Uno snodo vitale: perché le difficoltà nello Stretto di Hormuz colpiscono soprattutto l’Europa

, di Camilla Scaglione

Uno snodo vitale: perché le difficoltà nello Stretto di Hormuz colpiscono soprattutto l'Europa
Foto di Just-a-blonde da Pixabay

Lo Stretto di Hormuz, snodo vitale per il commercio petrolifero, è uno dei principali punti di attenzione nelle ultime settimane. Ecco perché è fondamentale nel conflitto iraniano

Davanti al conflitto iraniano-statunitense, che si è già dimostrato essere disastroso a livello globale, un punto fondamentale, che potrebbe e di fatto sta trascinando il mondo e soprattutto l’Europa in una crisi economica e energetica mai vista, è lo Stretto di Hormuz. Collo di bottiglia del flusso di petrolio mondiale, lo stretto, da cui passa circa il 20% del greggio e un quinto del gas naturale liquefatto a livello globale, era stato in prima battuta chiuso da Teheran, con lo scopo di generare caos e inflazione nei Paesi che stavano attaccando la Repubblica islamica direttamente, come USA e Israele, o quelli che non hanno condannato gli attacchi né tentato di arrestarli, di fatto assecondandoli.I Pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, a inizio conflitto, addirittura hanno minacciato in modo molto diretto l’Europa, promettendo una vendetta, davanti alla mancata critica dell’infrazione della carta dei diritti internazionali da parte dei suoi aggressori.

Ad ogni modo l’8 marzo è stata annunciata la riapertura del choke-point di Hormuz dal regime di Teheran. Tuttavia questo non rappresenta un passo verso la pace, ma è soltanto un’apertura formale caratterizzata da una forte deterrenza militare. Infatti gli iraniani hanno già comunicato che sarà vietato, conseguenza l’attacco dei convogli, l’ingresso nello stretto a USA e Israele. In realtà, bisogna sottolineare come il regime non offra alcuna garanzia al passaggio sicuro di imbarcazioni battenti altre bandiere: è stato da subito comunicato dal portavoce delle forze armate Abolfazl Shekarchi che eventuali incidenti non saranno colpe che i Pasdaran si assumeranno, essendo in vigore uno stato di guerra. Di fatto, lo Stretto è diventato uno snodo fondamentale nel conflitto: si teme che gli iraniani abbiano piazzato droni e altri mezzi per rendere difficile il traffico marittimo; di conseguenza le petroliere internazionali, non solo americane e israeliane, cercano di evitare il più possibile lo Stretto. Gli USA stanno cercando di reagire a queste minacce, tramite l’organizzazione di una coalizione navale internazionale, con la partecipazione di UK, Corea del Sud e altri Stati, che inviino navi militare a protezione dei convogli

Il principale problema causato da questo blocco dello stretto è lo shock energetico, che già sta provocando danni soprattutto nell’Eurozona. Questo perché l’Europa, a seguito del conflitto tra Russia e Ucraina, apertosi nel 2022, con la cessazione dei rapporti commerciali a livello petrolifero e gasogeno con la prima, ha costruito una rete di scambi energetici con il Medioriente. L’Europa rischia così di essere molteplicemente danneggiata: in parte perché con le decisioni prese riguardo allo stretto, i prezzi del petrolio e del gas sono aumentati in modo vertiginoso, superando i 100$ per unità e creando quindi un’inflazione nel settore energetico mai vista finora; in secondo luogo perché gli effetti della crisi energetica si estenderanno con molta rapidità al settore economico, riducendone la crescita e aumentando il costo della vita e i prezzi di industria e trasporti, con il rischio di una staglafazione, ossia una stagnazione economica, quindi di mancata crescita, a fronte, appunto, di una dura inflazione.

Ulteriore scacco all’Europa sarebbe e sarà il danno e deterioramento delle rotte commerciali aeree e marittime che trasportano beni tra il vecchio continente e l’Asia. Questo accadrà in quanto molte petroliere e affini, ma anche aerei cargo, dall’apertura del conflitto, stanno cercando di evitare il tragitto per o sul Golfo Persico e tra essi alcuni si trovano costretti a circumnavigare il continente africano, con un annesso innalzamento dei prezzi di trasporto. Inoltre molti tra gli aeroporti principali, ad esempio quello di Dubai, negli Emirati Arabi, ma non solo, sono stati chiusi a causa della guerra. Il tutto comporta il possibile mancato arrivo di beni, anche di prima necessità, in Europa, come prodotti farmaceutici, componenti elettronici o industriali e metalli preziosi. Inoltre il conflitto, già a partire dai suoi primi giorni, ha causato una svalutazione dell’euro, molto più marcata rispetto a quella subita dal dollaro statunitense. Il che sta portando gli USA trumpiani a inasprire gli attacchi diretti all’Iran, in quanto, rispetto agli Stati europei, anche grazie alla politica di dazi sulle merci estere, sta soffrendo molto meno a livello economico.

Si potrebbe essere portati a comparare, come sopra già menzionato, proprio per via dell’impatto sull’energia mondiale, ma soprattutto europea, il conflitto mediorientale con quello russo-ucraino. Tuttavia se nel secondo caso, il gas proveniente dai gasdotti russi era sostituibile nel medio periodo, proprio a causa della costruzione di rapporti con Paesi come l’Arabia Saudita, il Kuwait e il Qatar, in questo caso lo shock energetico subito dal continente europeo è stato istantaneo. Questo perché, come detto sopra, le nuove relazioni energetiche con il Medioriente dipendono dallo Stretto di Hormuz. Con il controllo e l’insicurezza che i Pasdaran iraniani hanno imposto sullo snodo commerciale, in particolare energetico, queste rotte stanno andando verso una dissoluzione. Di conseguenza molte delle economie importatrici di petrolio e gas naturale, come per l’appunto l’Europa, sono messe in grave difficoltà sia per via della scarsità di prodotto, dovuto alla difficile esportazione che fatica a passare dallo Stretto di Hormuz, sia per via dell’impennata che subiranno i costi di questo prodotto.

Pertanto, diversi Stati europei, tra cui in primis l’Italia, sostano sul ciglio di una crisi energetico-economica mai vista prima d’ora e si trovano ad essere colpite e danneggiate nel profondo da una guerra di cui di fatto non fanno attivamente parte. L’Europa potrebbe però tentare di ridurre il rischio creato dal conflitto, anche se difficilmente potrà eliminarlo del tutto, facendo forza su tre leve principali. La prima è ridurre la propria dipendenza energetica dal Golfo Persico, diversificando le importazioni, ad esempio dalla Norvegia, e diventando più autonoma. In secondo luogo è necessaria una sua più profonda attivazione nel contesto della sicurezza navale, contribuendo con l’apparato militare alla navigazione nel Golfo: esistono già organizzazioni mirate a questo obiettivo, la più nota è la EMASoH, o European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz, creata già nel 2020. In ultimo, l’Europa dovrebbe ricorrere alla diplomazia per contribuire a una de-escalation della guerra, almeno a carico proprio, tramite la stipulazione o la ripresa di accordi. Storicamente gli Stati europei hanno cercato di mantenere aperto un canale diplomatico con Teheran: concentrarsi su questo punto potrebbe essere un appiglio per il contenimento dei danni che il conflitto iraniano-statunitense/israeliano sta comportando nell’eurozona.

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