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Ultimi commenti

  • Un governo europeo per lo sviluppo

    3 aprile 2014  17:18, di Antonio Longo

    Sono d’accordo, Signor Lefèvre, non c’è bisogno di attendere il ’governo europeo’ perchè - come ho scritto - chiedere un «Piano europeo di sviluppo» vuol dire, in realtà, chiedere anche un ’governo europeo’.

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    In sostanza sarà la dinamica messa in moto dal Piano europeo che potrà portarci al governo europeo.

  • Un governo europeo per lo sviluppo

    1 aprile 2014  11:24, di Jean-Luc Lefèvre

    Un gouvernement européen, sans doute, tous en sont convaincus! Ce que j’apprécie ici, c’est la proposition d’un «Plan de développement», nouveau plan Marshall par et pour les Européens, en lieu et place de ces rustines nationales («Plans de croissance») sans vision globale, sans cohérence, toujours «trop petits, inutiles et coûteux».

    Mais faut-il nécessairement attendre la mise en place d’un gouvernement européen , comme le pense Antonio LONGO? Je ne le crois pas. Les instruments d’une politique commune de relance existent déjà...si la lucidité des instances européennes permet l’émergence d’une volonté politique enfin commune.

    Après tout, MONNET et SCHUMANN n’ont pas attendu les traités de Rome pour mettre en place la C.E.C.A. qui est devenue quelques années plus tard le moteur de la construction de nouvelles institutions. Ce qui comptait, et compte toujours, c’était la dynamique!

  • I piccoli passi del verme - Una difesa europea per avere risparmi e sicurezza

    26 marzo 2014  11:00, di Andrea Tomelleri

    ricordo che alcuni passi sulla difesa europea si sono già fatti in nuce con i programmi europei per caccia da superiorità aerea (Eurofighter), elicottero da trasporto tattico (NH90) e fregate (FREMM). Per quel che riguarda l’itegrazione dei reparti l’Italia ha iniziato già da qualche anno addestramenti congiunti con gli alleati europei sia per alcune unità specializzate ( forze speciali e ranger alpini) sia partecipando attivamente alla creazione e all’attività addestrativa degli UE Battlegroup. in ogni caso questo è niente e si dovrebbe spingere sempre più l’acceleratore su questo argomento per recuperare tutto il tempo perduto dal ’54. infine una curiosità: in qualche modo è reperibile al pubblico il documento sulla difesa europea del 54 ?

  • Crimea, 160 anni dopo. Da questione italiana a “questione europea”

    13 marzo 2014  23:52, di Francesco Franco

    Non va dimenticato che la storicamente in epoca medioevale (nel periodo che va dal 900 al 1242 d. C - l’ Ukraina fu Vikinga) svolse, grazie alle agili e piatte navi Vikinghe che potevano discendere e risalire il Dnepr, una funzione commerciale di acquisto a Bisanzio dei prodotti provenienti dall’ Oriente e rivendedita in Europa: (alla Norveglia, alla Polonia, alla Svezia, ed persino alla Francia). Funzione di ponte commerciale che declinò di pari passo alla perdita di potere di Bisanzio (fino alla sua caduta nel 1456). Già nel 907 grazie ad una incursione di 80.000 uomini e 2000 navi la Kiev Vikinga ottenne un trattato commerciale molto favorevole.

    Quindi storicamente e geograficamente il territorio Ukraino é legato all`Europa sia da interessi commerciali storici profondamente radicati nella popolazione residente sia grazie alla posizione e conformazione geografica del territorio La funzione del ponte Ukraino fu via via soppiantata anche dallo sviluppo delle repubbliche marinare italiane, quali Genova e Venezia, che presero a commerciare direttamente con i Turchi che soppiantarono i bizantini, eredi dei romani d`oriente, a Costantinopoli.

    Di contro l`Ukraina, come la maggior parte delle repubbliche ex-sosvietiche, non ha radici nazionali paragonabili a quelle degli stati europei. L’Ukraina nelle sue frontiere del 1945 non era mai esistita come nazione, né tanto meno come stato indipendente: il sentimento nazionale ukraino, benché reale, aveva le sue più solide basi in Galizia e si affiovoliva progressivamente mano a mano che si scivolava verso l`est (Kharkov et Donbass) o verso sud (Crimea e Odessa).

