Un’analisi della transizione dell’Unione europea verso il de-risking, soprattutto nei confronti della Cina. Una sfida complessa, rallentata dalle frizioni politiche interne tra i 27 Stati membri e dai pesanti costi di transizione nel breve periodo, il cui obiettivo finale non è l’autarchia, ma la sicurezza economica dell’Europa in un mondo inevitabilmente caratterizzato da interdipendenza.

Il cambio di paradigma a Bruxelles

Per oltre due decenni, le relazioni economiche tra l’Unione Europea e la Repubblica Popolare Cinese sono state guidate dal dogma dell’interdipendenza e dell’integrazione dei mercati. Tuttavia, la successione di shock globali – dalle vulnerabilità delle catene di approvvigionamento emerse durante la pandemia, fino all’uso politico delle forniture energetiche da parte della Russia – ha imposto a Bruxelles una profonda revisione strategica. Oggi la politica estera ed economica dell’UE si muove attorno a due concetti cardine: l’autonomia strategica aperta e il de-risking (riduzione del rischio). Questa dottrina, inaugurata dalla Commissione Europea, punta a un obiettivo preciso: proteggere la sicurezza economica dell’Unione senza arrivare al decoupling (il disaccoppiamento totale), impraticabile per un’economia aperta come quella europea.

L’anatomia della vulnerabilità europea

La necessità di un’autonomia strategica nasce da squilibri strutturali difficilmente sostenibili nel medio periodo. Il deficit commerciale bilaterale tra UE e Cina ha raggiunto livelli record, evidenziando una asimmetria non più considerata una distorsione temporanea, ma un fattore di vulnerabilità geopolitica. Il rischio maggiore non risiede nel commercio di beni di consumo generici, bensì nei monopoli di fatto che Pechino esercita su segmenti critici della transizione ecologica e digitale:

  • Terre rare e minerali critici. L’UE importa dalla Cina circa il 97% del magnesio (fondamentale per le leghe aerospaziali) e il 100% delle terre rare pesanti necessarie per i magneti permanenti e la fibra ottica.
  • Tecnologie pulite. Dalla filiera del fotovoltaico alle batterie per veicoli elettrici, la capacità manifatturiera cinese e le sovvenzioni statali creano una pressione competitiva che rischia di desertificare l’industria verde europea appena nascente.

Si può istituire un parallelismo storico: l’errore strategico commesso in passato con il gas russo funge da monito costante per i decisori europei. Dipendere da un unico fornitore sistemico per asset strategici è un rischio di sicurezza nazionale, non solo una variabile di mercato.

Strumenti di difesa commerciale

Su un secondo binario si muove la postura decisamente più assertiva che Bruxelles ha deciso di adottare, abbandonando quel vecchio approccio puramente tecnocratico e ingenuamente fiducioso nei mercati globali che l’ha caratterizzata per anni. L’Unione europea ha compreso di dover attivamente proteggere il proprio mercato interno dalle distorsioni competitive globali, e ne sono un esempio lampante le recenti indagini anti-sovvenzioni avviate sui veicoli elettrici e sul biodiesel di provenienza cinese. Queste inchieste, culminate poi nell’introduzione di dazi compensativi mirati, non nascono da un impulso protezionista, bensì dalla necessità impellente di contrastare il fenomeno dell’overcapacity. La sovraccapacità produttiva strutturale cinese, ampiamente stimolata e drogata dai massicci sussidi statali di Pechino, rischia infatti di inondare i mercati occidentali con prodotti a prezzi artificialmente stracciati, asfissiando sul nascere l’industria verde e manifatturiera europea e creando una nuova, pericolosa, dipendenza monopolistica.

Controllo degli investimenti e trasferimento tecnologico

Per tradurre la retorica del de-risking in politiche concrete, l’Unione europea ha progressivamente edificato una vera e propria «architettura di sicurezza economica». Questa cassetta degli attrezzi si articola su tre direttrici principali, partendo da provvedimenti normativi cruciali come il Critical Raw Materials Act e il Net-Zero Industry Act. Con questi testi, l’UE si è posta l’obiettivo di diversificare le fonti di approvvigionamento, stringendo nuove partnership commerciali strategiche con mercati emergenti in America Latina e Africa, riducendo così la dipendenza monopolistica da Pechino. Al contempo, Bruxelles sta incentivando l’estrazione, la raffinazione e il riciclo di materiali critici direttamente sul suolo europeo, nel tentativo di stimolare una filiera industriale interna che sia finalmente autonoma, resiliente e competitiva nel lungo periodo.

