Verso una diversificazione energetica europea: l’opzione del Mediterraneo Orientale

, di Silvia Ciaboco

Verso una diversificazione energetica europea: l'opzione del Mediterraneo Orientale

L’annosa questione circa le fondamentali dinamiche che caratterizzano il settore energetico del gas naturale all’interno del continente europeo sono già state in parte analizzate da Eurobull: in particolare, l’analisi era stata volta all’identificazione di quelle che ad oggi sono considerabili quali le principali rotte per l’approvvigionamento energetico dell’UE, la quale, si è detto, essere significativamente dipendente dal gas russo. Con un Energy dependency rate pari al 58% nel 2018, Bruxelles si ritrova intrappolata all’interno di un duopolio, nel quale la Russia, per tramite di Gazprom, gioca un ruolo di prim’ordine. Alla luce della forte escalation della tensione diplomatica seguita all’annessione unilaterale russa della Crimea nel 2014, la Commissione europea ha più volte sottolineato la necessità di procedere verso una diversificazione del proprio approvvigionamento energetico, tale da garantire nuove e alternative rotte per l’importazione del gas naturale destinato al fabbisogno del mercato interno. La ratio, pertanto, è quella di ridurre la dipendenza dei Paesi membri dell’UE da un unico fornitore di gas, rafforzando così il posizionamento europeo a livello regionale, laddove una modifica del vincolo energetico con il Cremlino determinerebbe il venire meno del suo potenziale politico, in termini di interferenza, insito nelle tubature stesse.

Procedendo secondo questa logica politica, la creazione di un hub del gas nella regione del Mediterraneo, e dunque a sud del continente europeo, sembra essere uno dei principali obiettivi perseguiti all’interno della più ampia politica di diversificazione energetica. In particolare, una serie di scoperte ha messo in luce, a partire dai primi anni 2000, l’elevata potenzialità del Mediterraneo orientale per quanto concerne l’estrazione di gas. Nello specifico, il bacino del Levantino, il quale si estende per un’area di circa 80.000 km quadrati e copre le acque territoriali di diversi Stati, è recentemente diventato il centro di consistenti esplorazioni energetiche, i cui esiti positivi hanno confermato l’opportunità unica offerta da questa nuova area estrattiva. In effetti, tenuto conto del collocamento geografico del bacino del Levantino, nonché degli Stati coinvolti, il consolidamento di nuove dinamiche commerciali potrebbe potenzialmente soddisfare molteplici obiettivi. Mentre ai Paesi europei verrebbero offerte alternative rilevanti per la diversificazione delle rotte, è bene evidenziare anche i vantaggi derivanti dalla promozione di una cooperazione regionale in materia di energia: difatti, un approccio intergovernativo alle esportazioni potrebbe offrire agli Stati della regione del Mediterraneo orientale un importante e non trascurabile supporto nella gestione di tensioni e conflitti, contribuendo in tal modo allo sviluppo di dinamiche cooperative e di mutuo interesse tra le parti, suscettibili dunque di influenzare gli equilibri geopolitici ed economici attualmente in atto. [1] L’esplorazione delle riserve di gas nel bacino del Levantino è tutt’ora in corso, registrando anche un significativo impegno diretto da parte di Eni, tuttavia, l’attenzione verso l’area è alta già da alcuni anni, in particolar modo in seguito alle scoperte avvenute nelle acque territoriali di Israele, Cipro ed Egitto. Questi ultimi, infatti, si confermano come i principali attori di questa nuova partita energetica mediterranea, tenuto conto delle dimensioni delle loro riserve e delle loro infrastrutture. La prima scoperta più significativa risale al gennaio del 2009, quando la società texana Noble Energy ha individuato il giacimento di gas naturale Tamar che, rientrando nella Zona Economica Esclusiva (ZEE) di Israele, ha permesso a quest’ultimo, congiuntamente al più esteso giacimento Leviathan, di mutare sensibilmente il proprio ruolo in ambito energetico, ricollocandosi infatti come esportatore di gas naturale dopo essere stato un importatore netto di lungo corso. A circa 30 km a nord – ovest, un’altra significativa scoperta è stata fatta nel 2011 sempre da Noble Energy, questa volta all’interno del blocco 12 della ZEE cipriota. In realtà, il giacimento Aphrodite si trova lungo il confine tra le ZEE di Cipro ed Israele, pur estendendosi per la maggior parte sul lato cipriota. Alla luce di ciò, non dovrebbe sorprendere la disputa sorta tra le parti circa lo sfruttamento degli idrocarburi presenti nel giacimento, sebbene le stesse avessero firmato nel 2010 un accordo per la demarcazione delle proprie ZEE. Similmente a Tel Aviv, Nicosia sta assistendo ad un drastico cambiamento della propria visione nel e del settore energetico tenuto conto non solo della scoperta combinata dei giacimenti Aphrodite e Calypso, ma anche della crescente influenza che guadagnerà man mano che si continuerà ad esplorare blocchi. Detto ciò, è da sottolineare che tuttavia la scoperta più significativa è stata senza dubbio il giacimento di gas Zohr, nella ZEE egiziana, avvenuto nel 2015 ed operato da parte di un consorzio guidato da Eni. La potenzialità di Zohr è tale da aver superato anche il Leviathan e, pertanto, lo sviluppo dello stesso consentirà all’Egitto di raggiungere l’autosufficienza per il proprio mercato interno, così come di elaborare nuove politiche di esportazione.

