Il mio precedente contributo si è focalizzato soprattutto su quello che potremmo chiamare il lato normativo della teoria federalista, il suo dover essere, ossia gli obiettivi che come federalisti perseguiamo a più livelli, su più piani: la pace e l’emancipazione umana sul piano valoriale, le istituzioni federali sul piano istituzionale, la società federale sul piano sociale. La tradizione di pensiero federalista, però, presenta anche un ricco lato analitico su cui si concentrerà questo secondo articolo.

1. Uno sguardo integrato

Il federalismo, come ogni pensiero politico che si rispetti ha elaborato, a volte rielaborato, categorie di analisi tramite cui comprendere la realtà esistente e le possibilità di trasformazione di essa. L’essere umano in fondo è immerso all’interno di processi storici e strutture e se vuole indirizzare la storia nella direzione desiderata, deve dotarsi di strumenti che gli mostrino le sue possibilità d’azione: la teoria federalista per poter raggiungere i suoi obiettivi non può non fornire un’interpretazione del processo storico in cui si è inseriti che le permetta di capire a che punto del processo siamo, qual è la distanza che esiste tra il punto a cui è arrivato il processo e gli obiettivi federalisti, quali sono le possibilità presenti e future per ridurre questa distanza.

Per dare consistenza a questo approccio dinamico, che guarda appunto ai processi e alle trasformazioni, la teoria federalista si è spesso servita di strumenti analitici che ha attinto da altre tradizioni di pensiero, cercando però di adottare una prospettiva nei confronti della realtà che non sia unilaterale come le tradizioni da cui ha attinto. Le categorie interpretative a cui sto pensando sono quelle di “ragion di Stato”, “modo di produzione” e “ideologia”, che provengono da tre diverse tradizioni di pensiero: potremmo chiamarle, rispettivamente, il realismo politico, il marxismo/materialismo storico e il costruttivismo sociale.

Ciascuna di queste tre teorie identifica un fattore determinante del processo storico: il realismo politico la ragion di Stato, cioè un fattore essenzialmente politico; il materialismo storico il modo di produzione, cioè un fattore essenzialmente economico; il costruttivismo sociale l’ideologia, cioè un fattore essenzialmente culturale. Il federalismo, dal canto suo, ritiene che questi tre approcci alla realtà, presi singolarmente, siano unilaterali, parziali, e che quindi debbano essere integrati, debbano essere considerati come punti di vista complementari più che alternativi. La politica, l’economia e la cultura sono tutti e tre aspetti costitutivi della realtà e nessuno di questi aspetti è da solo il motore della storia in generale: ciascuno di essi può dare avvio ad un processo di trasformazione generale, ma perché tale trasformazione avvenga realmente vi deve essere una convergenza di tutti e tre gli aspetti (o in taluni casi di due di questi). Pertanto, quando si analizza il processo storico non bisogna mai perdere di vista né l’evoluzione del modo di produzione né gli equilibri di potere né gli sviluppi della cultura.

2. Tra realismo politico, materialismo storico e teoria dell’ideologia

A questo punto, prenderò brevemente in esame ciascuna di queste prospettive unilaterali, a partire dal materialismo storico e dal concetto di “modo di produzione”, osservando come il pensiero federalista le rielabori in una prospettiva più ampia.

2.1 Il modo di produzione

Per i federalisti il “modo di produzione” non è un concetto meramente economico. Montani, ad esempio, propone una definizione che include nel modo di produzione tutti “i comportamenti e le attività che gli individui devono necessariamente compiere per assicurare la sopravvivenza del sistema produttivo, sociale e politico” [1]. Quindi viene ripresa dal marxismo l’idea che il modo di produzione, in quando modo attraverso il quale gli uomini producono i loro mezzi di sussistenza, sia un presupposto fondamentale della società e della storia umana. Allo stesso tempo, però, viene criticato il determinismo in cui spesso il materialismo storico è incorso: in un orizzonte federalista il materialismo storico è solo un canone di interpretazione storica, una lente che noi possiamo indossare, senza escludere l’influenza reciproca di più fattori.

