Protocollo Italia-Albania sulle migrazioni: cambiamento decisivo o soluzione effimera?

, di Demetra Santagati

Protocollo Italia-Albania sulle migrazioni: cambiamento decisivo o soluzione effimera?
Mstyslav Chernov/Unframe, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/license...> , via Wikimedia Commons

Nell’incontro a Palazzo Chigi del 6 novembre 2023, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Primo Ministro albanese Edi Rama hanno siglato un memorandum sulla gestione dei flussi migratori che prevede la realizzazione di due strutture di accoglienza sì in territorio albanese, ma a spese dell’Italia e sotto la sua giurisdizione. Il documento, molto limitato, dà spazio a non trascurabili interrogativi, individuati anche dall’Alta Corte albanese.

Il 6 novembre 2023 potrebbe essere considerato un punto di svolta nel tanto dibattuto tema delle migrazioni nel Mediterraneo. Sulla natura e sugli effetti di questo cosiddetto “turning point”, però, sono sorti non pochi dubbi a livello internazionale.

È necessario partire dall’inizio. È in questa fatidica data che ha avuto luogo a Palazzo Chigi un incontro chiave tra la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Primo Ministro albanese Edi Rama. I due Governi hanno difatti siglato un protocollo d’intesa nella gestione dei flussi migratori, che prevede la realizzazione di due strutture di accoglienza sì in territorio albanese, ma a spese dell’Italia e sotto la sua giurisdizione. Il primo centro, adibito alle procedure di screening e identificazione, dovrebbe sorgere nella città portuale di Shengjin; nell’area di Gjader, zona dell’entroterra in cui è tra l’altro presente una famosa ex base dell’aeronautica militare albanese, dovrebbe essere invece allestita una seconda struttura, molto simile ai centri di permanenza per rimpatri, dove verranno trattenuti coloro risultati non idonei alla richiesta di asilo. Secondo Giorgia Meloni, le strutture saranno operative a partire dalla primavera 2024 e contribuiranno ad alleviare la pressione sui centri di primo asilo in Italia, come il cronicamente sovraffollato hotspot di Lampedusa.

È imprescindibile però soffermarsi sui tecnicismi di questo accordo, risultato agli occhi di molti affrettato e poco trasparente, tanto da essere definito da Riccardo Magi di +Europa “una sorta di Guantanamo italiana” o, secondo Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, un tentativo di “delocalizzazione dei naufraghi salvati”. Prima di tutto, tra le varie criticità, si nota che il protocollo non potrà essere applicato alle persone già approdate in Italia, ma solo agli immigrati soccorsi in mare esclusivamente da navi italiane (come quelle di Marina e Gdf). Escluse pertanto da questa procedura tutte le imbarcazioni di Ong. Inoltre, restano fuori da queste direttive donne, anziani e persone con fragilità, le cui modalità di sbarco rimangono però dubbie. Non va tralasciata poi la distanza che intercorre tra il porto di Shengjin e Lampedusa, circa tre giorni di navigazione, che potrebbero costare cari a persone già in condizioni precarie di salute fisica e mentale. Altra questione è rappresentata dalla concreta efficacia di questa soluzione; la capienza di ambo i centri sarà infatti limitata a 3.000 persone contemporaneamente. Questo significa che in Albania potrebbero transitare circa 36.000 persone l’anno, una percentuale trascurabile rispetto ai migranti che ogni anno sbarcano in Italia (oltre 145.000 solo nel 2023, trend in crescita rispetto agli anni passati). Questo scenario è peraltro piuttosto irrealistico, considerato che ad oggi le tempistiche di disbrigo pratiche di accoglienza e rimpatrio sono molto lunghe e complesse.

