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Ultimi commenti

  • In Europa non c’è spazio per il trasformismo, ma l’evoluzione del M5S può continuare

    Giovedì scorso  01:16, di francesco franco

    Di tutto quello che ho letto sulla vicenda M5S - ALDE mi sembra il testo più equilibrato.

  • Guérot: Un invito a pensare coraggiosamente sul futuro dell’Europa

    19 dicembre 2016  19:14, di Giuseppe Marrosu

    Ciao Michael, grazie per il tuo commento. Ti propongo un «nucleo» diverso. Innanzitutto anziché i soli «fondatori» sarebbe più giusto partire dai «precoci», cioè dai Paesi che sono entrati nel progetto Europeo non appena gli è stato permesso dalla Storia e non necessariamente fin dall’inizio (perché infatti pensare che l’Estonia non dovrebbe meritare lo stesso status riservato al Lussemburgo, solo perché quando sono nate le Comunità Europee essa era prigioniera dell’URSS?).

    Di questi Paesi solo le repubbliche (mi dispiace per gli europeisti del BeNeLux) dovrebbero partecipare alla rifondazione del processo di integrazione europea. Infatti la monarchia ereditaria mal si concilia con le esigenze della democrazia, che ama un ricambio rapido delle persone al potere, e alla cui base vi è l’eguaglianza (riservare il posto di Capo dello Stato esclusivamente ai membri della Famiglia Reale costituisce chiaramente una discriminazione: vedi l’Art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE). Cosa forse più importante, è impossibile mettere d’accordo Monarchie e Repubbliche sui princìpi base che devono sottendere alle leggi di ogni Stato che si rispetti. Io non mi preoccuperei del trattato di Lisbona e del limite minimo di 9 Paesi. Il primo processo di integrazione è partito da un invito della Francia alla Germania: 2 Paesi «importanti» hanno poi scatenato una reazione a catena che non si è ancora arrestata. Un nuovo processo di integrazione può prescindere dai trattati preesistenti. Se Italia e Francia decidessero di unirsi voglio proprio vedere chi potrebbe impedirlo, obiettando che mancano 7 Stati! Per quanto riguarda la tua idea di superamento delle barriere linguistiche ti invito a non dimenticarti dell’Inglese che è la lingua internazionale più importante, forse la più potente arma contro le barriere linguistiche.

  • Jesus Christus, Poloniae Rex

    19 dicembre 2016  18:18, di Giuseppe Marrosu

    Concordo con tutto. Donald Trump ha dato delle risposte (perlopiù sbagliate) alle domande-paure dei «penultimi».

    Il suo vantaggio nei confronti dell’establishment è stato di aver raccolto queste domande, cui invece l’establishment stesso tende a sfuggire. Bisognerebbe invece affrontarle.

    Una di queste domande riguarda la Cina, la sua concorrenza sleale che ha già causato un’ecatombe di posti di lavoro in Europa, la sua aggressività nei confronti dei vicini più deboli (il Tibet già annesso, India mangiucchiata ai confini, Taiwan minacciata, Giappone e Sud Corea sotto scacco attraverso il satellite Corea del Nord).

    Io penso che l’Europa dovrebbe prendere una posizione più dura nei confronti dell’espansionismo economico, finanziario e territoriale della Cina, a difesa della nostra economia, di Paesi come Taiwan, dei valori di democrazia e di libertà in cui crediamo (o no?). Se vogliamo salvare il Popolo dai populisti questa è una delle strade da percorrere, con maggiore lucidità ma con la stessa fermezza di Trump (altre cose da fare: dichiarare guerra ai paradisi fiscali -Londra e Lussemburgo inclusi- e a tutti gli evasori grandi e piccoli, abbondonare l’ideologia iperliberista, stabilendo una strategia industriale a livello Europeo, difendere i posti di lavoro minacciati dall’automazione, combattere il degrado nelle periferie e nelle zone degradate, intervenire per modulare i flussi migratori, favorire una vera integrazione degli immigrati... insomma dare risposte non demagogiche alle paure dei penultimi).

    Ora qualcuno dirà che la Cina non si può toccare, che è un grande mercato per le nostre esportazioni, che ci servono i loro capitali (mele avvelenate a parer mio), il loro appoggio.

    E allora lasciate concludere anche me con una citazione: «andiamo avanti così, facciamoci del male» (Nanni Moretti).

