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L’Euro-Lega Nord: la svolta di Maroni per il neo-europeismo o per un neo-euroscetticismo?

, di Francesco Cafarelli

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  • Studente presso la facoltà di Scienze Politiche e delle relazioni internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Membro della Sezione GFE di Milano.

È stata una seconda metà dell’anno di importanti cambiamenti dalle parti di Via Bellerio. Gli scandali che hanno colpito i vertici del partito hanno avuto sì pesanti ricadute in termini elettorali, ma hanno lasciato l’organizzazione in mano al naturale successore di Bossi: Roberto Maroni. Con lui la Lega Nord, il partito per l’indipendenza della “Padania”, ha dato l’avvio ad un mutamento tanto nella comunicazione quanto nell’offerta politica. Già a metà agosto, la proposta di un referendum nazionale incentrato sull’Unione europea ha portato la questione comunitaria al centro del dibattito del Carroccio. Sulla scia delle polemiche seguite all’iniziativa (su tutte quella col Presidente del Consiglio Mario Monti), a settembre i vertici del Carroccio hanno lanciato una nuova proposta, anch’essa incentrata sulle tematiche europee: la ridefinizione geografica dell’eurozona, basata su Francia, Germania, Benelux e, udite udite, la “macroregione italiana del nord”.

Si sta parlando, insomma, dei Sei “epurati” - nell’ottica leghista, chiaramente - del centro e del sud dello Stivale. Ciò sarebbe giustificato, stando alle parole del neosegretario Maroni, dalla necessità di un’eurozona “formata da Stati caratterizzati da fondamentali macroeconomici simili”. Si tratta, evidentemente, di un “cavallo di troia propagandistico” tramite il quale veicolare all’interno di una proposta fondata su un ragionamento prettamente economico - anch’esso peraltro passibile di critica, come vedremo in seguito - la main issue della Lega Nord presente all’art. 1 del suo statuto: la secessione del nord Italia dal resto della penisola. Sembra di tornare ai primi anni ’90, quando il vento secessionista spirava forte dall’Est, con la guerra nella ex-Jugoslavia, oppure da Stati quali le nascenti Repubbliche Ceca e Slovacca (nate dallo smembramento della Cecoslovacchia), già orientate all’entrata in Europa. Ecco che quindi, la Lega Nord cerca di rilanciarsi, come partito di lotta antisistema. Ma contemporaneamente a questa nuova linea politico-comunicativa, Maroni conduce la svolta “bavarese” del partito. Si tratta insomma, di ispirarsi alla CSU, partito egemone nella regione cattolica della Baviera, portando la Lega a diventare un movimento regionale dominante su una base territoriale ben definita. Ciò a conferma dell’aleatorietà sostanziale del termine “Padania” - buono solamente per gli urlacci di Pontida - e per mantenere alta la temperatura del dibattito nel blocco secessionista all’interno dell’organizzazione.

Il primo passo della novella “EuroLega regionale” è stato illustrato tramite il primo punto del manifesto presentato a Torino il 29 di settembre, che propone una legge costituzionale non meglio specificata per una “euroregione del Nord” nel contesto di una “Europa delle regioni” che superi gli Stati nazionali. ’’Questa Europa non ci piace”, ha affermato Maroni, “gli Stati nazionali hanno esaurito la loro spinta propulsiva. Dobbiamo istituirla costituzionalmente autoderterminata, abbiamo presentato una proposta di legge costituzionale che prevede questo’’. Al di là dell’ambiguità di fondo che si evince dal riferimento costituzionale europeo immediatamente frenato dall’accenno all’autodeterminazione - che specialmente nella visione leghista non è mai stato conciliabile con il concetto di unità politica - è da notare quanto concreta sia la svolta “euroleghista”: nel corso del mese di ottobre la road map del Segretario federale ha visto tappe nelle principali capitali europee, finalizzate alla promozione di un partito che si ponga criticamente nei confronti dell’UE ma che allo stesso tempo si differenzi da altre organizzazioni tradizionalmente euroscettiche come il Front National di Marine Le Pen o l’olandese PVV di Geert Wielders. Il tutto nel contesto del percorso politico che porterà il Carroccio, nella visione di Maroni, ad essere il perno di una coalizione “neo-europeista” (oppure “neo-euroscettica”?) per le elezioni europee del 2014. Il cerchio si è chiuso alla fine del mese di ottobre, al convegno milanese organizzato dall’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), quando il Segretario ha sostenuto “l’elezione diretta del Premier europeo e del Presidente della Commissione Europea, con un parlamento bicamerale formato da un Bundesrat europeo con una riduzione degli europarlamentari", nel contesto di un’Europa a “due livelli, uno istituzionale ed uno regionale che sostituisca le nazioni subito sopra i Comuni”. Il tutto imperniato su una Camera di soli 100 deputati ed un Bundesrat (termine espresso non a caso direttamente in tedesco) formato dai governatori regionali.