Fonte: The Economist

Alla luce della breve ricostruzione condotta, è evidente che il Mediterraneo orientale e, nello specifico, il bacino del Levantino siano zone destinate a influire sugli equilibri energetici e, dunque, geopolitici della regione. In particolare, così come affermato dalla stessa Eni, il giacimento Zohr, congiuntamente a Tamar, Leviathan ed altri ancora sottoposti alla fase di ricerca, sta trasformando l’equilibrio energetico tra due continenti. Israele, Cipro ed Egitto stanno infatti sfidando, tramite le proprie riserve di gas naturale, l’attuale status quo conducendo progressivamente allo sviluppo di un hub regionale per la produzione e l’esportazione dell’idrocarburo verso l’Europa. Un metodo vincente per la massimizzazione delle risorse localizzate nell’area interessata implica, necessariamente, l’attrazione di acquirenti adeguati, nonché l’implementazione delle opzioni praticabili per il trasporto, tenuto conto del gas altamente competitivo offerto da Gazprom e del relativo progetto Turkstream. Ora, l’UE ha tutto l’interesse a sostenere lo sviluppo di questo nuovo mercato energetico e ciò è stato reso manifesto già da tempo dalla stessa Commissione europea, la quale ha definito i nuovi progetti, che coinvolgono la regione del Mediterraneo orientale, come Projects of Common Interest al fine di realizzare il cosiddetto Southern Gas Corridor (SGC). [2] Tra questi, figura senza dubbio il gasdotto EastMed. Volgendo invece l’attenzione agli altri partner commerciali, alcuni esperti hanno affermato che, ad esempio, Israele considera l’opportunità offerta dall’esportazione del proprio gas verso l’UE come una questione di importanza strategica alla luce dei dibattiti, assai complessi, che animano l’Europa circa le misure economiche adottabili affinché Israele ponga fine agli oltre cinquant’anni di occupazione dei territori palestinesi. Stando a questa logica, Tel Aviv guarderebbe quindi alla possibilità di una dipendenza europea dalle sue esportazioni di gas come ad uno strumento che, potenzialmente, potrebbe mitigare la minaccia di un controllo più attento su futuri accordi commerciali conclusi tra le parti. [3]

Come anticipato, il progetto più importante in questo nuovo settore energetico del Mediterraneo è senza dubbio il gasdotto EastMed: sviluppato da IGI Poseidon S.A., una 50-50 joint venture tra la greca DEPA S.A. e l’italo-francese Edison S.p.A., il nuovo gasdotto offrirà una linea di esportazione diretta dalle risorse localizzate nel Mediterraneo orientale verso l’Europa meridionale, in particolare in Grecia attraverso le isole di Cipro e Creta. Attualmente EastMed, composto da 1300 km offshore e 600 km onshore, è pensato per trasportare almeno 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalle riserve offshore presenti nel bacino del Levantino, e dunque provenienti dalle ZEE di Israele e Cipro, in Grecia, dove, in combinazione con i gasdotti Poseidon (tra Grecia e Italia) e IGB (tra Grecia e Bulgaria), sarà poi possibile raggiungere la penisola italiana e altri Paesi dell’Europa sudorientale.