    PS: mi sembra di riconoscere nella foto che accompagna l’articolo la Statua della Libertà della rivolta di Piazza Tian An Men. La repressione che ne seguì, troppo presto dimenticata, è un chiaro esempio della pericolosità del governo di Pechino, innanzitutto nei confronti dei cinesi stessi.

  • Jesus Christus, Poloniae Rex

    18 dicembre 2016  00:46, di francesco franco

    Sono d’accordo. Possiamo iniziare proprio dal 25 marzo 2016 a Roma. Ma ho qualche osservazione aggiuntiva che l’articolo ignora per ragioni tecniche essendosi palesate dopo la sua pubblicazione. Il MP May pure inizierà la secessione da questa stessa data simbolica inviando alla UE la notifica del recesso inglese il 25 marzo 2016 appunto. Quanto a Donald Trump sono emersi in questi ultimi tempi due elementi che fortunatamente permettono di dubitare dell’analisi condotta. Il primo è che Hillary Clinton sorpassa Trump in termini di voto popolare di ben due milioni di voti (ciò che contraddice un po’ la narrazione del pensiero medio del penultimo americano). Se fosse solo per questo l’elezione di D. Trump sarebbe avvenuta a causa dell’imperfetto meccanismo elettorale americano che attribuendo tutti i delegati dello stesso stato al candidato che in esso ottiene la maggioranza semplice dei voti popolari avrebbe fatto casualmente prevalere il candidato complessivamente meno votato. Il secondo elemento, molto più serio ed importante, è emerso solo ieri. Alla CIA ed al FBI appare che i risultati dell’elezione siano stati falsati da cyber-attacchi condotti dalla Russia che avrebbe manipolato i dati elettorali, con lo scopo di ottenere a tavolino, l’elezione di D. Trump. Poiché la questione sembra «seriamente fondata» il presidente Obama ieri ha chiesto a D. Trump di accettare lo svolgimento di un’inchiesta indipendente ed imparziale sulla vicenda. Quindi il ragionamento resta giusto però non lo avrebbe fatto l’americano medio ma Putin.

  • L’Europa vince, il riformismo nazionale perde

    14 dicembre 2016  15:09, di Antonio Longo

    L’Italia è, assieme alla Romania, l’unico Paese europeo (e forse al mondo) in cui ci sono DUE Camere elette per esercitare il potere legislativo e per votare la fiducia al Governo. La necessità di superare il «bi-cameralismo perfetto» è stata riconosciuta, da decenni, da quasi tutte le forze politiche italiane. Ma poi, questa «intenzione» riformatrice non si è tradotta in «volontà» politica reale, per colpa di molte forze politiche, di governo e di opposizione. Ora tutto resta come prima. E questo si chiama «fallimento del riformismo». Che piaccia o no. Le riforme «nazionali» si sono mostrate gracili e illusorie. Le riforme «europee» hanno una forza ’storica’ che quelle nazionali non possono avere. Per questo l’Unità europea è la frontiera del progresso, la «nazione» è la rappresentazione della conservazione.

  • L’Europa vince, il riformismo nazionale perde

    7 dicembre 2016  21:06, di roberta de monticelli

    Va bene, mi scuso per l’aggettivo «arrogante», in cui però mi sembra consiste anche tutta la mia «violenza». Ho risposto a molti amici che hanno votato diversamente da me al referendum, credo senza alcuna «violenza», e vi rimando all’articolo sul «Fatto»di oggi che forse sarà ripreso da Libertà e giustizia: lo cito solo per dire che molto dipende dal contesto, e si può rispondere con indignazione a tesi che , magari esposte pacatamente, sono però tali da arrogarsi il diritto di interpretare indebitamente le altrui motivazioni: ecco il senso della parola «arrogante». Caro Antonio, puoi testimoniare che sentimenti europeisti profondi hanno motivato molto del mio lavoro negli ultimi anni. E che ben altra idea di Europa su può avere da quella di un ex Presidente del Consiglio che considerò «suoi» i voti che la sua formazione prese in occasione delle Elezioni Europee - senza mai aver spiegato una sola volta cosa dovevano essere, e che per la prima volta il Parlamento Europeo avrebbe espresso qualcosa di più vicino a un Governo Europeo. Ma figuriamoci! Tutto quello che quel Presidente ha saputo fare da allora è stato «batter i pugni»ridicolmente sul tavolo di un’Europa le cui regole, buone o cattive, avevamo contribuito a fare - salvo chiedere eccezioni e sforare i tetti della spesa appena possibile. Ma quanto alla riforma costituzionale proposta dal suo governo: ebbene, io non credo caro Antonio che daresti del «violento» a uno qualsiasi degli studiosi e dei costituzionalisti che da Sartori Zagrebelsky, passando per Onida e Pasquino, e ne ometto trenta o quaranta, hanno sviscerato in tutti i modi la pochezza del merito e la scorrettezza del metodo, oltre che la falsità delle premesse di questa riforma.E come non vedi allora che puo’ ferire veramente, ed e’, perdonami, veramente ingiusto e illiberale il tuo giudizio sulle motivazioni di chi come me è alcuni milioni di altre persone ha voluto impedire questo svilimento della nostra Carta, e dire no alle mistica del cambiamento per il cambiamento, a prescindere dalla direzione. Dire no al plebiscito sul premier che non certo gli italiani ma quel governo ha voluto. Dire no proprio al bruttissimo ricatto della più bassa contingenza politica, quando era in gioco il quadro normativo della politica, che sta sopra e non sotto. A ognuno la sua sensibilità caro Antonio: ma non è quella di chi confonde la difesa della Costituzione italiana con il populismo, l’Europa di Altiero Spinelli, la nostra Europa.