Passando oltre la curiosa congruenza di questo disegno con le prossime elezioni regionali lombarde, che vedono Maroni come probabile candidato, questo percorso segna un’evoluzione rispetto al tradizionale approccio leghista alla questione europea. Se non altro i vertici del partito hanno deciso in favore di una cesura netta rispetto al rifiuto categorico e precostituito nei confronti del dibattito comunitario. Eppure, nascoste tra una proposta ed un’altra, permangono le inflessioni nordiste in salsa secessionista. Purtroppo per questa Euro-Lega “di Lotta e di Commissione”, gli anni ’90 sono passati da un pezzo. In questi 20 anni il mercato unico è cresciuto e l’approccio dell’Unione è stato conciliativo dal punto di vista economico, tramite l’utilizzo dei fondi strutturali, e politico, tramite il Comitato delle Regioni (istituito proprio negli anni in cui Bossi urlava alla secessione), vitale per l’applicazione del principio di sussidiarietà e per la cooperazione delle regioni europee. Gli stessi parametri macroeconomici sventolati da Maroni sono stati violati proprio dagli stati che li avevano sostenuti con maggior forza al tempo del Trattato di Maastricht. Senza contare, infine, che una “Europa delle regioni”, affine a quella prospettata dal leader varesino, esiste già! Se il Segretario federale domani andasse a Bruxelles, noterebbe le numerose (e dispendiose, diciamolo) ambasciate regionali presenti nella capitale europea, ognuna impegnata a promuovere le opportunità dei propri territori locali in seno alle istituzioni comunitarie.

Non bastasse, e passando ad un ragionamento più economico che politico, i fondi di coesione economica e sociale destinati alle regioni, comunemente noti come “fondi strutturali”, ammontano per il bilancio 2007-2013 ad un totale di circa 335 miliardi di euro e sono destinati proprio all’appianamento delle divergenze macroeconomiche sulle quali fa leva Maroni per proporre le sue approssimative soluzioni politico – istituzionali alla questione comunitaria. Soluzioni che, alla luce delle incoerenze appena evidenziate, appaiono evidentemente strumentali alla tradizionale politica del Sole delle Alpi che, come scritto su tutti i relativi manifesti, guarda “prima al Nord” o, nel caso dell’Europa, all’euroregione del Nord. Ciò nel contesto di un Europa divisa in tanti interessi particolaristici (ancor più di quelli nazionali!): qui si inseriscono perfettamente i continui riferimenti del Segretario federale alle attuali vicende catalane. La creazione di una “Europa delle regioni”, quindi, va contro tutto ciò che l’Europa è stata fino ad ora e contro ciò che intende diventare: una grande federazione che nei confronti delle autonomie locali rispetti il principio di sussidiarietà e promuova la cooperazione tra le regioni. Il tutto a sostegno dell’interesse generale dei 500 milioni di abitanti del continente, che intende l’artigiano asturiano cittadino europeo tale e quale all’industriale bavarese o lombardo, con gli stessi diritti ed opportunità politiche fattuali. La situazione attuale non è, chiaramente, questa: chi nasce in Sicilia non gode della mobilità sociale né tantomeno del PIL procapite di un coetaneo viennese. Ma non sarà certo la “macroregione del Nord” a risolvere tali differenze! Semmai le accentuerà, essendo la politica “regionalista” della Lega Nord ben diversa da quella “regionale” attuata dall’UE: se la prima divide, la seconda unisce e peraltro è l’unica che può salvare il continente - in tutte le sue zone, Nord Italia compreso - dalla grave crisi economica e sociale che lo attanaglia in questi mesi critici. Ecco perché, se davvero la Lega Nord intende tutelare gli interessi delle regioni settentrionali d’Italia, deve cambiare linea, promuovendo il proseguo dell’integrazione europea in ottica federalista e non come veicolo di pulsioni separatiste.

Questa non è l’ora della divisione, bensì dell’unità del Nord, del Centro e del Sud Italia per l’Europa federale.

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Fonte immagine Flickr

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