In quest’ottica, il rafforzamento del meccanismo europeo di screening degli investimenti diretti esteri (IDE) punta con decisione a proteggere le infrastrutture critiche, come i porti e le reti digitali, e a prevenire il trasferimento non desiderato di tecnologie dual-use, ossia a doppio uso civile e militare. Si tratta di una schermatura indispensabile, specialmente in segmenti di frontiera caldissimi come l’intelligenza artificiale, le biotecnologie e i semiconduttori, dove la perdita del vantaggio tecnologico comprometterebbe la sicurezza stessa del continente.

Le crepe interne e i dilemmi della deterrenza

Tuttavia, se la diagnosi geopolitica sui rischi della dipendenza da Pechino trova ormai un consenso quasi unanime tra i 27 Stati membri, la terapia concreta da applicare sul piano economico rimane oggetto di profonde divisioni interne. La transizione verso una reale e condivisa autonomia strategica deve infatti fare i conti con due grandi ostacoli strutturali che minano la coesione di Bruxelles e frenano l’adozione di una linea comune: le divisioni politiche e la frammentazione economica. Paesi fortemente orientati all’esportazione verso il mercato cinese, come la Germania, temono le ritorsioni commerciali di Pechino e l’impatto sui propri colossi automobilistici e manifatturieri. Al contrario, Paesi come la Francia spingono per una maggiore assertività e per la difesa della base industriale europea. Questo scarto crea quello che molti analisti definiscono un «effetto raggelante»: il timore delle contromisure cinesi rischia di rallentare o diluire l’efficacia delle misure approvate a Bruxelles.

Il fattore tempo e i costi di transizione

Accanto alle frizioni politiche, emerge la spietata variabile economica legata al fattore tempo e ai costi reali della transizione. La diversificazione delle catene del valore, infatti, non è un interruttore che si spegne e si accende a piacimento, né tanto meno un processo immediato. Ricostruire da zero intere filiere industriali ad alta tecnologia, o inaugurare nuovi siti estrattivi e di raffinazione sul suolo europeo per i minerali rari, richiede anni di massicci investimenti infrastrutturali e comporta un inevitabile, pesante aumento dei costi di produzione nel breve e medio periodo. Le imprese europee, abituate per decenni a fare affidamento sulla spesa competitiva della manifattura asiatica, si trovano oggi a dover assorbire questi rincari strutturali in una fase di forte pressione inflazionistica. Di conseguenza, l’Europa intera siede davanti a un bivio strategico e identitario cruciale: accettare un costo economico e sociale immediato per mettere in sicurezza la propria indipendenza futura, oppure rimandare le decisioni strutturali per calcoli di convenienza elettorale o di bilancio, finendo però per esporsi ad una vulnerabilità geopolitiche ancora più profonde e potenzialmente irreversibili.

Conclusioni: verso un’interdipendenza controllata

L’autonomia strategica non deve essere intesa come autarchia. In un mondo interconnesso, la Cina rimarrà un partner commerciale imprescindibile e un attore fondamentale per sfide globali come il cambiamento climatico. Il successo del de-risking europeo non si misurerà dal grado di isolamento da Pechino, ma dalla capacità dell’Unione di costruire una «deterrenza economica». Sfruttando il fatto che anche la Cina dipende dall’Europa come mercato di sbocco vitale e come fonte di know-how in settori chiave (come l’aeronautica), l’UE può negoziare da una posizione di relativa forza. L’autonomia strategica si realizza nel momento in cui l’Unione europea smette di subire passivamente le dinamiche globali e diventa in grado di governare le proprie interdipendenze, proteggendo la propria sicurezza senza rinunciare alla propria identità di economia aperta.