  • L’Europa vince, il riformismo nazionale perde

    7 dicembre 2016  20:41, di Jean-Luc Lefèvre

    Le «non» italien à la réforme constitutionnelle de RENZI «un suicide de la gauche réformatrice italienne»? Je l’’ignore, mais je constate qu’en Belgique, c’est un gouvernement tripartite (Elio DI RUPO, avec socialistes, libéraux et chrétiens-démocrates) qui a fait du Sénat un organe croupion, chose inadmissible dans un état fédéral. La démocratie italienne fonctionne mieux!! Attendre de l’Europe une solution me paraît illusoire!

  • L’Europa vince, il riformismo nazionale perde

    7 dicembre 2016  18:16, di Antonio Longo

    Il commento della nostra amica è solo un elenco di parole e di aggettivi negativi, secondo un certo stile che si è imposto in questa campagna referendaria. E che è la conseguenza della subalternità culturale al populismo che ha investito certi settori della sinistra, da decenni orfani di un pensiero politico capace di fornire le coordinate per interpretare i fatti e realtà politica del mondo. Come era chiaro, la tesi del mio articolo è che il riformismo italiano ha fallito, persino in un compito apparentemente semplice e sul quale la gran parte delle forze politiche erano inizialmente d’accordo: il superamento del «bicameralismo perfetto», una cosa che esiste solo in Italia (e in Romania). Di questo fallimento è responsabile (cito il mio articolo) «tutto il riformismo, non solo quello che era rappresentato dal e nel governo, ma anche quello che sta ed è rappresentato dall’opposizione. Perché il messaggio è chiarissimo, anche grazie alle percentuali della sconfitta: l’Italia è un Paese non riformabile da sé». E questo è «Una catastrofe per la sinistra italiana». Mi pare una constatazione. In altri termini: se i «riformisti» italiani (sia del No che del SI’) non sono stati capaci di fare una riforma del genere, beh allora questa è la conferma che il riformismo in questo Paese è veramente morto. E che le vere riforme, anzi le «rivoluzioni» continua e continuerà a farle il processo di unificazione europea, come ci hanno anticipato gli uomini di Ventotene, che non vanno omaggiati con qualche facile slogan, ma apprendendone l’insegnamento più profondo: bisogna fare la Federazione europea non perché è un bel sogno, ma perché gli stati nazionali sovrani non sono più in grado di assicurare progresso, giustizia e libertà ai propri cittadini. Se è così allora è inevitabile che la politica diventi pura lotta di potere per la sopravvivenza delle varie fazioni. «Se la lotta restasse domani ristretta nel tradizionale campo nazionale, sarebbe molto difficile sfuggire alle vecchie aporie» (dal «Manifesto di Ventotene»). E le vecchie aporie del passato si sono ampiamente manifestate anche nella violenza del linguaggio di questa Campagna referendaria. Anche da parte della nostra cortese amica.

