«Non è scontato che per tutte le femministe il federalismo sia rilevante»: Nina Höll incontra Melanie Thut

, di Trad. di Stefania Ledda

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«Non è scontato che per tutte le femministe il federalismo sia rilevante»: Nina Höll incontra Melanie Thut
© Feminist Federalist Project

Melanie Thut ha creato il Feminist Federalist Project insieme a Diletta Alese e ad altre attiviste come estensione del proprio lavoro in qualità di Presidente della JEF Germania, colmando il divario tra i due movimenti. Nina Höll, un altro membro del consiglio direttivo, la intervista in esclusiva per The New Federalist, chiedendole come stia andando il progetto, che cosa esso rappresenti per il futuro del femminismo e del federalismo e quali siano le implicazioni di questo nuovo movimento a livello globale.

Nina Höll: Quando senti l’espressione “femminismo federalista”, per te che cosa vuol dire?

Melanie Thut: Per me, il femminismo federalista significa mettere insieme la lotta per la libertà e una forma politica capace di sostenerla realmente. Una società federale e uno Stato che sancisce libertà e diritti. Si tratta dell’emancipazione dell’umanità attraverso lo smantellamento delle strutture gerarchiche esistenti tra le persone, al contempo continuando a pensare sempre in termini di intersezionalità e a riconoscere le specifiche difficoltà affrontate da diversi gruppi, in particolare dalle donne.

A livello strettamente personale, il concetto unisce due mie passioni - il femminismo e il federalismo - e dal loro incontro emerge qualcosa di nuovo. Credo anche che la sfera privata sia essa stessa federalista. Le realtà vissute, le sfide locali e le esperienze personali contano e possono essere trasformate in un progetto politico condiviso, persino in una causa per un’Europa unita. La sfera privata è federalista, il che rende la propria lotta la ragione per volere un’Europa unita.

NH: Diresti che ne esiste già una definizione chiara o, piuttosto, è un concetto ancora aperto che dobbiamo cucire insieme?

MT: Non direi che il femminismo federalista sia un concetto del tutto indefinito. Ursula Hirschmann aveva già collegato queste idee in occasione del suo contributo al Manifesto di Ventotene e, successivamente, nel 1975 tramite l’Organisation des femmes pour l’Europe. Purtroppo, dopo essersi ammalata, il progetto perse slancio e finì perlopiù nel dimenticatoio.

Da allora, sono state organizzate varie iniziative, ma mai in modo strutturato o continuativo. Oggi - cinquant’anni dopo - ci troviamo in un momento storico diverso: un momento che consente maggiore apertura, un approccio collettivo e riflessioni condivise. Ecco perché vedo il femminismo federalista come qualcosa che dobbiamo sviluppare insieme adesso, ad esempio attraverso la creazione di reti, dialogo e una serie di articoli.

NH: Come pensi che il femminismo federalista differisca dal femminismo «classico» o dagli altri movimenti femministi?

MT: Il femminismo federalista è chiaramente un progetto politico fondato sulla partecipazione e la democrazia. Unisce il cambiamento strutturale a una comprensione delle difficoltà attuali sulla base dell’intersezionalità. Piuttosto che una nuova ondata femminista, il concetto va inteso come un nuovo strumento, un quadro politico che permette al femminismo di portare avanti le sue lotte in modo più efficace.

Il federalismo offre strumenti giuridici e istituzionali in grado di consentire il superamento delle ineguaglianze e di affrontare le ingiustizie. Si tratta di un concetto applicabile anche a livello globale e al futuro. Il femminismo e il federalismo sono due movimenti distinti, ma il femminismo federalista nasce proprio dal loro incontro, rendendoli complementari e rafforzandoli.

NH: Quali principi o valori costituiscono il cuore del femminismo federalista?

MT: Gli Stati e i sistemi patriarcali tendono a dividere la società e alla concentrazione del potere. Al contrario, sia il federalismo che il femminismo mirano a distribuire il potere in modo più equo, garantendo la partecipazione decentralizzata e le libertà per tutti.

Il nazionalismo spesso rafforza le disuguaglianze, ad esempio, strumentalizzando i corpi delle donne per obiettivi demografici o scopi ideologici, oppure limitando i diritti politici. Il femminismo federalista si oppone a ciò, aprendosi sia ad identità diverse che all’idea di un potere condiviso. Al cuore del femminismo federalista vi sono la pace, la coesistenza non violenta e la convinzione che tutti debbano poter vivere liberi e in sicurezza, e realizzare pienamente il proprio potenziale.

NH: Il federalismo prospera grazie alla diversità e alla cooperazione, mentre il femminismo fiorisce grazie all’uguaglianza e all’emancipazione. Come credi possano essere conciliati?