Fonte: Edison S.p.A.

Il gasdotto, la cui operatività è attesa per il 2025, ha catturato l’attenzione anche degli Stati Uniti, che hanno così applaudito la nuova iniziativa. Quest’ultima, in particolare, sembra suggellare la nascita di una nuova alleanza internazionale, resa ancor più manifesta dalla firma di un accordo tra Grecia, Cipro ed Israele nel mese di gennaio 2020. Difatti, sebbene la Turchia si opponga al progetto, i Paesi interessati mirano a raggiungere una decisione finale circa il piano di investimento entro il 2022. [4] Tuttavia, in un’ottica di miglioramento delle relazioni internazionali tra i Paesi del Mediterraneo, risulta ancora più interessante un’altra iniziativa, denominata East Mediterranean Gas Forum (EMGF). Nato nel 2019 dalla volontà di Egitto, Cipro, Grecia, Israele, Italia, Giordania e Autorità Nazionale Palestinese, il Forum ha come obiettivo dichiarato la creazione di un mercato del gas regionale nel Mediterraneo orientale. Ciò, ovviamente, va di pari passo all’intenzione tra le parti di sviluppare e approfondire la collaborazione in ambito strategico. Attualmente l’iniziativa sta riscuotendo un significativo successo, tanto che lo scorso gennaio è stato firmato un accordo quadro ai sensi del quale l’EMGF viene trasformato in una organizzazione internazionale. A tal proposito, la sua composizione interna può suggerire alcuni elementi circa le logiche geopolitiche che, attualmente, animano il Mediterraneo. Difatti, anche l’osservatore più distratto non potrebbe certo lasciarsi sfuggire la significativa assenza, tra i membri dell’EMGF, della Turchia che, similmente all’Egitto, mira a diventare un hub regionale del gas. Nel valutare l’attivismo di Ankara, nonché le sue sempre più frequenti azioni aggressive e provocatorie condotte nei confronti di Atene, è necessario prendere in considerazione una complessa serie di dinamiche, le quali, in egual maniera, sono ascrivibili all’interno della medesima strategia politico – diplomatica e di escalation controllata della forza. La Turchia di Erdoğan è fermamente intenzionata ad affermare un proprio rinnovato ruolo politico ed economico nella regione e, pertanto, l’area del Mediterraneo orientale non può certo essere esclusa da tale strategia. Ciò è tanto più imprescindibile tenuto conto della potenzialità, in termini di profitto economico, offerta dall’area interessata. [5]

A dimostrazione di quanto fin qui affermato è possibile considerare gli avvenimenti di questi ultimi mesi, laddove si sta assistendo ad un incremento della tensione militare tra Grecia e Turchia, le quali, oltre ad essere sempre più in competizione circa le riserve di gas, si trovano in profondo disaccordo su chi debba avere i diritti nelle aree chiave del Mediterraneo orientale. Essenzialmente, come spesso accade in queste circostanze, entrambi i governi rivendicano aree sovrapposte sostenendo che le stesse appartengano alle rispettive piattaforme continentali. In realtà, si tratta di una rivalità di lungo corso, che affonda dunque le proprie radici ben prima delle più recenti scoperte dell’idrocarburo nella regione. Sebbene quello attuale possa sembrare solo un altro momento di attrito tra gli alleati della NATO, in particolare con la Turchia, così non è: le continue tensioni nelle acque del Mediterraneo orientale costituiscono un dilemma strategico ben più radicato per la NATO, così come demarcano una divisione sempre più netta tra l’UE e la Turchia. Questo dilemma strategico è insito nella nuova politica estera e di sicurezza regionale di Ankara e si basa sulla sua dottrina denominata Blue Homeland, la cui attuazione ha causato nel corso degli anni una serie di gravi incidenti, i quali, tuttavia, sono stati affrontati fugacemente dagli alleati. Dal canto suo la Turchia, avendo incontrato una tendenziale scarsa resistenza, è così giunta a ritenere che le proprie azioni siano ormai ampiamente accettate. Detto ciò, è tuttavia da sottolineare che la totalità delle politiche e delle azioni messe in atto dalla Turchia ha ora raggiunto un punto di pericolosa escalation, elemento quest’ultimo che potrebbe mettere a rischio il principio di difesa collettiva della NATO, così come indebolirne la coesione politica. Va da sé che, al fine di evitare ciò, gli alleati dovrebbero affrontare con una rinnovata determinazione la crescente instabilità nella regione, ma ciò sarà possibile solo tramite l’implementazione di politiche integrative che mirino a ridurre le tensioni individuando interessi comuni con Ankara, nonché principi concordati da adottare nel comportamento regionale. [6]