  • L’Europa vince, il riformismo nazionale perde

    7 dicembre 2016  12:27, di roberta de monticelli

    Questo articolo è di una superficialità e di un’arroganza sconcertanti, ed è molto doloroso che sia pubblicato su un sito europeista. Il suo ragionamento è inaccettabile. Ma come, il senso era dunque di mostrarci capaci di autoriformarci a prescindere dai contenuti pessimi della riforma e dal modo ancora peggiore in cui il governo ha tentato di imporla? E come si permette l’autore di decidere per me quali sono state le mie ragioni per votare NO? Questo mi conferma purtroppo nella sensazione che non sia ne’l’Europa ne’ la civiltà, la competenza, il merito e la trasparenza che stavano a cuore al Presidente del Consiglio, ma solo l’apparenza. Il sembrare a tutti i costi: anche la prepotenza, la sordità, l’arroganza. Eh NO! Viva l’Unione Europea, Viva Altiero Spinelli, viva il suo pensiero pagato con trent’anni di carcere. Viva la Costituzione.

  • SI o NO – Una prospettiva Europea: 1 referendum, 2 opinioni!

    4 dicembre 2016  12:17, di Simone Fissolo

    Due riflessioni importanti poiché anche se il voto esprime un’opinione sul funzionamento del sistema politico italiano è inevitabile che abbia delle conseguenze sul futuro della stabilità politica, e non economica, del Paese. Complimenti agli autori e al direttore.

  • Guérot: Un invito a pensare coraggiosamente sul futuro dell’Europa

    1 dicembre 2016  20:33, di duodecim stellae

    Grazie per il tuo commento e scusa per il mio italiano. Io sonno Michael Vogtmann. Mi piace la tua metafora con gli alcolisti. Credo che abbiamo davvero bisogno di un nucleo Europeo di paesi fondatori: BeNeLux, Italia, Francia, Germania, e almeno altri 3. 9 paesi sono necessari per una più stretta cooperazione nel trattato di Lisbona.

    Sto cercando volontari per costruire reti attraverso le quali possiamo superare le barriere linguistiche e pensare a strategie per creare un’identità europea. Messa a fuoco dovrebbe includere le tre lingue più parlate dell’Eurozona: tedesco, francese e italiano. Se siete interessati potete contattarmi su twitter : @12stellae

  • Trump Presidente: e adesso?

    16 novembre 2016  15:23, di Giuseppe Marrosu

    @francesco franco:

    Mi piace la tua proposta. Una Unione Europea 2. Bisognerebbe partire dai valori fondamentali e vedere quali Paesi vi si riconoscono. Si eviterebbe così di mettere insieme Paesi dalle Costituzioni incompatibili (addirittura con forme di governo diverse, monarchie ereditarie e repubbliche) per poi cercare di trovare una Costituzione che vada bene per tutti! Addirittura di potrebbe utilizzare una Costituzione già esistente, per esempio quella francese. Si potrebbe a quel punto escludere i tanti Paesi UE incompatibili, indegni anche se europei, e aprire invece a Paesi extraeuropei compatibili, dato che il parametro per entrare non sarebbe più geografico ma socioculturale. Bisognerebbe anche interpellare i cittadini dei vari Paesi con referenda preceduti da una lunga e approfondita riflessione pubblica; il primo: «siete d’accordo con la costituzione proposta?», il secondo: «volete cominciare quest’avventura con gli altri Paesi che hanno risposto positivamente al primo referendum?». Questo coinvolgere i Popoli come protagonisti eviterebbe lo scollamento tra popolo ed elites nato dalla politica dei piccoli passi calati dall’alto verso il basso. Si potrebbe buttare giù una petizione, che ne dici?

  • Trump Presidente: e adesso?

    13 novembre 2016  02:12, di francesco franco

    Se si analizzano le cause che hanno condotto all’elezione di Donald Trump che sono eminemtemente economiche (l’accentualrsi delle disparità sociali negli Stati uniti d’America) si dovrebbe concludere che più che potenziare la difesa europea comune si dovrebbe invitare il Governo italiano a farsi subito promotore di un’ iniziativa per far sopravvivere il progetto di un’europa federale convocando una nuova convenzione, aperta a tutti gli stati membri della UE che vi si dichiarerranno interessati , per ritrovare quel legame - attualmente perso - con il popolo.

    Si dovrebbe pertanto invitare il Governo italiano in tale convenzione a tornare a parlare una lingua comprensibile a tutti ed a proporre un progetto di «Unione Europea» per il lavoro e l’occupazione, dotata di sufficienti risorse proprie e di un governo responsabile davanti al Parlamento Europeo per: il sovranazionale controllo dei processi mondiali (di globalizzazione, delle politiche ambientali, della formazione di un mondo multipolare); per la messa al bando delle pratiche di dumping sociale (vera propria forma di concorrenza sleale), per la tutela dei diritti civili, dei diritti delle donne, dei richiedenti asilo e, per i diritti sociali.