    Più grave ancora, partendo dal principio che occorre dividere per regnare, Stalin aveva proceduto a un disegno territoriale dei confini delle repubbliche sovietiche includendo in quasi tutte una minoranza etnica proveniente da quella vicina o confinante.

    Inoltre quasi tutte contavano anche una importante minoranza di origine russa, conseguenza dell`industrializzazione e di una deliberata politica di Mosca per diluire i particolarismi e poter contare sul posto su un gruppo significativo di persone che condividessero gli interessi degli uffici sovietici centrali.

    Per quanto riguarda la Crimea che, nell`ambito della citata politica, venne assegnata alla Ukraina, nel 1954, da Chruščev, tutta la politica estera russa (e non solo quella del periodo sovietico) fu sempre volta ad ottenere e mantenere un accesso a mari caldi, navigabili tutto l’anno perché sempre liberi dai ghiacci che impedivano o rendevano, al tempo, pericolosa la navigazione nei mari del nord d`inverno.

    Paradossalmente ci sarebbe aspettati che le ragioni per un referendum in cui la popolazione di Crimea si esprimesse in merito al suo sentimento di appartenenza etnica o nazionale fossero manifestate nel 1954 all`epoca cioè del trasferimento della Crimea dall`URSS alla Ukraina piuttosto che 60 anni più tardi.

  • Chi siamo

    11 marzo 2014  22:33, di trisoglio claudio

    vorrei farvi Notare questo:mi sono presentato come candidato alle elezioni europee per l IDV ovvio non sono stato eletto ,ma la mia delusione e venuta a leggere i programmi di coloro eletti o scelti per andare al parlamento europeo---i programmi piu lingimiranti erano cosi:

    " mi presento per il bene del mio paese-mi presento per il bene delle imprese italiane ecc ecc cioe programmi che andavano bene per elezioni di un consigliere comunale..ce ne fosse stato uno che diceva per un Europa unita-fiscalmente economicamente -socialmente----ne deduco che------forse pensavano piu al tornaconto economico che a valori europei

  • Qualche domanda per Martin Schulz

    11 marzo 2014  22:23, di trisoglio claudio

    perfettamente d ´accordo ---per fin che il parlamento europeo non e al disopra di quelli nazionali- finche ci sara un «consiglio dei ministri» a bocciare quello che la Commissione europea propone La U.E non serve a niente

    Dettone scritto da uno che ha lavorato (seppure nel campo dell ènergia) per 35 anni all Comunita Europea

  • I piccoli passi del verme - Una difesa europea per avere risparmi e sicurezza

    4 marzo 2014  20:45, di Salvatore Aloisio

    Sono passati un po’ troppi anni e molte delle cose decise sarebbero da ripensare, dalle strategie alla logistica, dalla leva ai territori d’oltremare. È però una lettura interessante sia sotto un profilo storico che, soprattutto per la parte che riguarda la comunità politica ex art 38 del trattato CED , sotto uno giuridico istituzionale. La domanda è piuttosto questa: ma se una generazione che si era massacrata sui campi di battaglia è stata capace di arrivare così vicino all’unione, la nostra incapacità dopo tanti anni di piccoli passi è forse un sintomo della decadenza delle capacità politica che affligge i nostri giorni?

  • Verso quale federazione europea?

    20 febbraio 2014  10:35, di carlo pelizzo

    E’ inutile nasconderci che questa Europa è il frutto di un parto distocico, di cui , ora, stiamo pagando le conseguenze. Non è pensabile abitare una casa fatta senza adeguate fondamenta e priva di ogni criterio di abitabilità. Fuor di metafora sarebbe opportuno che paesi come l’Inghilterra, decidessero, una buona volta, se intendono stare dentro o fuori di questa unione perché è inconcepibile avere un commensale che con la testa sta in casa, mangiando nel piatto dell’ospite, e con il resto del corpo da un’altra parte. Non è poi che si migliora la situazione con l’aggiunta di ulteriori camere, perché ciò non farebbe altro che appesantire ulteriormente il bilancio dell’unione, rallentandone la concreta produttività. Nessuno stato membro dovrebbe avere diritto di veto, perché le risoluzioni prese a maggioranza ed in modo democratico, o si accettano o si esce di casa, se ritenute indigeste. E’ indubbio che il parlamento dovrebbe poter legiferare, su tanti argomenti, ad una sola voce perché diversamente c’è da chiedersi a cosa possa servire una unione sterile.

