
Riconferma
In realtà, le elezioni hanno solamente riconfermato l’assetto politico che si era venuto a creare nel febbraio del 2009, a seguito di un mese di gennaio movimentato dalle proteste popolari contro il Governo di allora (formato dagli esponenti del Sjálfstæðisflokkurinn – il “Partito indipendentista”), responsabile di una politica economica che ha portato la Nazione a contrarre molti debiti. Con la crisi economica, ciò ha causato il fallimento di molte banche e il crollo della fino ad allora florida economia islandese, l’aumento dell’inflazione fino a livelli del 15% e una diminuzione del PIL stimata attorno al 10%. Ah, e una richiesta di aiuti al Fondo Monetario Internazionale per 10 miliardi di Euro. Il Governo del Sjálfstæðisflokkurinn ebbe il buon senso di dimettersi e così, il primo febbraio, il Presidente della Repubblica Ólafur Ragnar Grímsson, dopo le dovute consultazioni, diede al Samfylkingin il compito di guidare il Paese fino alle elezioni anticipate; e Jóhanna Sigurðardóttir fu il nuovo Primo Ministro pro-tempore. Adesso è il Primo Ministro legittimo. Il Samfylkingin ha ricevuto il 29,8% dei consensi (che equivalgono a 20 seggi su 63 nell’Alþing, il Parlamento islandese) mentre il suo alleato di coalizione, il Vinstrihreyfingin - grænt framboð, il 21,7% (14 seggi).
Aria di rinnovamento
La vittoria del Samfylkingin e del Vinstrihreyfingin - grænt framboð è storica, in quanto l’Islanda non conosceva un Governo di centro-sinistra dal 1994. Tra le proposte più audaci del Samfylkingin e del nuovo Primo Ministro, vi è sicuramente la volontà di chiedere al popolo islandese, tramite referendum, un’opinione sull’eventuale
… gli unici a credere nell’entrata nell’Unione sono quelli del Samfylkingin, partito di risicata maggioranza …
Già nei mesi scorsi si erano ventilate viarie ipotesi sul comportamento islandese nei confronti dell’UE. C’era chi ipotizzava addirittura un’adesione islandese all’unione monetaria pur non entrando in quella politica, soluzione che senza dubbio avrebbe giovato all’instabile economia islandese. In realtà, un rapporto tra la ridente isoletta nordica e l’Unione esiste già, ed è negli Accordi di Schengen. Ma perché i politici islandesi non sono mai andati oltre? Qual è il problema? Il merluzzo. Sì, perché l’Islanda ha nella pesca (e nei suoi sconfinati confini delle acque territoriali, di gran lunga superiori a quelli stabiliti dai trattati internazionali), uno dei punti forti della sua economia. Le varie politiche sulla pesca della UE diminuirebbero, e di molto, il volume della pesca al merluzzo dei pescherecci islandesi. E questo, per gli scandinavi, costituirebbe un grave problema.
Gravissimo. Questo problema è ancora attuale, sentito soprattutto dai partiti di centro-destra. Ma non è che nell’attuale coalizione di Governo il sentimento sia propriamente molto più europeista: anche il Vinstrihreyfingin - grænt framboð nutre diffidenza nei confronti di una eventuale adesione all’UE. A conti fatti, gli unici che credono che l’entrata nell’Unione possa portare dei benefici all’Islanda sono quelli del Samfylkingin, i quali, nonostante tutto, rappresentano il partito di (risicata) maggioranza.
Basterà per avviare un dibattito politico serio che possa culminare in una consultazione pubblica?
Non sta a noi saperlo, ma quello che si può dire è che se una nazione in crisi come l’Islanda inizia, per la prima volta in assoluto, a parlare di un’eventuale adesione all’UE come soluzione per uscire dai problemi economici che l’attanagliano attualmente, significa che non tutto è perduto.