  • Le responsabilità degli Europei dopo il voto americano

    9 novembre 2016  20:26, di Jean-Luc Lefèvre

    Que dire encore après ce remarquable exercice? Une révolte contre l’establishment? Certes! Mais avec les lunettes des seuls Etats-Unis, à contre-courant de ce qu’a tenté de faire la région wallonne, ce confetti en terres européennes, avec le Traité économique avec Ottawa. Elle a été insultée et mise au ban! Des occasions manquées, comme le rejet d’un gouvernement économique sous Mitterrand (une France décidément experte depuis le rejet de l’Europe de la Défense...Des tentations aussi, comme celle des accords bilatéraux Sans oublier le seul enjeu de demain: le projet fédéraliste, encore et toujours. Qu’ajouter donc à la réflexion de M. LONGO? Une chose, une seule. Notre refus d’entendre encore l’amalgame entre «plebs» et «populus» qui vise à discréditer le second en le réduisant à l’inculture et à la marginalité des non initiés, des péquenauds. En critiquant la manière dont l’Europe gère ses classes moyennes et populaires, dans le cénacle des salons insonorisés, je ne suis pas plébéien, ni populiste, mais seulement CITOYEN! Un mot qui fait peur de nos jours, même à VERHOFSTADT quia suggéré, parce que flamand avant d’être démocrate, de contourner les atermoiements de la Wallonie!!!

  • Difesa Comune Europea: l’utopia che si “riaccende” dopo sessant’anni

    1 novembre 2016  22:39, di Giuseppe Marrosu

    Una difesa comune e tanto più un esercito comune senza un governo centrale dotato di legittimità e autorevolezza?

    Lo vedrei come un passo falso. Su quali territori e infrastrutture e su quali servizi segreti potrebbe contare, visto che tutte queste cose rimarrebbero sotto il controllo degli Stati Membri? A chi risponderebbe? Chi potrebbe ordinarne l’intervento? In quanti potrebbero invece impedirne il dispiegamento? E se venissero mantenuti gli eserciti nazionali, questo 29° esercito dell’Unione non sarebbe forse più o meno debole quanto gli altri 28? E così, sottraendo risorse a questi ma senza raggiungere dimensioni significative, renderebbe l’Europa ancora più debole militarmente.

    Intanto molti europei si chiederebbero perché migliaia di soldati e miliardi di euro in armamenti e stipendi vengono messi al servizio di una struttura sovranazionale apparentemente fuori da ogni controllo democratico, e con quale legittimità questa nuova forza decide di cominciare una guerra impopolare, o al contrario rimane inerte davanti a degli orrori cui potrebbe porre fine. Praticamente le stesse critiche, mutatis mutandis, che vengono rivolte all’euro: che legittimità ha la BCE, perché fanno così, perché non fanno cosà, e chi gli paga gli stipendi ecc..

  • Difesa Comune Europea: l’utopia che si “riaccende” dopo sessant’anni

    31 ottobre 2016  15:43, di francesco franco

    Sono scelte «impopolari» solo se si omette di spiegare ai cittadini quello che in termini di aiuti alla cooperazione si farà (con le enormi somme ed i molti denari risparmiati perché tolti all’industria bellica) a favore dei paesi poveri in particolare nord-africani da cui oggi fuggono migliaia di persone.

  • Saladino, Ventotene e i Trattati di Roma

    6 ottobre 2016  00:59, di Giuseppe Marrosu

    Il problema con la soluzione che propone Armellino in questo bellissimo articolo è che essa è affidata alla stessa gente che crea i danni: i rappresentanti di governi (nella commissione) e popoli (nel parlamento) che sono contrari a federare i Paesi Europei. Basti pensare che sia tra i commissari sia tra i parlamentari ci sono dei britannici. E prendono parte alle decisioni sul futuro della UE. Un futuro nel quale si suppone loro saranno assenti.

    Io propongo invece, soprattutto a questo punto, che i Paesi che ci stanno si uniscano, scegliendone uno tra di essi che si annetta tutti gli altri come la Repubblica Federale Tedesca fece con la Repubblica Democratica Tedesca nel 1990. Questo dovrebbe avvenire nel rispetto della volontà popolare, dei principi repubblicani e democratici e nel rispetto della diversità dei popoli.