  • La Corte costituzionale tedesca, la Banca Centrale Europea e il futuro dell’Euro

    14 febbraio 2014  15:30, di Antonio Longo

    Concordo con le valutazioni espresse. Aggiungo che l’Iniziativa dei cittadini europei, volta a chiedere un Piano europeo straordinario per lo sviluppo sostenibile e l’occupazione, è basata su investimenti massicci finanziati da ’risorse proprie’ della UE (carbon tax e tassa sulle transazioni finanziarie). Rivendicare risorse proprie per finanziare il Piano è ciò che evidenzia l’aspetto peculiare e strategico dell’iniziativa. E’ infatti attorno alle risorse proprie che può emergere un reale ’governo dell’Europa’. Sarà la gestione di queste ’risorse’ a mettere in moto la lotta politica (cosa farne, dove investire, quali politiche? ecc.), dunque la lotta per il potere in Europa, dunque la nascita di un governo federale. Come avvenne qualche secolo fa in Inghilterra, all’alba della democrazia moderna.

  • La posta in gioco delle elezioni europee

    8 febbraio 2014  10:36, di Serge-Arno Klumper

    Dove si può trovare il testo integrale di questo speech?

  • I piccoli passi del verme - Una difesa europea per avere risparmi e sicurezza

    5 febbraio 2014  00:14, di Francesco Franco

    Faccio una domanda un poco ingenua. Essendo già tutto pronto e in un così minuto dettaglio, a quanto pare, non si potrebbero tirare fuori dagli archivi quei testi e sottoporli alla ratifica parlamentare da parte dei due parlamenti che la fecero venire meno così da fare entrare in vigore i trattati del 1954 invece di ricominciare tutte le discussioni da capo ?

  • L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    4 febbraio 2014  02:14, di giuseppe marrosu

    @ Stefano: dopo «siamo seri e pratici» potevo pensare a qualunque lingua tranne che al latino.

    Perché l’inglese no? Non lo spieghi nel tuo post. Puoi anche spiegare come immagini l’ufficio europeo per la lingua che proponi, cioè come dovrebbe nascere , che struttura dovrebbe avere, chi nominerebbe i suoi componenti e quali compiti e poteri avrebbe?

    Grazie e saluti.

  • Qualcuno dica a Cameron che non può fare ciò che vuole

    3 febbraio 2014  21:54, di marco trebbi

    «senza una Unione Europea che parla inglese»? la cosa più buffa è che l’inglese resterebbe comunque la lingua veicolare dell’UE, anche se a parlarla rimarrebbero solo 4 milioni di irlandesi (che magari potrebbero parlare il gaelico). In ogni caso bisogna prendere purtroppo atto che in questo momento a sparare contro l’Europa si prendono comunque voti, e Cameron in questo è solo un populista come tanti altri, la sfida è di raccogliere voti parlando bene dell’Europa.

  • Una visione europea per sconfiggere xenofobia e anti-semitismo

    1 febbraio 2014  12:38, di Jean-Luc Lefèvre

    La mémoire ne suffit pas à éradiquer xénophobie et antisémitisme, c’est certain. A ce sujet, il serait souhaitable d’évaluer quelques années plus tard la perception de l’Autre qui est celle de ces étudiants qui ont participé aux visites mémorielles d’Auschwitz et des autres camps de la mort: font-ils le lien entre hier et aujourd’hui? entre l’exclusion d’alors et ses formes contemporaines. Si elle ne suffit pas, elle est irremplaçable pourvu qu’elle soit incarnée dans le quotidien de nos lycéens, pourvu, en d’autres termes, que l’on se refuse à faire de l’Histoire pour de l’Histoire. Si elle ne suffit pas, il est certain qu’une Europe fédérale, solidaire, est par nature respectueuse de l’Autre. Encore faut-il apprendre à nos adolescents, dès l’école, et en école, l’importance de la coopération et de la participation. Ce n’est pas un hasard si c’était déjà un italien, G. TRAMAROLLO, qui a publié en 1983 un guide didactique sur «L’associazionismo nella teoria,nella storia, nella scuola»! Trente ans plus tard, nos écoles européennes encouragent-elles la coopération ou la concurrence? encouragent-elles le partage ou l’émulation? Je crois me souvenir que nos systèmes scolaires français et belges sont très...inégalitaires (PISA)!

