La storia e l’attualità ci insegnano che le organizzazioni internazionali sono strutture vive, destinate a evolversi insieme alla società globale. I numeri delle Nazioni Unite – ottant’anni di storia e 193 Paesi membri che coprono la quasi totalità del globo – dimostrano l’autorevolezza di un’istituzione i cui scopi sono universalmente riconosciuti.

Introduzione (A cura di Riccardo Tavella)

Dopo un mese di pubblicazioni, si conclude su Eurobull la rubrica composta dai contributi dei partecipanti al concorso Diventiamo Cittadini Europei e al Seminario di Formazione Federalista del Veneto di Nocera Umbra (PG), svoltosi il mese scorso. Quest’ultimo contributo è risultato del lavoro di Silvia Morandin, la quale è partita dalla traccia:

Nel 2025 si sono celebrati gli 80 anni dell’ONU, nata nel 1945 con la firma da parte di 51 Paesi della Carta di San Francisco. Anche se oggi l’ONU annovera quasi tutti gli Stati del mondo (esattamente 193), ti sembra che sia stata in grado di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”, come recita il suo Statuto?

Buona lettura!

ONU: il cammino verso la pace perpetua?

L’ONU è lo specchio dei governi che la compongono; pertanto, funziona solo se gli Stati decidono di collaborare verso un orizzonte comune. Il suo successo non dipende da un’autorità sovrana astratta, ma interamente dalla volontà politica dei suoi membri di perseguire i principi fondatori. Nella sua Carta istitutiva, promulgata a San Francisco il 26 giugno 1945, l’ONU esprime uno dei principi morali e giuridici più alti mai concordati dall’umanità, sia per il peso politico che comporta, sia per il profondo valore umano che manifesta. In un passo fondamentale, il testo dichiara l’obiettivo di “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”. Questa frase racchiude la vera essenza del multilateralismo moderno.

Oggi però assistiamo a un drammatico scenario in cui le popolazioni civili – bambini, donne, uomini di ogni età – subiscono gli orrori di conflitti sempre più aspri. Di fronte a queste tragedie, sorge spontanea la critica verso l’apparente paralisi dell’organizzazione. Per comprendere tale dinamica è necessario un chiarimento politologico: gli Stati hanno costruito un’organizzazione alla quale hanno affidato obiettivi universali, senza tuttavia conferirle sempre gli strumenti politici e sovrani necessari per realizzarli. L’ONU non dispone di un esercito permanente né di una sovranità superiore a quella dei singoli Stati; la sua efficacia dipende inevitabilmente dalla convergenza delle volontà nazionali. Il limite strutturale più evidente risiede nella governance del Consiglio di Sicurezza, l’organo a cui è affidata la responsabilità principale del mantenimento della pace. Il diritto di veto dei cinque membri permanenti – Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia – costituisce il vero freno decisionale del sistema. Esso consente a un singolo Stato di impedire l’adozione di decisioni sostanziali, anche quando queste godono di un ampio consenso internazionale e sono di natura puramente difensiva, bloccando l’azione sul nascere. Di fatto, i processi decisionali cruciali per la sicurezza globale non appartengono in modo egualitario a tutte le 193 nazioni, ma rimangono quindi subordinati agli equilibri di questa ristretta cerchia.

Le radici di questo “squilibrio” affondano nelle origini stesse dell’organizzazione. Alla fine della Seconda guerra mondiale, per evitare il ripetersi di simili atrocità, si decise di creare un sistema fondato sugli ideali di stabilità e sicurezza. Tuttavia, le crepe strutturali erano evidenti già nei rapporti tra le grandi potenze vincitrici che, da ex alleate, si preparavano a scontrarsi in una lunga transizione geopolitica. L’Unione Sovietica partecipò ai negoziati di Bretton Woods del 1944, ma alla fine decise di non aderire alle nuove istituzioni finanziarie internazionali: un chiaro segnale delle divergenze ideologiche ed economiche che stavano rapidamente emergendo con gli Stati Uniti. Le priorità politiche delle superpotenze si rivelarono ben presto distanti dagli ideali umanitari proclamati, come dimostrato sul fronte sovietico dalle drammatiche vicende del massacro di Katyn e della mancata assistenza all’insurrezione di Varsavia. La storia del Novecento mostra che neppure gli Stati Uniti furono immuni da decisioni capaci di provocare enormi sofferenze tra i civili, dal lancio delle bombe atomiche fino al successivo impiego del napalm nei conflitti asiatici.