  • Guérot: Un invito a pensare coraggiosamente sul futuro dell’Europa

    6 ottobre 2016  00:36, di Giuseppe Marrosu

    Cercare di riformare la UE non funzionerà. Tra i 28 governi ce ne sarà sempre qualcuno (tutti forse) che si opporrebbe.

    Propongo che dovremmo cercare invece di unire tra loro gli Stati che ci stanno facendoli confluire su uno Stato già esistente, alla maniera della riunificazione delle Germanie. Lo Stato che più si presta a fare il ruolo della RFT è la Francia, perché:

    1) è una repubblica;

    2) è basata su valori universali e condivisibili (libertà, equaglianza e fraternità);

    3) adotta l’euro, è membro della NATO e della zona Schengen;

    4) è abbastanza grande da garantire il successo all’operazione (se anche solo una tra Italia e Germania si uniscono), ha istituzioni solide, tecnologia avanzata, potenza militare, una grande capitale, territori oltremare, uno spazioporto e gode di uno status internazionale privilegiato...

    5) ma non è tanto grande da non aver bisogno di noi, né da poterci imporre ciò che vuole (come farebbero gli USA).

    Per superare pericoli e difficoltà, la nuova creatura politica dovrebbe ispirarsi all’esempio dell’India e degli USA, puntando decisamente alla partecipazione democratica nella sua formazione e gestione (l’Europa dall’alto non ha funzionato), nel rispetto delle diversità anche linguistiche (pur non escludendo di adottare una lingua COMUNE che non dovrà essere UNICA). Dovremmo lasciare la porta aperta ai vecchi Paesi: a quelli che soddisfano dei precisi criteri d’adesione e si candidano a entrare (anche Paesi non Europei) e a chi vuole uscire, con regole precise ed eque. Questo è fondamentale perché dare ai cittadini la possibilità di tirarsi indietro è non solo giusto e coerente con il diritto all’autodeterminazione, ma è anche un modo per vincere la paura che la nostra società si trasformi in un Superstato oppressivo e lontano dai cittadini. Quanto alla possibilità di accogliere nuovi territori questa non dovrà mai venir meno fintanto che ci saranno popoli che si vogliono unire a noi: non c’è nessuna giustificazione per chi predica valori universali e poi rifiuta di aprire la porta a qualcuno perché «non è Europeo».

    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa la gente su questo sito di questa proposta... e anche la Professoressa Guèrot.

  • Guérot: Un invito a pensare coraggiosamente sul futuro dell’Europa

    6 ottobre 2016  00:34, di Giuseppe Marrosu

    Condivido tutto. Il problema della UE sono gli Stati Nazione. Negano all’unione una capacità d’azione indipendente dalla loro volontà, così ogni iniziativa comune è soggetta al veto di uno dei 28 governi nazionali. Poi quando puntualmente la UE fallisce, gli stessi governi si accusano l’un l’altro o accusano le istituzioni centrali UE o - ancora meglio - «l’Europa»: ché non specificando se ci si rivolga ai primi o alle seconde, non si rischia di provocare risposte.

    In altre parole tutto è da rifare. Per quanto affezionati alla UE dobbiamo ammettere che si è imboccato un vicolo cieco. Si è cercato di superare gli Stati Nazionali riunendoli in un’organizzazione internazionale. Sarebbe un po’ come cercare di far passare il vizio del bere a degli ubriaconi impenitenti riunendoli in un gruppo dell’Anonima Alcolisti, e poi stupirsi se le riunioni vengono tenute nei bar e si concludono regolarmente con delle risse tra ubriachi. Infatti è stato sorprendentemente facile convincere gli Stati ad aderire. Troppo facile.

  • Saladino, Ventotene e i Trattati di Roma

    4 ottobre 2016  13:48, di Jean-Luc Lefèvre

    L’importance des symboles en politique? Bien sûr! L’importance pour nos amis Italiens de commémorer en mars prochain le 50e anniversaire des traités de Rome? Bien sûr! Mais pourquoi taire la «Manifestation du 25 mars 2017 au-delà la péninsule, pourquoi ne pas y convier aussi le reste de l’Europe et, d’abord, de jeunes fédéralistes Européens? Pourquoi ne pas, amis Italiens, convoquer ici vos réseaux diplomatiques en Europe pour donner à l’évènement toute le retentissement qu’il mérite? Tant pis, donc, si un détour par Saladin et Ventotene s’impose ici pour faire comprendre l’importance de la chose , un détour très bien décrit d’ailleurs par un jeune historien, déjà familier avec la»longue durée" chère à BRAUDEL!

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