  • L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    19 gennaio 2014  10:25, di Stefano

    Ma quale Esperanto, ma siamo seri su e cerchiamo di essere davvero pratici. L’unica lingua internazionale comune per me possibile è il latino. Primo perché già comprensibile a un gran numero di persone di cultura elevata (avvocati, scienziati), poi ovvio non dovrà essere un latino virgiliano, sarà un latino moderno (il vaticano ha un ufficio preposto che già ha tradotto in latino i termini moderni ad esempio per i bancomat!); secondo perché mi sembra assurdo scrivere in una lingua con l’alfabeto latino e dover usare lettere assurde come le Ŭ, Ĉ, Ŝ, Ĵ, Ĥ dell’esperanto(che francamente solo un polacco poteva concepire). Senza contare il casino con i caratteri informatici, già solo sulle tastiere dei pc.. per favore. La lingua internazionale dovrà essere semplice e senza segni diacritici (accenti circonflessi gravi acuti umlaut, stampelle di vario genere) come il latino appunto o l’inglese. Perché non si crea un ufficio europeo per la lingua?? l’UE norma anche le dimensioni delle banane! Il problema vero è che Francia e Germania, che per secoli hanno cercato di dominare tutti specialmente l’Italia, non hanno nessuna intenzione di passare a una lingua comune.. e stanno lentamente imponendo questo ridicolo trilinguismo che favorisce, ovviamente, solo loro.

  • L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    5 gennaio 2014  21:31, di giuseppe marrosu

    P.S. io comunque ho imparato un po’ la lingua di mia moglie (romeno), per quanto lei abbia imparato molto meglio la mia; del resto viviamo in Italia. Esponiamo nostro figlio a entrambe le lingue. Raccomando questa scoperta della cultura dell’altro, che arricchisce e che può risparmiare anche delle incomprensioni molto spiacevoli. Ma non c’è alcuna contraddizione tra di essa e il poter contare su una lingua comune, anzi!

    P.P.S.: solo un esempio semplicissimo di quello che intendo per «bagaglio culturale comune in continua espansione» necessario nel dibattito politico: una canzone di protesta. La si ascolta volentieri per la musica, ma ha un messaggio che si fa strada tra la gente che conosce la lingua in cui è scritta. La gente è stimolata, si schiera, la canzone diventa un tratto distintivo di una parte politica. Entra nel dibattito. Altre canzoni vengono prodotte, alcune con un messaggio opposto a quello della prima. Tutto questo è un bene per la discussione e dunque per la democrazia. Negli Stati Uniti d’Europa serviranno canzoni, e non potranno essere tradotte tutte quante in 24 lingue. Perché arrivino a tutti esse dovranno essere scritte nella lingua comune. Ma come dice lei, non si devono scrivere album in Esperanto. Allora immagina una democrazia senza canzoni?

  • L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    5 gennaio 2014  20:17, di giuseppe marrosu

    A JB (suppongo fosse indirizzato a me il suo post).

    Io l’ho capita, abbiamo semplicemente idee diverse. Ma mi dispiace vedere che se dipendesse da lei metterebbe il veto a un’intesa sull’inglese come lingua comune...

    La sua è un’idea di Europa federale in cui l’accento è sulla diversità e dove le piattaforme comuni (come appunto la lingua) sono quello che lei vede come lo stretto necessario.

    Per me lo stretto necessario è un grande stato pienamente sovrano con un forte potere centrale e una forte democrazia, rispettosa delle differenze.

    La «forte democrazia» necessita di avere in comune una lingua potente e versatile e un bagaglio culturale base, ma in continua espansione. L’esperanto non corrisponde alla prima e non offre il secondo.

    Nel dibattito politico non si tratta di «emozionarsi», si tratta di poter rendere la comunicazione abbastanza ricca e rapida per renderla efficace, e di legarla alla vita culturale della nuova più ampia comunità.