MT: Entrambi gli approcci prevedono che l’individuo si liberi da strutture di potere oppressive. Il femminismo federalista riguarda i pari diritti e la creazione di condizioni tali affinché le persone possano vivere liberamente, pacificamente e in sicurezza. Queste idee si legano insieme in modo molto naturale, perché sono focalizzate sulle persone e sul loro benessere piuttosto che su entità istituzionali astratte.

NH: In che misura il pensiero federalista, come la condivisione del potere, la sussidiarietà e la creazione di reti, può rafforzare le richieste femministe?

MT: Il pensiero federalista ha una visione più ampia della società e della vita quotidiana. Avvicina il processo decisionale a coloro che ne sono interessati, soprattutto a livello locale, dove le donne hanno spesso reti sociali più forti e sono particolarmente coinvolte nelle proprie comunità.

Il federalismo incoraggia anche a pensare oltre i confini nazionali - nel nostro caso, attraverso l’Europa - e a lavorare insieme per rafforzare cause condivise. Ad esempio, un quadro europeo può contribuire a garantire diritti laddove i governi nazionali non riescono.

NH: Come vivi il femminismo federalista nel tuo lavoro o all’interno della tua organizzazione?

MT: All’interno del movimento federalista, c’è da tempo un gruppo di persone interessate a queste domande, ispirate dalle visite a Ventotene e dalle discussioni su Ursula Hirschmann e altri. Però, l’anno scorso, siamo passati dalla riflessione all’azione.

Attraverso il Feminist Federalist Project, gli articoli pubblicati su The New Federalist, le letture in pubblico a Ventotene e le manifestazioni in strada, stiamo attivamente reintroducendo questa eredità. Il nostro obiettivo è costruire una rete e portare avanti questo lavoro. Esponenti come Petra Kelly sono anche una forte fonte di ispirazione per me personalmente. Queste conversazioni e riflessioni a tarda sera sono ciò che mi guida davvero e accende la mia passione, e sono entusiasta di vedere che cosa accadrà dopo.

NH: Sai dare un esempio di dove le strutture federaliste hanno appoggiato le istanze femministe o, invece, le hanno ostacolate?

MT: Un esempio significativo è la piattaforma My Voice, My Choice, ovvero la manifestazione di un diritto d’iniziativa di cittadini europei (European Citizens’ Initiative) che promuove un aborto sicuro e accessibile. Ha raccolto 1,2 milioni di firme in tutta Europa ed è tuttora in corso. Le femministe di molti Paesi si sono unite utilizzando uno strumento federalista per agire dove i governi nazionali hanno fallito.

L’iniziativa ha avuto un’enorme visibilità pubblica e dimostra come un’Europa unita possa rendere più forti le richieste femministe attraverso i confini. Questo è esattamente il tipo di approccio di cui abbiamo più bisogno, idealmente radicato in un’Europa veramente federale.

NH: Quali elementi dovrebbe assolutamente contenere un manuale del femminismo federalista?

MT: Non sono sicura che un manuale sia il giusto formato. Piuttosto che come una nuova e statica dottrina femminista, vedo il femminismo federalista come un’esplorazione continua delle intersezionalità e delle lotte condivise. Non è una corrente separata del femminismo da studiare singolarmente, ma uno spazio in cui lotte comuni possono emergere ed essere analizzate insieme.

Riflettere - come stiamo facendo in questa serie di articoli - è estremamente prezioso. Il femminismo federalista può essere fecondo, ma non tutte le femministe lo vedono automaticamente come rilevante, soprattutto se non ci vedono dietro un chiaro progetto politico. Questa tensione vale la pena di essere discussa apertamente.

NH: A volte, le strutture federali possono essere macchinose. Come si possono comunque portare avanti i temi femministi in modo dinamico ed efficace?

MT: Possono essere portati avanti attraverso solidi strumenti di partecipazione civica e attraverso un dialogo diretto e costante con la società civile a diversi livelli politici. Incoraggiare la consapevolezza pubblica è fondamentale, così come garantire che il femminismo federalista resti inclusivo e genuinamente rappresentativo di prospettive diverse, comprese quelle intersezionali, migratorie e queer.

NH: Il femminismo federalista può diventare un modello con un impatto al di fuori dell’Europa?

MT: Assolutamente. Possiamo già imparare moltissimo dai movimenti femministi al di là dei confini europei, come quelli del Rojava. Lì, tra diversi gruppi etnici - inclusi i curdi -, è stato istituito un sistema confederale, stabilendo così una struttura politica multietnica che coinvolge attivamente le minoranze.

Inoltre, abbiamo approfondito queste idee durante alcune conversazioni nell’ambito dell’Israeli-Palestinian Federalist Peace Forum, che dimostrano come il femminismo federalista abbia un potenziale e rilevanza su scala globale.

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