La nascita dell’ONU avvenne dunque non in un mondo diviso semplicemente tra “innocenti e colpevoli”, ma all’interno di un sistema internazionale segnato fin dal principio da profonde contraddizioni morali e politiche. Con la discesa della cortina di ferro e la formazione dei blocchi contrapposti, la paralisi decisionale del Consiglio di Sicurezza divenne uno dei tratti ricorrenti della Guerra fredda. Nonostante la paralisi diplomatica, le Nazioni Unite riuscirono a elaborare i primi storici strumenti di interposizione. Il peacekeeping trovò progressivamente applicazione in numerosi scenari extraeuropei, trovando nella gestione della crisi di Suez del 1956 uno snodo fondamentale per l’evoluzione delle operazioni di pace. Nei decenni successivi, ben lungi dal limitarsi ai soli contesti di guerra civile in Africa, l’azione dei caschi blu tornò a confrontarsi direttamente anche con i conflitti sul continente europeo, come dimostrato in modo drammatico dall’esperienza di UNPROFOR durante le guerre balcaniche negli anni Novanta. Valutare l’ONU ponendo come unico criterio l’avvenuta abolizione della guerra significherebbe decretarne la smentita storica. Se consideriamo invece l’espressione “salvare le generazioni future dal flagello della guerra” come un progetto normativo non ancora realizzato, essa si trasforma in un traguardo ambizioso verso cui l’umanità ha il dovere morale e la necessità vitale di tendere.

Oggi, con lo sviluppo di tecnologie belliche sempre più distruttive e il drammatico aumento delle vittime civili, l’alternativa alla fine della guerra è la fine dell’umanità stessa. Superare la guerra come strumento sistematico dei rapporti tra Stati non è più soltanto un nobile desiderio, ma una condizione essenziale per la nostra sopravvivenza biologica e civile. L’aspirazione di Immanuel Kant a una “pace perpetua” rimane ancora oggi un ideale non realizzato. Del resto, anche l’organismo internazionale chiamato a preservare la pace è un’istituzione umana e, in quanto tale, intrinsecamente imperfetta. Tuttavia, lo sforzo iniziale non è stato vano. Al di là dei limiti del Consiglio di Sicurezza, l’ONU ha dimostrato una straordinaria forza di integrazione globale attraverso le sue agenzie specializzate, la tutela dei diritti umani, la cooperazione sanitaria e i programmi di sviluppo.

In questo scenario, l’Unione Europea può offrire un esempio concreto di come la condivisione della sovranità e la costruzione di istituzioni comuni possano contribuire a superare conflitti secolari. La sua esperienza di integrazione e di cooperazione fondata sul diritto può rappresentare un punto di riferimento per una riflessione più ampia sul futuro del multilateralismo. In questa prospettiva, l’Europa potrebbe contribuire in modo significativo alla definizione di riforme mirate dell’ONU, volte a rafforzarne la capacità di agire nell’interesse della comunità internazionale e a ridurre, per quanto possibile, la dipendenza dalle contrapposizioni geopolitiche delle singole superpotenze. Se per il passato dobbiamo riconoscere all’ONU il merito di aver tracciato la via della cooperazione internazionale, per il presente dobbiamo guardare ai suoi limiti strutturali come a un monito. Trasformare il nostro ambiente globale in una casa sicura, sana e fondata sul diritto è il compito geopolitico che attende i cittadini d’Europa e del mondo del futuro.