Un voto importante per l’Europa e per l’Italia

, di Roberto Castaldi

Un voto importante per l'Europa e per l'Italia

Andare a votare alle elezioni europee è importante, per tante ragioni. Cerchiamo di analizzarle.

Spesso si pensa che il Parlamento europeo sia un’istituzione debole. Ma non è così. È la camera che rappresenta i cittadini europei nel legislativo europeo. L’altra è il Consiglio, dove siedono i ministri dei governi nazionali, che rappresentano appunto gli Stati membri. E ormai la maggior parte della legislazione è europea. E viene effettivamente decisa anche dal Parlamento, a differenza di quanto accade in Italia dove tutta la legislazione principale avviene mediante decreti, o maxi-emendamenti su cui il governo pone la fiducia, bloccando così le possibilità di intervento del Parlamento. A livello europeo il Parlamento può far cadere la Commissione con una mozione di censura, ma la Commissione non può mettere la fiducia su un singolo provvedimento legislativo. Il potere del Parlamento di incidere effettivamente sulla legislazione è quindi molto ampio ed effettivo.

La forza politica del Parlamento rispetto alle altre istituzioni dipende dal fatto che è l’unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini. E maggiore l’affluenza alle urne, maggiore la forza del Parlamento. Si tratta di un dato rilevante, visto che il primo scontro politico dopo le elezioni sarà tra il Parlamento e il Consiglio europeo – composto dai Capi di Stato e di governo nazionali – sulla nomina del Presidente della Commissione. Europea, che deve essere eletto a maggioranza assoluta dal Parlamento su proposta del Consiglio Europeo, tenuto conto dei risultati delle elezioni. I principali partiti europei hanno presentato alle elezioni i propri candidati alla Presidenza della Commissione, che si sono cimentati anche in alcuni dibattiti. Se almeno uno dei partiti maggiori terrà duro sul principio che il Presidente dovrà essere uno di loro, potrebbe essere impossibile raggiungere una maggioranza assoluta su un nome diverso. In ogni caso, per lo sviluppo della democrazia europea nella direzione di rendere la Commissione un vero governo federale di tipo parlamentare, è importante che la scelta sia fatta dai gruppi politici nel Parlamento europeo sulla base degli equilibri parlamentari risultanti dal voto dei cittadini.

Anche perché i fallimenti dell’Unione negli ultimi anni sono dovuti soprattutto all’incapacità dei governi nazionali di accordarsi sulle poche ma fondamentali materie – fisco, politica estera e di difesa, riforma dei trattati - in cui vige l’unanimità. È la prevalenza del metodo intergovernativo che blocca l’Unione. E su tanti dossier cruciali – dall’Europa sociale alle migrazioni – le posizioni di Commissione e Parlamento sono molto più avanzate e solidali di quelle dei governi nazionali.

Per l’Italia il Parlamento sarà probabilmente un luogo fondamentale in cui provare a far valere i propri interessi. Contrariamente alla narrazione dominante in Italia su un Paese poco presente e rilevante, nella scorsa legislatura l’Italia ha avuto un ruolo cruciale. Ha espresso il Presidente della BCE, Mario Draghi, del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza e Vice-Presidente della Commissione, Federica Mogherini. Nessun altro Paese aveva così tanti incarichi politici di vertice. È evidente che non potrà essere così anche nella prossima legislatura, dove al più avremo un Commissario. E il Parlamento sarà un luogo fondamentale, in cui le delegazioni italiane nei partiti europei potranno giocare un ruolo decisivo. Tranne quelli delle forze di governo, che fanno parte di gruppi estremisti, marginali ed emarginati con cui nessuno vuole collaborare e che non incidono minimamente sulle dinamiche politiche e le decisioni del Parlamento. D’altronde tra i parlamentari europei più influenti (cioè non i più bravi o cattivi, ma quelli che hanno avuto un maggiore impatto sulle decisioni del Parlamento) in questa legislatura troviamo ai primi posti due italiani, al primo posto c’è infatti il Presidente del Parlamento Antonio Tajani del Partito Popolare e al terzo Roberto Gualtieri, Presidente della commissione per gli Affari economici del Parlamento, dei Socialisti e Democratici, entrambi candidati nella circoscrizione centro. E anche sul fronte più specifico della battaglia europeista e federalista, troviamo nel Board del Gruppo Spinelli, che riunisce parlamentari europei, intellettuali ed esponenti della società civile, due euro-parlamentari italiani – Brando Benifei e Mercedes Bresso dei Socialisti e Democratici, candidati nel Nord-Ovest – oltre a Monica Frassoni, co-chair dei Verdi europei, e Paolo Vacca, segretario generale dell’Unione Europea dei Federalisti.

Queste elezioni europee sono anche le prime in cui c’è una questione europea al centro del dibattito. Sebbene in alcuni Paesi, come in Italia, sia stata messa in disparte almeno dai media e dai leader politici nazionali. È abbastanza curioso. Se guardiamo alle campagne elettorali dei singoli candidati, spesso parlano nelle loro iniziative della loro idea di Europa. Ma i media vanno dietro ai leader di partito nazionali, che rimangono dentro il quadro nazionale. Ma il numero di eurodeputati di Lega o PD non cambierà i rapporti di forza nel Parlamento italiano, bensì gli equilibri nel Parlamento europeo. E dato che i gruppi che probabilmente daranno vita a una maggioranza europeista nel Parlamento saranno Popolari, Socialisti, Liberal-democratici e Verdi, sarà interessante capire se ci saranno e quanto saranno rilevanti le delegazioni italiane – principalmente Forza Italia, PD, Più Europa e Europa Verde - in quei gruppi.

I risultati delle europee determineranno la possibilità di avere un Parlamento ed una Commissione più coraggiosi e capaci di proporre un progetto complessivo di riforma dell’Unione, a partire da un accordo su una serie di misure volte a trasformare le politiche europee. Perché è chiaro che bisognerà passare al voto a maggioranza qualificata sulla fiscalità per riuscire a far passare la tassa sulle transazioni finanziarie speculative, sulle emissioni inquinanti, sulle multinazionali dell’economia digitale, o un livello di armonizzazione fiscale della tassazione sugli utili d’impresa che impedisca il dumping fiscale e faccia piazza pulita dei paradisi fiscali. E lo stesso vale per la politica estera, di sicurezza e di difesa, se vorremo davvero far sì che l’UE parli con una sola voce nel mondo, e lanci un grande piano di stabilizzazione per l’Africa e il Medio Oriente.

Chi guarda alle elezioni europee come a un test rispetto ai rapporti di forza nazionali sottovaluta la posta in gioco europea. E ne sopravvaluta l’impatto nazionale. Il giorno dopo le europee il numero di parlamentari nazionali di governo e opposizione e delle varie forze politiche rimarrà lo stesso. E sono quei numeri che contano rispetto alla tenuta o alla caduta del governo. Se anche la Lega sfondasse il M5S crollasse, nelle aule parlamentari italiane i rapporti di forza rimarranno a favore del M5S, e per cambiarli servirebbero nuove elezioni. Le europee potranno spingere i partiti italiani a cambiare atteggiamento rispetto al governo, nella speranza di trarne vantaggio. Ma la vera posta in gioco è quella europea.

Articolo pubblicato sul blog L’Espresso «Noi, europei» curato dall’autore.

Fonte immagine: Flickr.

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