Quando abitare diventa un lusso

La crisi degli alloggi nelle città europee fra trasformazioni urbane, overtourism e gentrificazione

, di Demetra Santagati

Quando abitare diventa un lusso

Non ci si può stupire che pagare un affitto a Milano o Parigi sia più caro che fare lo stesso in un piccolo centro abitato. Ma fino a che punto possono crescere i prezzi prima che le città non possano più essere considerate tali?

La prima definizione del termine città su uno dei più validi e autorevoli dizionari della lingua italiana ne unisce le connotazioni spaziali e le funzioni sociali:

Centro abitato di notevole estensione, con edifici disposti più o meno regolarmente, in modo da formare vie di comoda transitabilità, selciate o lastricate o asfaltate, fornite di servizi pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale.

Quando tutto questo viene a mancare e sempre più persone ne vengono spinte fuori, la città si trasforma in uno spazio elitario, accessibile solo a una certa classe sociale. A questo punto, la città stessa entra in crisi: espellendo chi la abita, mina le proprie fondamenta.

I dati sulla crescita urbana non fanno che evidenziare il ruolo fondamentale delle realtà cittadine nelle nostre vite. Nel 1800 solo il 2% della popolazione mondiale viveva in città, e nel 1900 questa quota era già salita a circa il 10%. Nel 1950, quindi non così tanto tempo fa, il 71% delle persone viveva ancora in campagna e solo il 29% risiedeva in aree urbane. Studi recenti ci dicono che ad oggi, in Europa, tre quarti della popolazione comunitaria vive in città e aree urbane, e secondo alcune proiezioni questa cifra è destinata a crescere fino al 78% entro il 2050. Dunque, le città si configurano sempre di più come il centro delle nostre vite. Da una parte sono luoghi di studio, lavoro e cultura. Dall’altra, però, per molti diventano sinonimo di sacrifici e disparità. In particolare nei centri abitati che offrono più opportunità lavorative, permettersi un piccolo appartamento è diventato quasi un miraggio. Ancora lo stesso studio, condotto in 15 stati membri dell’Ue, ci dice che almeno la metà degli intervistati che vivono in area urbana ha dichiarato che la carenza di alloggi a prezzi accessibili rappresenta un problema immediato nella propria città. Le percentuali più elevate si registrano in Irlanda (72%), Spagna (69%) e Lussemburgo (68%). Un altro sondaggio, effettuato da una delle principali piattaforme di affitti a medio termine, rivela inoltre che il 52% degli europei che vivono con coinquilini vorrebbe vivere da solo ma non può permetterselo. Questi studi portano a galla un problema serio e concreto: la crisi abitativa non è una questione di percezione né tantomeno un capriccio, è una questione urgente di cui ancora non si parla abbastanza.

In ambito europeo, si considera generalmente accessibile (affordable housing) un alloggio per il quale una famiglia non spende più del 30% del proprio reddito mensile in affitto. Quando invece i costi del canone di locazione superano il 40% del reddito disponibile, questa soglia viene utilizzata come chiaro indicatore di un problema abitativo. Questo produce un effetto particolarmente grave sui giovani, la cui età media di uscita dal nucleo familiare si sposta sempre più avanti e con grandi differenze tra i vari paesi (ad esempio, dai 21,4 anni in Finlandia ai 31,3 in Croazia). Il sud Europa sembrerebbe essere il più penalizzato, con un’età media che si aggira sui trent’anni e l’intrecciarsi di questo problema con altre questioni che hanno sempre più spazio nel dibattito pubblico. Tutti noi abbiamo sentito parlare almeno una volta di overtourism e gentrificazione; ma sappiamo davvero cosa significano queste parole e perché contano così tanto nel dibattito sulla crisi abitativa europea?

