Senza solidarietà non ha senso continuare

, di Jacopo Barbati

Senza solidarietà non ha senso continuare
By photo by judy seidman, poster by Anita Willcox - photo by judy seidman of League for Industrial Democracy poster by Anita Willcox, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14973948

Alla domanda “qual è l’obiettivo del federalismo, in poche parole?” la mia risposta è sempre stata “dare un governo (o meglio, una governance) alla globalizzazione”.

In effetti, la richiesta prima dei federalisti è una riforma istituzionale: il mondo è pieno di fenomeni, umani ma non solo, di portata chiaramente transnazionale; l’assetto istituzionale mondiale attuale, però, è quasi sempre inadatto ad affrontare tali dinamiche poiché nel corso della storia si è frammentato in piccoli livelli, quelli dello stato nazionale, che hanno teso a raggruppare gruppi etnici più o meno omogenei che si parlano tra loro raramente e con diffidenza.

Questo è ciò che dicono i federalisti, di qualsiasi genere, da sempre. Ignorando però molto spesso un principio cardine delle società umane: la solidarietà.

Un principio da sempre sfuggente, però, tanto da non avere un corrispondente esatto nelle lingue antiche ed essere entrato in uso solo in età moderna, per di più nel linguaggio giuridico per primo.

Un principio difficile da praticare, per motivi spesso riconducibili al pregiudizio e alla paura, soprattutto alla paura che l’oggetto della nostra solidarietà, il prossimo, il vicino, lo straniero, possa tradirci e metterci in difficoltà. La storia europea e mondiale non aiuta a fidarsi l’uno dell’altro: le guerre, i saccheggi, i crimini sono stati tanti e hanno lasciato cicatrici profondissime che hanno trapassato le generazioni. E gli atti di solidarietà, anche i più fulgidi, non hanno la forza di curare queste cicatrici.

In tanti, in questi giorni e non solo, hanno ricordato di come migliaia di europei, durante la II Guerra Mondiale, avessero trovato rifugio in Siria. Questo chiaramente non è bastato a evitare che la guardia costiera greca addirittura sparasse (proiettili di gomma, comunque potenzialmente letali su corte distanze [1]) contro un gommone trasportante richiedenti asilo siriani che cercavano di sbarcare in territorio greco [2].

Tale comportamento viola i principi di base sull’uso della forza e delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine, stabiliti dall’ONU nel 1990 [3], ma purtroppo non è la prima volta che le forze dell’ordine a presidio dei confini europei usano la forza.

Ciò ha suscitato giustamente sdegno in parte dell’opinione pubblica, ma non si è parlato abbastanza di un avvenimento di pari gravità, ossia del rifiuto da parte del portavoce della Commissione Europea, Eric Mamer, di rispondere alla domanda concernente la legalità delle azioni violente della guardia costiera greca. [4]

La gestione della questione migratoria che ha coinvolto l’Europa negli ultimi 5 anni è stata dominata dalla paura e pertanto il principio di solidarietà di cui si parlava prima è stato pressoché totalmente assente. Sulle società europee qualcuno ha soffiato sulle braci che covavano dopo la crisi economica, accendendo il focolare della paura, della divisione, del “tutti contro tutti”. Ed eccolo lì, nell’opinione pubblica, il pericoloso immigrato, pronto a delinquere e a distruggere la società europea.

Chi ha soffiato sul fuoco voleva l’incendio e lo ha ottenuto, e i rapporti sociali sono diventati prossimi al collasso, come dimostrato chiaramente dall’epidemia di COVID-19.

La caccia all’untore è partita subito, prima nei confronti dello straniero, poi nei confronti del vicino di casa e chissà dove terminerà. Ma se la mancanza di solidarietà nel popolo è purtroppo cosa a cui dovremmo essere abituati, la mancanza di solidarietà nelle istituzioni non dovrebbe mai finire di stupirci.

Questa Unione Europea intergovernativa (l’intergovernamentalismo è l’assenza di solidarietà, l’egoismo, istituzionalizzato), infatti, non solo non è stata in grado di prendere decisioni comuni su come prevenire, arginare e contrastare l’epidemia (che chiaramente coinvolge tutta Europa e non solo) ma si sta dimostrando divisa ed egoista nella mancanza di aiuti specifici per le zone più colpite e nella mancanza di condivisione delle risorse necessarie; per esempio, Francia e Germania hanno dichiarato che fermeranno le esportazioni anche intra-UE di mascherine sanitarie, un prodotto estremamente richiesto di questi tempi, rifiutandosi quindi di condividere solidaristicamente le loro risorse [5] (ma si potrebbero aggiungere altri esempi: manca personale medico nelle regioni europee più colpite? Perché non farlo pervenire da altre regioni europee non ancora in emergenza, dove possibile?).

La domanda sorge spontanea: ha senso tutto questo?

Ha senso vivere in un mondo globalizzato, dove merci, capitali e persone si muovono da un posto all’altro se non c’è solidarietà, se ciò che si muove non è ben accolto al di fuori del proprio luogo di provenienza? Se non c’è una visione comune, se non si ha a cuore la sorte dell’altro? Ha senso cercare di governare tutto questo?

La risposta è sì, il senso c’è. Ma è urgente, tanto quanto arginare l’epidemia o il disastro umanitario in Siria, capire che siamo tutti uniti nello stesso destino, che una epidemia, una guerra o un disastro ambientale può colpire indistintamente chiunque nel mondo, e che aiutare chi è in difficoltà significa aiutare noi stessi, alla fine.

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