    Ma se i riferimenti letterari e storici di un tedesco non sono gli stessi di quelli di un greco, se l’espressione «menare il can per l’aia» a un Olandese può sembrare un normale diritto per il suo Yorkshire... ma che dibattito vogliamo avere, anche se sapessimo tutti l’Esperanto? Ecco perché la piattaforma culturale comune deve essere semplice, sì, ma anche abbastanza ampia.

    Se diventassimo piano piano parte del «mondo anglosassone», esso, e la lingua inglese, diventerebbero anche un po’ italiani (e degli altri europei).

    Al di fuori della vita politica, comunque, l’emozione di far parte di una comunità nuova e più ampia, purché non la si spinga nei pericolosi territori della xenofobia e del nazionalismo, farebbe bene agli europei.

    Per quanto riguarda la lingua degli innamorati, non sempre avviene che la lingua dell’altro venga imparata bene; non è una mancanza di rispetto, ma casomai di tempo e di energie.

    Il buon senso degli stati che adottano l’Esperanto. La stessa diffusione dell’inglese è insufficiente in quasi tutta Europa, e la responsabilità è degli stati. Comunque per fare la lingua comune europea serve una decisione centrale, non basta quella di due o tre stati.

    Il G4... A parte il contesto poco liberale e democratico e assai ostile agli anglosassoni, vorrei notare che di concreto Lula non ha fatto nulla: Lula non ha promosso l’insegnamento dell’esperanto in Brasile. E la notizia è vecchia.

    E’ vero, fa male vedere che la competenza professionale è considerata meno di quella linguistica. E’ come se fossimo ospiti in casa d’altri quando parliamo in inglese. Dobbiamo rimediare non solo imparando meglio l’inglese ma anche pretendendo che le idee buone non siano scartate solo perché espresse in un’inglese scadente. Ma per fare questo dobbiamo diventare anche noi «padroni di casa» e questo è possibile solo se riconosciamo l’egemonia dell’inglese.

  • Beppe Grillo, un uomo confuso

    5 gennaio 2014  12:34, di Simone Fissolo

    Condivido appieno le riflessioni dell’autore e mi sorpresi nel vedere la confusione trapelare in un leader, che seppur non rappresenta nessuno costituzionalmente parlando, lo fa certo secondo altri metodi che riescono a riempire cuori e menti degli ascoltatori. Mi preoccupo perché, al contrario di quanto scrive nel commento Francesco Franco, le prossime elezioni europee saranno molto interessanti per lo scontro previsto da Spinelli e ancora poco in luce tra progressisti e conservatori. Grillo è un conservatore e questo è quello che deve esser chiaro a chi lo vota. Al contrario il progresso, che non ostacola la conservazione delle buone maniere professionali e la qualità del territorio, garantisce che la nostra piccola specialità italiana continui ad esistere in un mondo che avanza inesorabilmente verso un omologazione di carattere anglo-americano prima e germanico poi. L’Europa è sempre stata la luce di pochi eletti ed ora ha forse il compito di diventare la speranza dei molti. Solo così il progetto di integrazione avrà successo e non sarà certo la pressione di una parte della società civile a convincere i partiti anti-europeisti della bontà di più Europa, ma solo la vittoria ad uno scontro elettorale in cui il popolo è chiamato a credere in questo progetto. Il referendum costituzionale fallì, il referendum sull’Euro in Italia, oggi, fallirebbe, siamo ancora convinti che un approccio elittario alla politica visionaria sia il successo per l’Europa tutta oppure quella scesa in piazza dei cittadini ucraini ci ha fatto battere il cuore?

  • L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    4 gennaio 2014 12:48, di Jacopo Barbati

    Accidenti, proprio non riesco a spiegarmi :)

    L’esperanto, per me, dovrebbe servire esattamente a tutto ciò che dice lei, con una lieve differenza: nei rapporti personali, solo per i primi incontri. Se dopo c’è del sentimento, andare avanti con la lingua franca sarebbe per me una mancanza di rispetto: si impara quella dell’altro, reciprocamente, e si crescono figli bilingui.

    Lei dice che, in un eventuale dibattito politico europeo in un’unica lingua, l’uso di una lingua viva potrebbe suscitare più emozioni che l’uso di una lingua artificiale. Per me è sbagliato, perché io sono italiano e solo l’uso dell’italiano può «emozionarmi», diciamo così. Per me (e credo anche per lei, a meno che non sia di madrelingua inglese) esperanto e inglese sono due lingue straniere esattamente alla stessa maniera. Ma perché favorire i madrelingua inglese facendo dibattiti nella loro lingua (= per loro)?

