Più che il pessimismo, infatti, desideriamo porre il realismo (inteso nella sua accezione comune, e non nel significato del «realismo politico») alla base della nostra ragione e della nostra analisi del presente.
La differenza tra il pessimismo e il realismo non è banale; tuttavia, spesso, nel sentire comune, appare inesistente. Siamo abituati a pensare che gli esseri umani agiscano, nella gran parte dei casi, guidati dall’ignoranza, dalla corruzione o dal cinismo; che, se qualcosa di negativo può accadere, di certo accadrà; che l’esito delle crisi che attraversiamo debba necessariamente inclinare al peggio.
In realtà, come sottolinea ad esempio Bregman in Una nuova storia (non cinica) dell’umanità,un pensiero così cupamente negativo è solo apparentemente più realistico di un pensiero totalmente ottimistico. Bregman porta prove a sostegno di un’umanità solidale, altruista e generosa, per concludere poi che gli esseri umani non sono per natura buoni o cattivi, ma lo diventano, in base all’ambiente in cui sono inseriti e alle loro scelte individuali.
Un approccio pessimistico è, dunque, viziato da una visione ideologica a priori, e non solo: corre il rischio di trasformarsi in una «profezia autoavverante». Pessimismo significa prepararsi ad affrontare la realtà più negativa che possa verificarsi, e chiudere gli occhi di fronte alle finestre di possibilità che si aprono anche nel presente più complesso e drammatico. Significa combattere una lotta che si considera già persa in partenza, e conservare come prospettiva più rosea quella di poter dire: «siamo i giusti, ma siamo gli sconfitti; abbiamo perso, ma avevamo ragione».
Al pessimismo del giusto sconfitto, dell’eroe che combatte contro i mulini a vento, preferiamo un più saggio realismo. Forse meno eroico, ma senz’altro più utile, perché ci porta a cercare quelle finestre di possibilità che pure devono esistere, a combattere, in modo magari più silenzioso e meno roboante, ma senz’altro più efficace. A ottenere quelle vittorie che si possono ottenere, anche quando il presente sembra andare in direzione opposta, senza però mai perdere di vista l’obiettivo ultimo e più alto in nome del quale le più piccole lotte vanno intraprese.
È in questo modo che ci sembra di poter interpretare nella maniera più bella possibile la celebre massima di Spinelli, che afferma che il valore di un’idea «è dimostrato dalla sua capacità di risorgere dalle proprie sconfitte»: realismo, infatti, non vuol dire restringere il nostro campo d’azione a scaramucce futili, ma significa, al contrario, tenere viva la fiamma dell’idea, custodirla e aiutarla a risorgere con tutti i mezzi a nostra disposizione, per quanto apparentemente piccoli. Come diceva anche Ursula Hirschmann, realizzare oggi stesso il possibile, se qualcosa può essere veramente realizzato.
Allo stesso modo, per la nostra volontà non desideriamo l’ottimismo, che è la controparte luminosa ma altrettanto cieca del pessimismo. Ottimismo, infatti, significa credere fideisticamente che ciò per cui lottiamo accadrà; e accadrà da sé, in un brillante e indefinito futuro. L’ottimismo fallisce, dunque, come motore dell’azione, perché non si confronta con la realtà; perché, come il pessimismo, assolve la sconfitta, la presenta come eroica, rimanda la vittoria a un irraggiungibile futuro.
All’ottimismo preferiamo la speranza, perché non si limita a una promessa di paradiso; comporta un impegno, un investimento personale nella lotta, un mettere in gioco sé stessi in prima persona. La speranza è una scommessa il cui risultato non è certo: non è certa la sconfitta presente, come vorrebbe il pessimismo, né la vittoria in un lontano futuro, come predica l’ottimismo.
Spinelli diceva che non sappiamo per chi lottiamo, per chi conserviamo questa speranza: se per noi, per i nostri figli, per una generazione ancora da venire o per nessuno. Questo non ha importanza: abbiamo scelto di fare della speranza una questione personale, un nostro dovere di militanti, il presupposto necessario per la nostra azione, il nostro granello di sabbia.
La massima che ci proponiamo di seguire è, perciò, “il realismo della ragione, la speranza della volontà”.

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