Partiamo dal termine overtourism; il prefisso over ne marca sin dall’inizio la connotazione negativa. Si tratta infatti del sovraffollamento di una località a causa di un eccessivo flusso di turisti, che genera conseguenti disagi ai residenti e agli stessi visitatori. Cosa c’entra questo con la crisi abitativa? Beh, c’entra eccome. Ogni città ha una capacità massima di accoglienza che si misura in servizi e infrastrutture, e quando lo spazio disponibile viene ceduto in maniera eccessiva a chi è di passaggio, questo viene fatto inevitabilmente a spese dei cittadini. I residenti subiscono infatti un enorme rialzo dei prezzi e sono di conseguenza sempre più spinti (e in alcuni casi costretti) a migrare progressivamente, prima verso le periferie e poi verso centri limitrofi. Ce lo racconta da vicino l’emblematico caso di Venezia, dove nel 2023 si registrava che, a fronte di 49.639 posti letto turistici, il contatore della popolazione residente segnava 49.298 abitanti in centro storico. Un altro caso italiano, quello bolognese, presenta dinamiche simili. A causa della conversione degli alloggi per studenti o famiglie in b&b, i prezzi nella storica città universitaria sono cresciuti vertiginosamente, e proporzionalmente sono cresciuti i dissensi riguardo alla questione. Qualcosa di simile è accaduto a Barcellona, negli ultimi anni al centro dei dibattiti sulla crisi abitativa per via delle crescenti proteste contro l’overtourism e contemporaneamente contro la gentrificazione, parola che domina i graffiti della città in ogni singolo quartiere. Qui entra in gioco il secondo termine di nostro interesse. Originariamente, il termine gentrificazione implica un intervento di riqualificazione e rinnovamento di un quartiere cittadino – aspetto di per sé non negativo – che però innesca aumenti dei prezzi di affitti e immobili e di fatto una sorta di selezione sociale, rendendo la zona inaccessibile a chi la abitava in precedenza. In Spagna, ma anche in altri paesi europei come il Portogallo o l’Italia, questi processi si intrecciano con un’ulteriore dinamica: l’arrivo di coloro che vengono definiti expats, persone provenienti soprattutto da Paesi più ricchi (Stati Uniti, Germania e altri) e che spesso sono dotate di redditi più alti o di salari “da remoto” adeguati ai costi della loro città d’origine. In molti contesti, la combinazione di questi fattori ha contribuito a spingere verso l’esterno fasce sempre più ampie di residenti locali. In definitiva, sembrerebbe che tutti questi elementi abbiano di fatto ridisegnato molte città europee a vantaggio di chi può spendere di più, nuocendo così al concetto stesso di città.

Inoltre, quando si parla di crisi abitativa, è imperativo includere nel dibattito anche chi una casa non ce l’ha. In Europa si utilizza la categoria ETHOS (European Typology of Homelessness and Housing Exclusion), nella quale rientrano non solo persone che dormono per strada, ma anche coloro che hanno a disposizione alloggi insicuri o inadeguati (come sistemazioni temporanee o baraccopoli). Si stima che ad oggi in Europa 1,28 milioni siano senza dimora. Questo dato, in allarmante crescita, riflette l’intreccio tra carenza di alloggi accessibili e precarietà.

Dal canto suo, l’Unione europea riconosce che la crisi degli alloggi è un problema serio. Già nel lontano 2021, il Parlamento ha adottato una risoluzione che chiede ai Paesi membri di riconoscere un alloggio adeguato tra i diritti umani fondamentali. Nel dicembre 2024 il Parlamento ha poi istituito una commissione parlamentare sulla crisi abitativa con lo scopo di comprendere a fondo le cause di questo fenomeno e proporre soluzioni concrete. Per quel che riguarda la tipologia ETHOS, l’Ue ha varato la Piattaforma europea sul senza dimora (Dichiarazione di Lisbona, 2021) con l’obiettivo di eliminare il fenomeno entro il 2030 attraverso strategie sia nazionali che locali.

Pertanto, nuove norme sono state approvate e nuovi piani di investimento sono stati annunciati. Ciononostante, la sensazione diffusa è che la questione non riceva ancora un’attenzione politica proporzionata alla sua urgenza. Nel frattempo, per un numero crescente di cittadini europei, la crisi abitativa diventa una preoccupazione sempre più incombente; non si tratta di un rischio futuro, ma di un problema corrente. Come diceva Calvino nel suo famoso libro “Le città invisibili”, l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui. Quando abitare diventa un lusso, la città perde il suo significato originario: non è più il luogo dove “offrire condizioni favorevoli alla vita sociale”, ma uno spazio sempre più selettivo, dove si entra solo se si può pagare il biglietto. Così si accentuano spaccature già presenti all’interno delle nostre società, inasprendo il divario tra chi è più ricco e chi è meno abbiente o tra chi è residente (altro concetto su cui ci sarebbe molto di cui parlare) e chi no. É a quel punto che la crisi dell’housing rischia di essere ciò che – parafrasando una nota canzone – una volta e per tutte will tear us apart.

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