violazioni alle leggi e alle regole di buon senso sono state così numerose e così palesi che è veramente difficile trovare una giustificazione. Anzi, non va trovata: rigettando l’ipotesi del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che nel suo ultimo messaggio lodava l’aderenza alle regola mostrata dai cittadini italiani, non esito nel dire che siamo ancora molto, ma molto lontani dal mostrare (complessivamente, come Paese e come comunità) il senso civico necessario ad affrontare una sfida del genere. L’Italia e gli italiani hanno sempre dato il meglio di sé nelle situazioni più difficili, durante terremoti, alluvioni e crisi di ogni genere. Ma lo sconforto sociale emerso negli ultimi anni ha fiaccato le virtù di questo Paese, che è arrivato a rinnegare principi fondanti come l’accoglienza e la tolleranza e addirittura a esecrare il Papa quando parlava da Papa, ossia quando chiamava all’accoglienza e alla tolleranza. Connazionali, vi prego, smentitemi e dimostrate di essere ancora quelli che nel 1979 fecero il giro del mondo per salvare chi ne aveva bisogno. In questo momento è l’Italia ad aver bisogno, quindi vogliamoci bene e rispettiamo le regole.

Tuttavia, il Presidente Mattarella e il Presidente Conte hanno ragione a sostenere che l’Italia, suo malgrado, sia un esempio per il resto d’Europa riguardo cosa può significare questa epidemia e che merita rispetto e attenzione. Rispetto per le decine di migliaia di vite umane in gioco, e attenzione nell’imparare la lezione - e purtroppo, questa volta, i vicini europei non si stanno mostrando migliori degli italiani, esitando a imporre le dovute limitazioni per contenere l’epidemia.

Epidemia che prima o poi finirà o verrà contenuta; e allora che succederà? Come detto, l’Italia è instabile socialmente da qualche anno ormai e sicuramente dopo questo periodo lo sarà anche economicamente. L’auspicio è quello di ritrovare l’unità, mettere da parte le divisioni, i veleni, le offese reciproche, le fazioni, ritrovare un po’ di sano ottimismo mediterraneo che ora sembra perduto e usare questa catastrofe come una opportunità di cambiare il Paese, trascinandolo fuori dal pantano dove si era arenato, puntando sull’innovazione tecnologica, sulla riconversione delle imprese, sulla formazione tecnica, sulla riduzione del divario tra domanda e offerta lavorativa. In poche parole: diventando un Paese moderno.

Questo però non potrà che rappresentare una ultima spiaggia nei rapporti con l’Unione Europea (che nel frattempo speriamo sia risparmiata da una epidemia di grandi dimensioni). L’insofferenza degli italiani, che percepiscono di aver dato più di quanto ottenuto (non è sempre vero, ma oramai le percezioni contano più della realtà, purtroppo) rischia di essere ben più distruttiva di qualsiasi crisi economica “alla greca”, se sarà rifocillata dalla indifferenza, o peggio ancora, dall’ostilità.

Del resto, quanto detto per l’Italia e per la “ricostruzione” che dovrà necessariamente intraprendere varrà, in misure diverse, per tutta l’UE: che sia l’ora di rinascere tutti insieme?

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