Il discorso sullo “Stato dell’Unione” pronunciato da Ursula von der Leyen il 10 settembre 2025 non può essere letto come un semplice bilancio programmatico, ma come lo specchio di una crisi identitaria profonda.
Introduzione (A cura di Riccardo Tavella)
Prosegue su Eurobull la rubrica composta dai contributi dei partecipanti al concorso Diventiamo Cittadini Europei e al Seminario di Formazione Federalista del Veneto di Nocera Umbra (PG), svoltosi il mese scorso. L’articolo che segue è opera di Riccardo Marchiori, il quale si è cimentato nella traccia:
Dopo aver letto il testo del discorso della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sullo stato dell’Unione del 10 settembre 2025, esprimi una tua valutazione critica sul bilancio fatto dalla Presidente su questo primo anno del suo secondo mandato.
Buona lettura!
Ostinazione alla marginalità: cambiare rotta è possibile?
Al termine del primo anno del suo secondo mandato, la Presidente si è presentata di fronte all’Europarlamento con la abituale postura ieratica, tentando di celare sotto un manto di ottimismo le crepe di un edificio che scricchiola. Se l’europeismo è, come sosteneva Altiero Spinelli, la risposta necessaria al fallimento degli Stati nazione, il bilancio di quest’anno rivela una verità amara: la Commissione rischia di trasformarsi nel notaio di un declino amministrato, incapace di passare dalla «gestione del condominio» alla «fondazione della polis».
La prima e più grave criticità risiede nell’ambiguità con cui la Presidente ha trattato il tema della sovranità economica. Von der Leyen ha citato il “Rapporto Draghi” come un breviario, ma lo ha applicato con la timidezza di un burocrate spaventato e frenato dalle ombre dei veti nazionali. Non è più tempo per la «strategia dei piccoli passi» di schumaniana memoria; oggi quella cautela si traduce in un’inerzia letale. Mentre gli Stati Uniti e la Cina operano con una visione dirigista e massiccia, l’Europa di von der Leyen risponde con la frammentazione. Proporre la competitività senza un’unione fiscale e un debito comune strutturale è un’assurdità logica. La soluzione non è «coordinare»; le politiche industriali dei ventisette, ma centralizzarle. Occorre il coraggio di una capacità fiscale autonoma, sganciata dai ricatti dei governi nazionali, che permetta di finanziare i beni pubblici europei: dalla difesa alla rete energetica. Senza questa svolta, il richiamo alla “sovranità” rimane un’espressione vuota, priva di significato concreto.
Parallelamente, notiamo un inquietante appannamento della visione ecologica. Nel discorso del 2025, il Green Deal, un tempo paragonato al “momento uomo sulla Luna” dell’Europa, è apparso ridimensionato a semplice strumento di aggiustamento industriale. Questo ritiro tattico, dettato dalla paura dei populismi, rappresenta un errore culturale imperdonabile. La transizione non è un fardello da mitigare, ma l’ultima chiamata per la rilevanza tecnologica del continente. Tuttavia, la critica deve farsi propositiva: la Commissione ha fallito nel non accompagnare la transizione con una visione sociale più decisa. Salvare il clima significa salvare il cittadino. Un “Piano Marshall delle Competenze” può trasformare la paura della disoccupazione tecnologica in un’opportunità di mobilità sociale europea. L’ottimismo non nasce dal negare il conflitto, ma dal governarlo con investimenti che rendano la sostenibilità un desiderio collettivo, non un’imposizione.
Sul piano della politica estera, il bilancio di questo primo anno riflette l’illusione che si possa essere attori globali rimanendo «potenza civile» in un mondo di potenze brutali. Von der Leyen evoca un’Europa assertiva, ma la realtà ci consegna un’Unione che delega la propria sicurezza e subisce le rotte altrui. Riprendendo la lezione del realismo politico, dobbiamo riconoscere che l’autorità senza forza è destinata all’irrilevanza. La soluzione non sta nel semplice sommare i bilanci militari di ogni nazione, bensì nell’abbandonare il principio del voto all’unanimità in politica estera. Un’Europa che decide a maggioranza qualificata smetterebbe di essere un gigante paralizzato dai veti dei propri Stati membri e inizierebbe a esercitare una vera autonomia strategica. È necessario un cambio di paradigma: l’Unione deve dotarsi di una struttura di comando integrata e di una diplomazia unica, smettendo di essere un mosaico incoerente di interessi particolari per diventare un blocco geopolitico capace di imporre, difendere ed diffondere i propri standard e i propri valori nel nuovo disordine mondiale.
Il discorso di von der Leyen, in definitiva, è pervaso da una “ragione strumentale” che avrebbe fatto rabbrividire i pensatori della Scuola di Francoforte: un’enfasi eccessiva sulla tecnica a scapito della sostanza. Eppure, proprio in questa crisi risiede la possibilità del riscatto. L’Europa possiede ancora il primato della civiltà giuridica e della coesione sociale, ma deve smettere di aver paura della propria ombra federale. Il bilancio del primo anno del secondo mandato non è un fallimento totale, ma un avvertimento severo: se la Commissione continuerà pervicacemente a mediare tra gli interessi nazionali, l’Unione rischia di diventare un reperto di eccellenza burocratica in un mondo che premia solo il coraggio politico. La sfida per i prossimi quattro anni è chiara: passare dalla sopravvivenza alla visione, trasformando Bruxelles da un ufficio di contabilità a una capitale della volontà politica europea.
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