Molti interrogativi sono emersi anche riguardo la legittimità di questo protocollo. Su questo si è espressa ad esempio l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), fonte autorevole in materia. L’ASGI ha sottolineato come i contenuti dell’accordo rientrino fra i casi per cui la Costituzione (art. 80) prevede che il Parlamento approvi una legge di autorizzazione alla ratifica degli stessi. Contraddittoria è stata la posizione di Tajani in merito; il Ministro degli affari esteri ha infatti in un primo momento sostenuto che non fosse necessario sottoporre l’accordo al Parlamento. Successivamente, smentendo tali parole, ha invece comunicato l’intenzione del Governo di presentare alle Camere un ddl di ratifica. Tra l’altro, lo stesso Tajani non ha tardato a rispondere a chi aveva criticato questo protocollo paragonandolo all’accordo Regno Unito-Ruanda, bloccato dalla Corte d’appello britannica a fronte di svariati ricorsi e dell’opposizione della Corte europea dei diritti dell’uomo. Secondo il Ministro, invece, l’intesa Roma-Tirana non prevede alcuna esternalizzazione ad un paese terzo della gestione delle domande di asilo. Questo nuovo protocollo rappresenterebbe solo un’attuazione di un trattato di amicizia risalente al 1995, citato in apertura ai 14 articoli dell’accordo e che, tra le altre cose, prevedeva una collaborazione bilaterale tra Italia e Albania in ambito migratorio. Se è vero che alcune differenze rispetto all’accordo Londra-Kigali possono essere individuate, a partire dal diverso grado di sicurezza dei paesi riceventi, la questione resta comunque poco chiara.

Sorge spontaneo il confronto con una situazione simile, ovvero l’accordo UE-Turchia; pur trattandosi di un caso di esternalizzazione delle frontiere, quell’intesa si sviluppava a livello multilaterale. Coinvolgeva difatti l’intera Unione, introducendo anche elementi finanziari e di condivisione della responsabilità a livello comunitario. E parlando proprio di UE, ciò che ha destato grandi perplessità rispetto al nuovo protocollo è un dettaglio non poco importante: la mancata appartenenza dell’Albania all’Unione europea. A riguardo, Edi Rama ha rimarcato il supporto incondizionato all’Italia, peraltro primo partner commerciale dell’Albania, sottolineando come non essere uno Stato dell’Unione “non ci impedisca di vedere il mondo come europei”. Seppure l’iter di adesione all’UE sia in corso dal 2009, il Paese non ne fa ancora parte e questo ha chiaramente delle forti implicazioni. In primo luogo, preoccupa come la stessa Commissione europea, il giorno seguente alla firma del protocollo, non sapesse fornire alcuna informazione dettagliata a riguardo. Nei fatti, indipendentemente dalle dichiarazioni di Tajani, quest’intesa rappresenta un primo tentativo di un singolo Stato membro UE, in relativa autonomia, di esternalizzare la valutazione delle richieste di asilo in un Paese terzo. Sebbene rimanga viabile la possibilità per i Paesi membri di adottare misure nazionali, è necessario che queste siano conformi alle regole dell’Unione e non intacchino le procedure secondo l’acquis comunitario. Un’ulteriore valutazione della Commissione europea, seppur preliminare, è poi giunta pochi giorni dopo la firma; la Commissaria per gli affari interni Ylva Johansson ha dichiarato alla stampa di Bruxelles che l’accordo Italia-Albania sembrerebbe non violare il diritto dell’UE in quanto al di fuori di esso. Ciononostante, la compenetrazione del diritto comunitario in quello nazionale fa però sorgere dubbi al riguardo. Dal momento che ambo le strutture locate in Albania saranno soggette alla giurisdizione italiana, e l’Italia si conforma in questo campo al diritto UE, le normative dell’Unione andranno comunque rispettate sebbene, tecnicamente, a livello legale non si tratti del diritto UE. In ogni caso, le preoccupazioni rispetto a quest’intesa restano tante, specialmente in ambito di rispetto dei diritti umani, riguardo cui si è espressa con apprensione la commissaria per Diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović.

Le legittime perplessità che l’accordo Italia-Albania ha suscitato sembrerebbero confermare che non possa quindi configurarsi come soluzione al problema. Tuttavia, in un’Europa che si trova di fronte a una situazione di crescente complessità, il quesito sorge spontaneo: come può l’Unione europea assumere un ruolo più attivo nella gestione dei flussi migratori supportando specialmente i Paesi che ne subiscono maggiormente l’impatto?

Il 13 dicembre l’Alta Corte albanese ha sospeso l’accordo, accogliendo i due ricorsi presentati separatamente dal Partito Democratico d’Albania di Lulzim Basha e da altri 28 deputati schierati al fianco dell’ex premier Sali Berisha. Fino a quando non ci sarà una sentenza, non avverrà la ratifica. L’Alta Corte ha tre mesi di tempo per esprimersi.

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