Fra il 24 e il 25 novembre 2025 si è tenuto il Vertice Unione Europea-Unione Africana a Luanda, in Angola, un momento per discutere circa il futuro dei due continenti e per rafforzare la loro cooperazione. Secondo Eurostat, nel solo 2024, il commercio fra i due ha superato i €350 miliardi, in aumento del 27% negli ultimi dieci anni. Tutto questo, unito alle dimensioni geografiche e demografiche, rende il Continente Africano sempre più importante nelle logiche mondiali, una sfida che l’UE non può permettersi perdere soprattutto alla luce delle sue croniche necessità energetiche [1].

L’Unione europea, riconoscendo le opportunità che un tale mercato rappresenta, ha lanciato nel 2021 il Global Gateway, un ambizioso piano attraverso il quale gli Stati Membri hanno mobilitato 150 miliardi di euro nel periodo 2021-2027 per la sola Africa attraverso crediti, sovvenzioni e investimenti [2]. Gli obiettivi sono molteplici, ma il fine ultimo è il medesimo: perseguire l’indipendenza dalle altre potenze globali attraverso lo sviluppo comune. Principalmente, l’Unione europea punta alla costruzione e protezione di infrastrutture in Africa, sia per proporsi come alternativa alla Cina che per garantire standard di sicurezza più alti. Ne è un esempio il caso dei cavi sottomarini, dai quali dipende gran parte delle comunicazioni mondiali e di cui il Mediterraneo è fitto. Un altro pilastro sul quale si concentra la strategia europea è certamente il tema dell’energia: in media, i Paesi dell’eurozona, dipendono per almeno il 60% da importazioni straniere; risulta quindi doveroso trovare forniture sostenibili e sicure, che non vadano a discapito della popolazione locale e che possano rimanere stabili per non aggravare la costante crisi energetica [3]. A questo si aggiungono investimenti sulla transizione energetica e a supporto della creazione di poli di produzione di medicinali, di modo da rendere l’Africa più indipendente in caso di crisi globali (vedasi il caso della pandemia da Covid-19) [4].

Per quanto riguarda il quadro normativo, l’Unione europea ha siglato con 47 Paesi africani il cosiddetto Accordo di Samoa, nel quale vengono disciplinate materie che spaziano dai diritti umani al cambiamento climatico, passando dalla crescita economica alla sicurezza. La volontà è quella di stimolare il commercio aprendo i due mercati l’uno all’altro, mantenendo allo stesso tempo solidi quei valori per i quali l‘UE si contraddistingue: l’obiettivo è garantire uno sviluppo che sia sostenibile e controllato attraverso partnership paritarie che tutelino gli interessi reciproci. Attraverso questo accordo, l’Unione europea mira a creare posti di lavoro e a combattere fenomeni come la pirateria e l’immigrazione illegale, diventando un vero e proprio investitore istituzionale [5].

Per raggiungere questo obiettivo è stato stipulato un accordo denominato Everything But Arms (EBA), che permette ai Paesi classificati dall’ONU come less developed countries” di accedere al mercato europeo ed esportare prodotti senza alcun tipo di dazio; l’unica eccezione viene fatta per tutto il materiale di tipo bellico, dalle armi alle munizioni [6]. Questo è un atto unilaterale dell’Unione Europea, che non chiede infatti l’azzeramento di alcun tipo di dazio sulle sue merci da lei vendute, ma si rende disponibile ad eliminarli su quelle che importa. Attraverso questa politica si favorisce il commercio di prodotti lavorati, incentivando lo sviluppo di questi Paesi che sarebbero altrimenti relegati a rimanere economie basate sulla sola estrazione ed esportazione di materie prime. Ciò nonostante, l’Unione Europea si riserva il diritto di revocare l’EBA nel momento in cui si riscontrassero gravi violazioni di diritti umani, com’è già successo in passato in Cambogia [7].

L’Unione europea ha inoltre siglato con molti Paesi africani i cosiddetti Accordi di Partenariato Economico (EPA), ovvero trattati attraverso i quali ottenere una maggiore apertura dei mercati più sviluppati, come nei casi di Kenya e Sudafrica, conformemente alle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio [8]. Differentemente dall’EBA, questi accordi sono più specifici per i singoli Paesi che li siglano: questi si impegnano ad aprire i loro mercati alle aziende europee, che possono quindi investire e commerciare incentivando l’avanzamento dell’industria locale. Anche in questo caso però il rapporto non è simmetrico, in quanto i Paesi africani hanno a disposizione molti anni per completare la loro apertura, in rispetto delle necessità date dalla protezione delle fragili realtà locali. Accordi come questo saranno il futuro per l’Unione Europea, anche alla luce delle prospettive di crescita economica e demografica del continente africano. Queste economie in via di sviluppo, infatti, possono trasformarsi dall’essere recipienti di aiuti all’essere potenziali acquirenti della tecnologia europea, fondamentale per tutti i processi di automazione che decretano il passaggio ad un’economia sviluppata. Si tratta quindi di gettare le basi per un mercato che nel 2050 dovrebbe rappresentare circa il 25% della popolazione mondiale, un potenziale immenso che, se colto per tempo, darebbe all’Unione europea la possibilità di tornare competitiva in virtù anche della vicinanza geografica, aumentando ancora di più l’importanza delle infrastrutture mediterranee [9].

In conclusione, il rapporto fra Europa e Africa sta velocemente cambiando, diventando sempre più interdipendente. L’Unione ha introdotto una struttura di accordi e investimenti imponente, eppure la domanda resta: riuscirà l’UE a creare nuove reali opportunità economiche, che siano competitive rispetto alle alternative cinesi o russe? Guardando ad est, infatti, Paesi come Russia o Cina offrono assistenza militare o economica tipiche di Stati non democratici, che possono quindi agire nell’immediato e senza lungaggini burocratiche. Bruxelles dovrà quindi bilanciare il rispetto dei diritti umani e della democrazia con il pragmatismo necessario per continuare a contare sullo scenario internazionale, trasformando gli accordi già in essere in realtà sempre più solide, che possano creare posti di lavoro e infrastrutture di modo da aumentare la credibilità e la portata del progetto europeo.