Negli ultimi anni, e in particolare con l’intensificarsi dei conflitti ad alta intensità e delle guerre ibride in Europa orientale e in Medio Oriente, una tecnologia, che pare essere nuova, è entrata nel vocabolario di tutti i giorni: drone, ovvero ”velivolo privo di pilota e comandato a distanza”.

1. Dalla rivoluzione percepita alla realtà operativa

Per molti si tratta di una novità assoluta, destinata a trasformare radicalmente il modo di combattere e, in alcune narrazioni più estreme, a rendere obsoleti i sistemi d’arma tradizionali. In realtà, stando proprio alla definizione, i droni sono presenti sui campi di battaglia da decenni. Un esempio è l’MQ-9 Reaper, impiegato dagli Stati Uniti e da diversi alleati in svariati teatri operativi con funzioni di sorveglianza e attacco. Ciò che è cambiato negli ultimi anni non è tanto l’esistenza del drone, ma la sua democratizzazione. La guerra contemporanea ha visto l’emergere di sistemi a basso costo, spesso derivati da tecnologie civili, impiegati massivamente. Come i droni FPV (First Person View), capaci di svolgere missioni di ricognizione, designazione del bersaglio, coordinamento del fuoco e attacco diretto fungendo da munizioni circuitanti. Questo fenomeno, come già detto, si registra contemporaneamente in diversi scenari. Nel teatro mediorientale, attori statali e non hanno fatto ampio ricorso a droni armati e sistemi improvvisati: dall’impiego da parte di milizie e gruppi armati in Iraq e Siria fino all’impiego su larga scala di munizioni circuitanti come gli Shahed, utilizzati in operazioni di attacco a lungo raggio contro infrastrutture strategiche e installazioni militari nella regione, con effetti variabili ma in alcuni casi significativi in termini di danno e pressione operativa.

Questa diffusione capillare ha contribuito a rendere i droni uno dei simboli della guerra contemporanea. La disponibilità di immagini provenienti direttamente da questi ha amplificato ulteriormente la percezione della loro efficacia: video di attacchi precisi, bersagli colpiti e operazioni apparentemente chirurgiche circolano in tempo reale sui social media, alimentando l’idea di una trasformazione radicale della guerra moderna. Uno sguardo più approfondito suggerisce però che l’impatto di questo nuovo sistema d’arma, ad oggi, debba essere, almeno in parte, ridimensionato.

Per prima cosa, vi è un bias propagandistico rispetto all’efficacia reale del drone: i contenuti che diventano virali sono quasi esclusivamente quelli che documentano un successo operativo. Al contrario, fallimenti tecnici, perdita del segnale, disturbi elettronici, intercettazioni o semplici errori di targeting raramente emergono nello stesso circuito informativo. Questo introduce un bias strutturale che tende a sovrastimare la precisione e l’affidabilità complessiva di questi sistemi. Ad oggi, i dati più attendibili relativi ai sistemi d’arma che più di tutti contribuiscono alla viralizzazione della dialettica sui droni, ovvero i sistemi FPV, suggeriscono che l’efficacia, ad esempio nel teatro ucraino, debba essere interpretata attraverso una distinzione tra diversi casi operativi.

La prima distinzione da fare è l’effetto di un drone e cosa ne determina il successo: bisogna separare il tasso di colpi a segno, ovvero la capacità del drone di raggiungere fisicamente il bersaglio, il suo tasso di neutralizzazione della minaccia, ovvero la capacità di causare un danno effettivo o la distruzione del proprio obiettivo, e infine il tasso di successo delle missioni in cui viene impiegato, cioè il raggiungimento dell’obiettivo tattico complessivo della sortita effettuata.

Le evidenze raccolte da istituti di analisi come il Royal United Services Institute (RUSI) e da studi OSINT sul conflitto ucraino indicano che il tasso dei colpi a segno dei droni FPV si colloca in un intervallo compreso tra il 20% e il 40% per singola missione, con forti oscillazioni in base alle condizioni operative ed al livello di contromisure elettroniche presenti.

Il tasso di neutralizzazione, invece, risulta significativamente più basso e fortemente dipendente dal tipo di bersaglio: contro personale o obiettivi scoperti, la probabilità di effetto letale è relativamente più alta e può avvicinarsi al tasso di colpi a segno; contro veicoli leggeri o mezzi logistici non protetti, l’effetto varia ma resta intermedio; contro mezzi corazzati o postazioni preparate, un singolo drone FPV è solo raramente risolutivo, e spesso sono necessari attacchi multipli per ottenere un effetto di annientamento, con tassi di neutralizzazione per singole sortite che in alcuni casi può scendere sotto il 10–20%.

Infine, il tasso di successo della missione tattica della sortita, che include fattori come perdita del segnale, interferenze, malfunzionamenti tecnici e aborti operativi, risulta ulteriormente ridotta rispetto allo stesso tasso di colpi a segno. Diversi studi dimostrano infatti come una quota rilevante delle missioni venga compromessa prima ancora dell’ingaggio.

Questi dati suggeriscono che i sistemi FPV sono sistemi probabilistici ad alta saturazione, la cui efficacia è determinata dall’elevato volume di utilizzo e dall’integrazione all’interno di un più ampio sistema interoperativo. Pertanto i droni non devono essere intesi come un’arma risolutiva, capace di sostituire o rendere irrilevanti altri sistemi, ma come un moltiplicatore di forze. La loro efficacia emerge in particolare nei conflitti asimmetrici o nei contesti in cui le parti in campo non dispongono dello stesso livello tecnologico, organizzativo o numerico. In questi scenari, i droni amplificano la capacità di osservazione e riducono i tempi di decisione, grazie all’immediatezza e alla chiarezza delle comunicazioni tra truppe a terra e comando operativo o unità di supporto, riuscendo ad avere un impatto significativo sulla precisione e la tempestività delle azioni, ma non lo fanno autonomamente, bensì agiscono sempre all’interno di una dinamica, che è quella che ormai domina la strategia militare di impiego coordinato delle armi, in cui reparti con specificità differenti agiscono in sinergia per il raggiungimento dell’obiettivo tattico o strategico.