Inoltre, il modo di produzione non deve essere inteso come un blocco monolitico perché al suo interno si deve distinguere le interazioni tra l’uomo e la natura e le interazioni tra uomo e uomo: le prime dipendono essenzialmente dalle conoscenze e dagli strumenti tecnologici a disposizione; le seconde sono più legate all’organizzazione sociale. Non è necessario che a conoscenze e sviluppi tecnologici identici corrisponda la medesima forma di organizzazione sociale: le stesse conoscenze e sviluppi tecnologici sono del tutto compatibili con forme di integrazione, di organizzazione sociale, differenti. Il capitalismo, il ruolo centrale dell’industria, può assumere forme differenti a seconda dei contesti, e lo stesso vale per il rapporto tra modo di produzione e struttura politica: uno stesso modo di produzione può essere del tutto compatibile con differenti strutture politiche (fermo restando che esiste uno spettro definito di possibilità). Bisogna riconoscere una significativa autonomia alle strutture del potere politico.

2.2 La ragion di Stato

L’adozione del concetto di ragion di Stato come categoria di analisi è proprio un riconoscimento del fatto che la struttura politica possiede una propria autonomia, che obbedisce a proprie leggi. Stando alla dottrina della ragion di Stato, come detto fiore all’occhiello del realismo politico, ogni Stato è mosso in primo luogo non dal modo di produzione, ma da un suo moto interno, dalla volontà di sopravvivere e siccome il potere è lo strumento necessario per la sopravvivenza, ogni Stato aspira ad accrescere il proprio potere. Esiste un nesso tra questa visione e il concetto di “anarchia internazionale”, con cui solitamente viene teorizzata una situazione di perenne guerra potenziale (quando non è già attuale): un sistema di Stati sovrani indipendenti, mossi da ragion di Stato, porta ad una situazione di anarchia internazionale, ma al contempo la situazione di anarchia internazionale influenza notevolmente la politica interna dei singoli Stati, sempre più orientata a garantire sicurezza.

Uno dei portati della teoria della ragion di Stato, per la quale vale la pena continuare a tenerla in considerazione, è proprio l’idea che la forma di uno Stato e la sua politica non sono un prodotto delle sole condizioni della politica interna, ma anche delle relazioni di quello Stato con gli altri Stati e che quindi dipende anche dalla politica internazionale. Ora, a questo proposito, è evidente che una democrazia più difficilmente avrà un atteggiamento aggressivo in politica estera, così come in politica interna, e più facilmente acconsentirà ad una cessione di sovranità a istituzioni comuni; però la ragion di Stato opera nei fatti anche nelle liberaldemocrazie e non smetterà di operare fino a quando l’organizzazione del genere umano continuerà ad essere essenzialmente un sistema di Stati sovrani: fintanto che esisterà una situazione di anarchia internazionale i principi universali rischieranno di essere sacrificati (o verranno effettivamente sacrificati) alle esigenze di sicurezza. Questo vale anche per le federazioni continentali o regionali. Per superare la ragion di Stato l’orizzonte di costruzione federale deve essere mondiale.

L’integrazione tra la teoria della ragion di Stato e il materialismo storico, rende possibile spiegare correlazioni che prendendo le due teorie singolarmente resterebbero non chiarite. Senza adottare una prospettiva materialistica, non si può comprendere la nascita dello Stato moderno, dal momento che è stato il processo di industrializzazione ad avere creato le condizioni favorevoli per il suo avvento. Questo, tuttavia, non significa che gli Stati siano un prodotto necessario dello sviluppo economico e sociale o addirittura, come ha sostenuto un certo marxismo, uno strumento della dominazione sociale data dai rapporti di produzione.

2.3 L’ideologia

Infine, tra i fattori fondamentali che concorrono alla definizione del processo storico, oltre alla politica e all’economia, vi sono anche le idee, le ideologie, la cultura, che hanno un impatto non indifferente sulla realtà sociale. In particolare, è chiaro alla tradizione federalista che l’ideologia gioca un ruolo fondamentale nel legittimare l’organizzazione del potere esistente, a tal punto che senza una ideologia, senza una cultura politica che svolga questa funzione, ogni ordine sarebbe instabile.