    Per quel che riguarda il metodo di introduzione, dovrebbe essere lo stesso che ha portato l’inglese in tutte le scuole d’Europa: iniziativa dei singoli Stati dettata dal buon senso. È difficile che tutto questo possa accadere per l’esperanto (e dopo tanti anni che mi pongo il problema e che ho discussioni del genere non riesco ancora a capirne il motivo, limite mio) ma forse basterebbe qualche «buon esempio» (il Brasile: http://disvastigo.esperanto.it/index.php/Italian/notizie-mainmenu-69/1367-il-brasile-sostiene-lesperanto-per-la-comunicazione-internazionale) per innescare il processo.

    Infine: no, non accetterei l’inglese come lingua franca per gli Stati Uniti d’Europa. Ho già sperimentato sulla mia pelle che l’anglofilia (mi passi il termine) imperante avvantaggi troppo i madrelingua, senza (da parte loro) avere meriti particolari.

    Saluti,

    JB

  • L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    3 gennaio 2014  23:51, di giuseppe marrosu

    Caro Jacopo Barbati, penso che abbiamo raggiunto l’accordo di non essere d’accordo. Comunque io sarei pronto ad accettare l’esperanto come lingua comune se tale fosse la scelta. Mi piacerebbe leggere che lei sarebbe disposto ad accettare l’inglese.

    Ma non ho capito ancora come immagina possa avvenire l’introduzione dell’esperanto...

    Riassumendo se non ho capito male per lei la lingua comune ha solo una funzione procedurale. Per tal scopo l’Esperanto è perfetto perché è facile ed elementare.

    Secondo me invece serve una vera lingua comune che possa essere utilizzata anche in contesti diversi da quelli ufficiali e diventare un cemento tra chi appartiene a lingue diverse.

    Per questo insisto.

    Immagini:

    - un dibattito politico pre-elettorale seguito alla TV in tutta la Federazione, con ospiti provenienti da tutti i territori, ma tutti in grado di farsi capire dal pubblico senza interpreti e di fare riferimento a un minimo di bagaglio culturale comune. Immagini domande dal pubblico in sala e a casa. (Non vedremo nulla del genere neanche quest’anno che si vota per le Europee);

    - l’incontro casuale di due persone di madrelingua diverse che si innamorano e da subito si parlano senza problemi;

    - la stessa coppia che cresce i figli con la lingua che parlavano quando si incontrarono;

    - una famiglia che si stabilisce in una zona dove si parla un’altra lingua ma che da subito può capirsi con i vicini;

    - uno stadio dove si disputa una partita di coppa del Mondo: la Federazione Europea sta facendo una figuraccia contro l’Inghilterra, e tutti i tifosi Europei chiedono in coro nella stessa lingua che l’allenatore faccia entrare Balotelli. Oppure che lo sostituisca subito.

    Non pensa che una Nazione necessiti di unità a partire dagli individui e dalle famiglie, di uno spazio pubblico e di miti per potersi consolidare?

    Se l’Euro non ha portato l’unità potranno mai portarla i bandi e le leggi in esperanto? Io non credo. Ma forse è proprio l’unità che intendo io a non interessarle. Certo, la diffusione di una lingua comune può a lungo andare restringere quella delle lingue pre-esistenti. Così fu nel nostro Paese quando si affermò l’italiano ma senza di esso oggi non esisterebbe in Italia uno Stato democratico e unitario con un libero dibattito aperto a tutti, tanti immigrati interni si troverebbero isolati e non ci sarebbe nemmeno questo sito. Perché non vogliamo permettere all’Europa di unirsi linguisticamente, come i nostri antenati hanno permesso all’Italia?

    Inoltre credo che se nella nostra utopia costringiamo la lingua comune a restare chiusa nei bandi l’inglese continuerà a regnare da invasore alla radio, in TV, nei cinema, su internet... l’America continuerà ad essere il sogno degli adolescenti, l’Europa resterà un condominio litigioso e impotente.

    E se invece ci impadronissimo noi dell’inglese, come fecero gli irlandesi?

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