Guardando quindi a Bruxelles, è evidente che l’UE è coinvolta nel Mediterraneo orientale per differenti motivi. Non solo Grecia e Cipro sono Stati membri, ma la Turchia gode ancora dello status di Paese candidato. E ancora, Israele ed Egitto hanno accordi di associazione con l’UE, la quale da sempre si è fatta promotrice di varie iniziative al fine di creare canali multilaterali di dialogo e collaborazione nella regione. Se saggiamente gestito, lo sviluppo delle risorse di gas nel bacino del Levantino potrebbe dare una spinta consistente alle economie di Grecia e Cipro, che si confermano come due dei Paesi più vulnerabili all’interno dell’Eurozona. I rischi per la sicurezza energetica europea sono ormai evidenti e, pertanto, necessitano di essere affrontati in modo pragmatico quanto prima. Nel complesso, Bruxelles ha un significativo interesse strategico affinché sia assicurato, nel confinante Mediterraneo orientale, un livello di stabilità tale da permettere l’incremento di politiche economiche ed energetiche. Queste ultime andrebbero inoltre a vantaggio non solo dell’UE, che muoverebbe i primi decisivi passi verso una diversificazione energetica, ma genererebbero esiti positivi per tutti quei Paesi che, affacciandosi sulle coste mediterranee, potrebbero riscoprire i vantaggi derivanti da un approccio intergovernativo alle esportazioni di gas verso l’Europa. Come spesso accade, le variabili in gioco sono numerose e tutte ugualmente suscettibili di mutare radicalmente lo stato delle cose. A tal proposito, è interessante notare come il recente incidente riguardante l’avvelenamento di Alexei Navalny, noto attivista russo in aperta opposizione al Cremlino, stia portando la Germania a mettere in dubbio, in questi stessi giorni, la realizzazione del tanto dibattuto progetto Nord Stream 2, ormai giunto a un passo dal completamento. Sebbene al momento siano state solo pronunciate parole di condanna, accompagnate da generali minacce per l’imposizione di nuove sanzioni a danno della Russia, sono tuttavia in molti a ritenere che Berlino debba agire con il pugno di ferro nei confronti di Mosca. Del resto, come è stato spesso ricordato, si tratta innanzitutto di un progetto geopolitico, indispensabile per Putin ma altrettanto importante per la Merkel, che vede ora vacillare la stabilità della Grosse Koalition. Ad oggi, le parti non sono andate oltre a mere dichiarazioni pubbliche e alcuna particolare contromisura è stata attuata. Chissà, però, che l’evento possa ravvivare con forza l’attenzione europea sul bacino del Levantino, accelerando così un processo che è di fatto già in atto nel Mediterraneo orientale e che attende solo di essere implementato.

Note

[1Baconi T., Pipelines and Pipedreams: How Can EU Support a Regional Gas Hub in the Eastern Mediterranean, European Council on Foreign Relations, Policy Brief n. 211, Aprile 2017.

[3Baconi T., op. cit.

[4A. Koutantou, Greece, Israel, Cyprus sign EastMed Gas Pipeline Deal, in Reuters, 2 gennaio 2020.

[5A.R. La Fortezza, Competizione Geopolitica e Interessi Energetici nel Mediterraneo Orientale, Europa Atlantica, 1 settembre 2020. Reperibile al link: https://europaatlantica.it/osservatorio-strategico/2020/09/competizione-geopolitica-e-interessi-energetici-nel-mediterraneo-orientale/

[6H.A. Conley e R. Ellehuus, How NATO Can Avoid a Strategic Decoupling in the Eastern Mediterranean, Center for Strategic & International Studies, 17 luglio 2020. Reperibile al link: https://www.csis.org/analysis/how-nato-can-avoid-strategic-decoupling-eastern-mediterranean

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