Il consenso di un regime non si costruisce soltanto tramite i risultati, ma anche sulla base di una ideologia e proprio per questo spesso non dipende nemmeno dai risultati: anche se un regime incorre in fallimenti, questi, in virtù della legittimazione ideologica che possiede, non vengono attribuiti ai regimi in sé, ma per esempio a coloro che si trovano a ricoprire posizioni di governo e quindi i regimi sopravvivono nonostante i fallimenti. Questo è esattamente il caso dello Stato nazionale che nonostante tutta la sua impotenza e inefficacia, su più fronti, sopravvive perché è radicata l’ideologia nazionale, ossia l’idea che gli Stati nazionali siano l’unità politica naturale e necessaria del genere umano.

L’ideologia quindi trattiene il cambiamento; ma può anche promuoverlo: chiaramente possono essere elaborate anche idee di ordini che non esistono, le quali sono indispensabili per costruire un consenso diffuso nei loro confronti e sono capaci di mobilitare le persone verso la loro costruzione. La nuova ideologia dovrebbe mettere in luce tutti i fatti da cui emerge il carattere mistificatorio dell’ideologia dominante e che spingono magari ad aderire al valore proprio di questa nuova ideologia. All’inizio il compito è di un’avanguardia, ma se il problema che questa nuova ideologia si propone di affrontare inizia ad essere sentito come il problema più importante, allora si pongono via via le condizioni ideali per una diffusione su più larga scala.

3. L’interpretazione del processo storico

Il federalismo ha sviluppato e deve continuare ad avere un approccio che guardi all’interazione dei tre aspetti costitutivi della realtà (potere, produzione, cultura) e esamini le molteplici manifestazioni di questa interazione. È vero che non c’è nessun determinismo; però si possono identificare delle concatenazioni ricorrenti, che aprono finestre di opportunità, le quali possono chiudersi con un nulla di fatto o con una profonda trasformazione. L’evoluzione di lungo periodo del modo di produzione, per esempio, può provocare alcuni problemi strutturali che mettono in crisi la situazione di potere: si crea una tensione tra l’evoluzione del modo di produzione e la situazione di potere, che si può risolvere in un senso o nell’altro; e nel prevalere dell’una o dell’altra gioca un ruolo fondamentale il terzo fattore, cioè l’ideologia.

Scendendo più nel dettaglio, nell’analisi federalista dell’evoluzione del modo di produzione ricopre un ruolo centrale il concetto di ‘interdipendenza’, all’interno della quale si distingue tra interdipendenza in profondità ed interdipendenza in estensione: la prima riguarda la natura del rapporto tra persone e quindi l’organizzazione interna delle unità politiche ed economiche, la seconda invece concerne il numero di persone che tocca e interagisce con la dimensione di tali unità politiche ed economiche. La rivoluzione industriale ha accresciuto la profondità, il sorgere di un mercato non più nazionale l’estensione (estende la profondità dell’interdipendenza al di fuori dei mercati nazionali); e quanto più cresce l’interdipendenza, tanto più il successo economico appare legato a strutture politiche di grandi dimensioni, continentali. Non certamente agli Stati nazionali, i quali però nell’Europa della prima metà del Novecento resistono tenacemente a queste tendenze, comportando tra l’altro un notevole rallentamento del ritmo di sviluppo dell’Europa rispetto ad altre realtà continentali che potevano contare su mercati più ampi.

Il fattore politico e ideologico in questo caso frena il fattore economico (e dimostra, se vogliamo, che una prospettiva esclusivamente materialistica non è sufficiente per comprendere il processo storico). Nel secondo dopoguerra, comunque, qualcosa cambia: l’interdipendenza delle relazioni umane (e quindi non più sul piano economico) porta ad avviare il processo di integrazione europea, con il quale sicuramente la situazione di potere tradizionale, sfociata nelle guerre mondiali, viene superata. Il superamento, però, è solamente parziale perché al termine della Seconda guerra mondiale nell’Europa distrutta in fondo vengono ricostruiti gli Stati nazionali: l’Europa non viene ricostruita su basi unitarie e federali, come auspicava il Manifesto di Ventotene. Ad incidere è stata quell’ideologia nazionale che al tempo era molto radicata, e che tutt’ora in realtà rimane una delle principali ragioni, se non la principale, per la quale non si assiste ad una cessione di sovranità da parte degli Stati membri all’Unione in settori in cui ce ne sarebbe tanto bisogno per la sopravvivenza dell’Europa.