The Big Short and the Blue Whale

, di Stefano Rossi

The Big Short and the Blue Whale

I risultati delle elezioni dell’8 giugno aprono una nuova fase per il Regno Unito, ma non migliorano la situazione politica. La lettura del voto non è semplice, specialmente dal punto di vista europeo, ma offre lo spunto per qualche riflessione.

Iniziamo dal dato più importante, quello riguardante il risultato dei due primi partiti: il Labour guidato da Jeremy Corbyn ha fatto un notevole balzo in avanti e, contro le aspettative iniziali, ha guadagnato voti e seggi sul partito di governo. I conservatori, che avevano chiamato il voto per affermarsi con una più ampia maggioranza e per incassare consensi come trampolino di lancio verso i negoziati di Brexit, hanno perso i pochi seggi che garantivano loro una maggioranza assoluta già risicata (passando da 331 a 318).

Corbyn ha saputo convincere molti elettori che il governo May avrebbe implicato la riduzione delle tutele sociali e che solo la linea laburista avrebbe potuto salvare le classi più disagiate. Theresa May, personalizzando il voto con un messaggio semplice «votate per me, perché il mio governo sia forte e stabile», non è riuscita a fare altrettanto.

Va però ricordato che questa è la prima elezione in cui Theresa May si presenta, poiché finora governava con i consensi raccolti da Cameron e dai conservatori del Remain. In mezzo c’è stato il più dirompente evento politico degli ultimi 20 anni, quindi stiamo attenti a fare raffronti con i numeri della scorsa tornata elettorale. Il partito che si è presentato a queste elezioni è molto diverso dal partito che aveva ottenuto la maggioranza alle passate. Dire che i Tories hanno subito una battuta d’arresto, quindi, è improprio. Diciamo piuttosto che i vecchi Tories del compromesso con l’UE e pro-Remain avevano la maggioranza, i nuovi Tories dell’hard Brexit non ce l’hanno, ma restano il primo partito. Inoltre, alla conta dei voti la May «hard brexiter» ha preso il 5,5% in più del Cameron «remainer» (dal 36.8% al 42.4%), un guadagno sostanzioso, anche in valore assoluto.

Nei «nuovi Tories» dell’hard Brexit saranno di certo finiti molti voti dell’UKIP, partito che dopo aver raggiunto il proprio obiettivo al referendum di un anno fa, ha sostanzialmente messo in liquidazione l’attività (è passato dal 12,6% di voti all’1,8%, perdendo l’unico seggio che aveva ottenuto in Parlamento e pagando una forte dispersione del voto sul territorio). Ma se guardiamo bene, la vittoria dell’UKIP è ormai un evento successo, perché la loro linea ora è portata avanti dal primo partito del paese.

Per altro verso, Corbyn non ha mai messo in discussione la Brexit, anzi ha votato favorevolmente all’hard Brexit proposta da Theresa May. Il risultato vero è che oggi oltre l’80% degli elettori britannici sono favorevoli alla Brexit, o comunque la danno come un dato di fatto irreversibile, per cui non vale più la pena di lottare. L’unico partito che ha messo in discussione la Brexit, proponendo un referendum sugli esiti del negoziato, sono i LibDem, che hanno perso qualche voto e guadagnato qualche seggio rispetto alle scorse elezioni, ma che resteranno del tutto ininfluenti con i loro 12 seggi.

La prima conseguenza che dobbiamo tratte è quindi che non esiste in Regno Unito una massa critica che vorrebbe tornare indietro sul divorzio dall’UE. Anzi, molte persone inizialmente in disaccordo hanno accettato la cosa e non credono sia possibile o desiderabile rimetterla in discussione.

Il secondo effetto da notare è che il voto ha indebolito fortemente il governo, che sembra raggiungerà la maggioranza solo grazie ai voti degli unionisti irlandesi. Una situazione delicata, se pensiamo che la May arriva ai negoziati su Brexit più debole di prima, e ci arriva così per una sua scelta.

La May in questo caso ha fatto una scommessa rischiosa, cercando di capitalizzare un consenso che non era certa di avere: in altre parole, un’operazione allo scoperto, un Big Short. Nello scombussolamento della Brexit, ha guadagnato voti ma perso seggi.

Come per Cameron, questo è il secondo suicidio politico di premier UK nel giro di un anno; un trend preoccupante, una Blue Whale (questa volta però vera) che colpisce i premier britannici senza sosta.

L’esito delle elezioni approfondisce quindi il solco tra il Regno Unito e l’UE, ma contemporaneamente indebolisce il governo che dovrà negoziare il divorzio. Il nuovo crollo verticale della sterlina (il terzo dal giorno del referendum) è verosimilmente collegato alla sfiducia dei mercati in un buon accordo per il Regno Unito con l’Europa.

I risultati di oggi non sono una buona notizia per chi vuole l’hard Brexit, ma neppure per l’Unione, che avrà di fronte una controparte soggetta a ricatti, con uno scarso supporto interno e quindi poco affidabile. Sono una pessima notizia per i remainer britannici, completamente abbandonati dai laburisti, per gli indipendentisti scozzesi (che perdono voti e un terzo dei propri seggi), e per i Tories, che lasciano una maggioranza certa in cambio di una che reggerà solo con appoggi esterni. Non sono una buona notizia neanche per i laburisti, che pur guadagnando molti voti (+10%) e qualche seggio, rischiano di restare esclusi dal governo del paese per altri cinque anni.

Esistono giochi a somma zero e giochi a somma positiva. Nel Regno Unito si sta inscenando un pericoloso gioco in cui tutti perdono, e in cui i suicidi politici iniziano a diventare un po’ troppo di moda.

Fonte immagine Vimeo

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