I droni risultano quindi un’aggiunta all’assetto complessivo della guerra moderna, il loro peso nel conflitto dipende dalla qualità delle difese elettroniche nemiche ed alleate, dall’integrazione con i sistemi di intelligence e dalla struttura delle forze armate stesse. Dove questi elementi sono squilibrati, il drone può produrre effetti enormi; dove invece esiste una parità tecnologica, il suo ruolo tende a essere meno dirompente e si inserisce all’interno di dinamiche più complesse.

Questa analisi delinea quindi una tendenza storica più ampia. Ogni importante innovazione militare ha creato un corsa tra attacco e difesa, senza mai produrre una soluzione definitiva. Ogni sviluppo tecnologico ha prodotto ad un primo impatto vantaggi asimmetrici, successivamente mitigati attraverso nuove contromisure e dottrine. Nel caso dei droni, i cambiamenti principali rispetto al passato sono due: la scala, ovvero la possibilità di produrre e impiegare in massa sistemi relativamente economici e la capacità di rendere il campo di battaglia sempre più trasparente. La presenza massiccia di piattaforme di osservazione in tempo reale rende infatti molto più difficile occultare movimenti e azioni operative, rendendo centrale la capacità di elaborare, filtrare e proteggere le informazioni.

Da una prospettiva di sistema della difesa, l’effetto dei droni è molteplice: da un lato aumenta la velocità e la precisione di ingaggio, dall’altro si intensifica la dipendenza da tecnologie complesse, reti di comunicazione affidabili e tessuti industriali in grado di sostenere un consumo elevato di mezzi e munizioni. Se questa conclusione la poniamo in rapporto ad una dimensione strategica più ampia e globale, si comprende facilmente come la guerra non sia determinata esclusivamente dal singolo sistema d’arma, ma dalla capacità di un apparato politico-industriale di produrlo, aggiornarlo e sostenerlo. La competizione tra attori globali riguarda sempre più la resilienza industriale, la capacità di innovazione e la rapidità di adattamento tecnologico.

2. Oltre i droni: il problema europeo

Stringendo l’attenzione sull’Europa questa dinamica pone un problema: gli Stati europei effettivamente dispongono di competenze tecnologiche ed industriali avanzate, ma tali capacità sono frammentate in una molteplicità di realtà nazionali. Questo ne riduce inevitabilmente l’efficienza e limita fortemente la capacità competitiva del continente stesso, in un periodo storico in cui sempre più incerto è il supporto da parte degli Stati Uniti d’America e di conseguenza, la sicurezza per gli Stati europei.

Questo fenomeno di frammentazione e dispersione delle capacità tecnologiche, industriali e finanziarie non riguarda esclusivamente i settori emergenti della difesa, come quello dei droni, ma si presenta in maniera evidente anche nei settori più tradizionali dell’apparato militare europeo. Programmi di acquisizione, sviluppo di piattaforme terrestri, navali e aeree e relative catene produttive risultano spesso duplicati, non pienamente interoperabili e scarsamente coordinati tra i diversi Stati membri, motivo per cui si registra una perdita sostanziale di sviluppo di economie di scala e di ottimizzazione. Nessuno stato europeo, preso singolarmente, possiede una capacità sufficiente per sostenere in modo autonomo questo livello di complessità tecnologica richiesto oggi dalla difesa del continente europeo, che al di fuori della NATO, sembra praticamente inesistente.

La difficoltà della politica europea di affrontare efficacemente questi problemi è evidente in diversi casi, come in quello dello sviluppo di un drone europeo dalle caratteristiche e dall’impiego operativo simili allo statunitense MQ-9 Reaper, lo European MALE RPAS, che si è sostanzialmente arenato, a causa delle divergenze tra i partner coinvolti in termini di requisiti operativi, leadership industriale e ripartizione della produzione. In questo modo non si fa altro che alimentare la formula tipica dello “Europe designs, US deploys” secondo cui l’Europa contribuisce in modo significativo alla fase di ricerca, progettazione e sviluppo tecnologico, mentre la capacità di produzione su larga scala e l’impiego effettivo dei sistemi si concentra maggiormente negli Stati Uniti, che dispongono di una struttura più centralizzata, di una capacità finanziaria più ampia e di un enorme apparato militare integrato.

3. Il significato politico

Vi è un’evidente urgenza di un’integrazione profonda delle politiche industriali e della ricerca nel settore della difesa europea, un’opzione economicamente efficace, ma anche, e principalmente, una condizione di competitività ed autonomia strategica.

La diffusione dei droni, per i motivi citati, non è un segnale della fine della guerra tradizionale, quanto della trasformazione delle condizioni in cui essa si svolge e del modo in cui si conduce. La vera rivoluzione è il passaggio verso conflitti sempre più dipendenti da reti tecnologiche, capacità produttive e coordinamento politico su larga scala. In questo scenario, se la politica europea non decide congruamente del proprio futuro, sarà la variabile strategica che inciderà maggiormente sulla capacità del continente di mantenere la propria autonomia, la propria sicurezza e la propria rilevanza.